L’incubo recessione sull’America di Bush

31/01/2001

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L’incubo recessione sull’America di Bush
IL CASO

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON – E dopo il giorno caldo che sembrava non dovesse mai finire, scese la notte americana della paura. Irrazionale, come era stata l’euforia di ieri, gelida come gli schermi di computer spenti dalla mancanza di clienti e di elettricità, la paura sta toccando amministratori delegati e madri di famiglia, fa crollare la fiducia dei consumatori, nell’ accelerazione perversa di un’ economia americana che trasmette con la stessa velocità fulminea esaltazioni e panico e ora contempla la parola che ancora due mesi fa pareva eretica: recessione.
L’America si raccoglie trepidante attorno al Papa del dollaro, Alan Greenspan. All’ uomo che aveva corteggiato la notte, con sei aumenti consecutivi dei tassi, e ora deve disfare precipitosamente quello che ha fatto. Se Greenspan non taglierà oggi almeno un altro mezzo punto dal prezzo del danaro, che Dio aiuti la Borsa. E sembra ridicolo dover descrivere il tramonto di quella che ancora il 19 gennaio Clinton salutò al suo addio come "la massima prosperità economica" nella storia della nazione.

Sembra ridicolo ricordare che Greenspan temeva in estate «il surriscaldamento dell’economia» e sei mesi dopo deve disperatamente soffiare per evitare che il motore si congeli. Ma se neppure la Federal Reserve riesce a prevedere, non sarà il piccolo risparmiatore con i suoi fondi, i suoi mutui e la sua carta di credito ad essere accusabile di imprevidenza o di panico.
Anzi: quando ancora economisti e politici fischiettavano attraversando il cimitero per farsi coraggio, come dice un vecchio detto del Far West, gli umili Tom e Jane nella loro casetta di sobborgo avevano annusato l’aria e avevano smesso di fare il loro sacro dovere civico. Di consumare.
La recessione, perché di questa ormai si parla apertamente anche se ancora non ci sono stati i due trimestri consecutivi di prodotto lordo in negativo come vogliono le formule ufficiali, è cominciata dove sempre tutto comincia e finisce, nell’economia moderna, nel borsellino del consumatore. E’ cominciata nel mese di dicembre, nei paraggi di quella furia consumistica natalizia che tutti i moralisti biasimano rimpiangendo i mandarini sotto l’abete, fino a quando anche loro perdono il posto perché gli infami consumisti non hanno comperato abbastanza cianfrusaglia.
Tom e Jane hanno sentito freddo, hanno visto la loro presunzione di ricchezza sgonfiarsi con il Nasdaq, hanno saputo che un vicino di casa aveva perso il posto, e si sono sentiti poveri, senza esserlo, come la sera prima si erano sentiti ricchi, senza esserlo. E infatti l’indice della «consumer confidence», della fiducia dei consumatori, è crollato, tra dicembre e gennaio.
Segnale storico infallibile delle contrazioni economiche che esso insieme annuncia e provoca.
E comincia davvero a essere difficile, per la nostra famigliola americana dei sobborghi, spogliata dal «wealth effect», dall’effimera sensazione di ricchezza, sentirsi «fiduciosa» quando apre il giornale alla mattina, davanti al pastone di cereali, e legge,: «Pioggia di pink slips, di letterine rosa sull’America», (Washington Post) dove le «pink slip» non sono biancheria intima birichina, ma i tagliandi di licenziamento, tradizionalmente stampati su carta rosa. E’ dura lanciarsi nei grandi magazzini con abbandono, dopo avere letto che la Chrysler, inghiottita dalla Daimler Benz dopo le solite bugie di «matrimonio tra eguali», licenzia per ordine dei tedeschi 26 mila persone, la Xerox sei mila, il New York Times settecento e tutte le corporation, vecchie e nuove, stanno sforbiciando impieghi: Gillette, WorldComm, Att, Lucent, General Electric, Cnn, America On Line, JC Penney, Montgomery Ward.

Dunque lo stesso volano psicologico che fino alla metà del 2000 esagerava il moto dell’ottimismo, ora gira in direzione opposta, e comincia ad accelerare, con altrettanta inerzia, il moto inverso.
Scatta il meccanismo imitativo del circolo vizioso,: fino a sei mesi addietro, tutti si precipitavano ad aprire siti e portali in Internet, semplicemente perché «gli altri»ce l’avevano. Oggi, si contraggono o si chiudono, come ha fatto la Disney chiudendo il suo portale Internet «Go!», perché l’eccesso ha giustamente bruciato i rami secchi. La Borsa impone tagli alla società X perché la Corporation Y ha tagliato, per sostenere i profitti e chi non riduce i costi (leggi: il personale) viene penalizzato. Le profezie di sventura avverano sé stesse, come le previsioni rosee si autoalimentavano. In dicembre il 15% degli americani temevano di perdere il posto. In gennaio, in un mese, sono balzati al 22%, quasi uno su quattro.
Non ci sono neppure cause esterne e massicce, come fu la spallata del petrolio negli anni 70. Questa è una recessione psicologica che sta diventando economica, una sorta di «culture shock» che sta colpendo una generazione di americani che non avevano mai conosciuto altro che la lunga espansione e dunque avevano creduto, come l’indio d’Amazzonia, che la neve non esista, perché lui non l’ha mai vista. I giovani entrati nel mondo del lavoro negli anni ‘90, non hanno memoria né esperienza di «tagliandi rosa», di penose ricerche di lavoro, di porte sbattute in faccia, come i loro genitori. Avevano ascoltato le favole del «nuovo paradigma» raccontate da Greenspan, secondo le quali la «nuova economia» aveva risolto per sempre il problema classico dei cicli economici tra espansione e contrazione che invece sono, come ha scritto Robert Samuelson, non soltanto inevitabili, ma «necessari».
In aziende come America On Line, l’imperatrice del web, 300 impiegati sono arrivati questa settimana trovando i loro terminali spenti. Quando hanno tentato di accenderli, come ogni mattina, hanno visto la loro «password» annullata e la scritta «Access Denied», accesso negato. Li avevano licenziati e cacciati dal paradiso artificiale di bit, bytes e bauds. Dicono adesso, in stato di shock: «Non ci posso credere». Alla Cnn di Atlanta, la città dove un programmatore un po’ depresso fece strage dei propri colleghi con fucili e pistole dopo il licenziamento pre natalizio, cadono anche stelle del video, come Gene Randall, Jim Moret, come lo stesso Bernard Shaw, la mitica voce del primo bombardamento di Bagdad, al quale è stato concesso almeno di «dimettersi volontariamente», come si dava la sciabola ai vecchi samurai. Ma gli altri licenziati vengono accompagnati da una guardia armata alla propria scrivania, compiono il triste rito del cartone, ficcandoci dentro le proprie cose personali, la foto dei bambini abbronzati a Disneyworld, il trofeo vinto al torneo di bowling, i cachet contro la gastrite, e consegnano il «passy» alla guardia perché sia smagnetizzato, un funerale elettronico aziendale.
Ogni anno, almeno 600 mila persone perdono il lavoro. Ma fino a ieri, fino alla grande frenata imposta da Greenspan oggi pentito, c’erano in media tre nuovi impieghi che li aspettavano, in una continua porta girevole. Oggi, non si sa, si aspettano le cifre sulla disoccupazione generale, venerdì prossimo, per vedere se davvero la grande macchina del lavoro americana, «the great jobs machine» si sia grippata. Dalla Casa Bianca, dove per ironia della storia e della politica, Bush II ha ereditato da Clinton un’economia già in crisi esattamente come Clinton ereditò da Bush I nel 1992 un’economia già in espansione (questi Bush non sembrano avere molta fortuna, in materia di tempi) si predica la panacea del taglio alle tasse, arrivato ormai nelle previsioni a 3 milioni e duecento mila miliardi di lire. Ma è fondato su una previsione contabile. Bush, in sostanza, promette soldi che non ha, e forse non avrà mai.
Non è ricchezza creata, è la stessa ricchezza che cambia etichetta.
E poiché tutto, in questa nazione palcoscenico, si traduce sempre in immagini, il crepuscolo si annuncia con le chiazze di buio che oscurano la California, costretta a subire umilianti interruzioni periodiche di elettricità, come nella squattrinata Cuba di Castro.
E’, prima che un disastro finanziario e politico, costruito da demenziali amministratori pubblici che imposero prezzi controllati della corrente al dettaglio dimenticandosi di controllare i prezzi all’ingrosso, un altro shock culturale che cade con perfetto simbolismo. L’età dell’innocenza, che tanto ricorda a chi la visse la fine delle illusioni reaganiane alla fine degli anni 80, lascia il posto al tempo della paura, delle banche cariche di dubbi crediti concessi ad aziende contro capitali disciolti nel Nasdaq o, peggio, a proprietari di case valutate con troppo ottimismo.
Questa, del mercato immobiliare e del suo indotto che finora tengono grazie ai rifinanziamenti dei mutui, è la trincea finale sulla quale si attesta o si arrende, da sempre, l’economia americana in ritirata. Ed è a loro, è a Tom e Jane aggrappati alla loro villetta di periferia con garage, che Greenspan chiede di salvare l’America, fingendo di essere lui a salvare loro .