L’incubo delle pensioni nell’epoca del “papy boom”

06/03/2001


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L’incubo delle pensioni
nell’epoca del "papy boom"


JeanPaul Fitoussi

PARE che l’urgenza del problema delle pensioni nasca dall’esigenza morale di non far pesare sulle generazioni future l’onere insopportabile di mantenere la popolazione inattiva. Ora, non esistono strumenti finanziari capaci di ridurre quest’onere, né cambiamenti di regime in grado di ottenere un risultato del genere. Le pensioni pongono di fatto un problema reale: quello di ripartire, anno dopo anno, il reddito nazionale tra la popolazione attiva e quella inattiva. Se su cento individui di età superiore ai 18 anni 30 sono inattivi, bisognerà pure, quale che sia il regime, assegnare alla sopravvivenza di questi "vecchi" una parte della produzione nazionale – diciamo il 20% (considerando che chi lavora deve anche provvedere ai bisogni dei minori) – affinché possano avere lo stesso livello di vita della media degli attivi. Certo, perché le generazioni attive di oggi possano avere il vantaggio transitorio di versare meno contributi, si potrebbe comprimere questa quota il più possibile, portandola magari molto al disotto del 20%; ma con la conseguenza di un notevole degrado del livello di vita dei pensionati. Come si è detto il beneficio sarebbe transitorio per i lavoratori attuali, dato che saranno penalizzati al momento di andare in pensione. Non c’è infatti alcun motivo perché le prossime generazioni accettino ciò che le precedenti avevano rifiutato. Così, se nell’immediato la fascia attiva sceglierà di privilegiare il reddito del proprio lavoro a discapito di chi è già in pensione, dovrà subire gli effetti della sua scelta una volta raggiunto quel traguardo. In questo senso, i contributi pensionistici rappresentano non già un onere, ma un reddito differito, dato che l’importo dei contributi determina direttamente il livello di vita durante l’intera esistenza da pensionati. A questo punto, si comprende meglio che non si tratta qui di una questione di generosità, bensì di un arbitraggio tra presente e futuro. E’ una scelta che gli individui sono chiamati a fare: se oggi non verso alcun contributo, non avrò nulla domani, quando mi sarò ritirato da ogni attività. O per dirla in termini più enfatici, se oggi rinnego i miei genitori mi espongo al rischio di essere rinnegato dai miei figli. Considerare i contributi pensionistici come un’amputazione del proprio potere d’acquisto è pura miopia. Si tratta in realtà di una perequazione del livello dei consumi per tutta la durata della vita: avere di più oggi vuol dire avere meno domani, e viceversa. Ed è proprio perché viviamo in società che hanno perduto il senso del lungo termine, ove il futuro è svalutato, che tendiamo a percepire i prelievi pensionistici come decurtazioni del nostro tenore di vita. Ci sembra di essere più poveri perché viviamo più a lungo! Ho sentito dire spesso che la creazione di un regime a capitalizzazione darebbe più ricchezza alla popolazione attiva, incrementando il suo risparmio (e quindi il suo patrimonio) e allevierebbe anche le generazioni future, che non saranno costrette a versare contributi maggiorati. Un vero miracolo, dato che tutte le generazioni ne ricaverebbero solo vantaggi! Vale la pena di esaminare più da vicino questo prodigio. Gli attivi dovranno comunque effettuare versamenti ai fondi pensione; e ciò equivale a un aumento dei contributi, e quindi a una riduzione del reddito disponibile. Certo, come contropartita acquisteranno il diritto a una rendita, cioè a una quota di proprietà sulla produzione delle generazioni a venire. Ma allora queste ultime subiranno ugualmente un prelievo sulla produzione realizzata grazie al proprio lavoro, come avviene nel regime a ripartizione. E sarà sempre e solo questo lavoro a permettere di remunerare il risparmio di coloro che avranno cessato ogni attività produttiva. La capitalizzazione dunque non può, su scala della società, ridurre il contributo della popolazione attiva al finanziamento delle pensioni, e sostituirsi ai trasferimenti intergenerazionali diretti (tra i lavoratori e i pensionati che vivono nello stesso periodo). Se non è possibile sfuggire a questi trasferimenti, la loro entità dipende direttamente dal rapporto tra attivi e inattivi, e aumenta inevitabilmente quando cresce il numero di questi ultimi. Nel prossimo cinquantennio, questo aumento è nell’ordine delle certezze, in parte per le conseguenze transitorie del raggiungimento dell’età della pensione da parte della generazione del "baby boom", ma soprattutto per l’effetto permanente delle variabili demografiche: il calo della fecondità e il prolungamento della vita. Esistono vari modi per far fronte a questa situazione; ma tutti comportano la necessità di un arbitraggio tra i consumi durante la vita attiva e quelli differiti al periodo della pensione. La prima possibilità consiste nel mantenere intatto il sistema attuale, lasciando che i contributi aumentino nella misura in cui cresce il numero dei pensionati in proporzione a quello dei lavoratori. Il contratto generazionale è chiaro: ogni generazione accetta di portare l’onere di quella dei genitori, sapendo che una volta adulti, i propri figli faranno altrettanto. Le variazioni demografiche possono dar luogo a sperequazioni apparenti a vantaggio delle generazioni che hanno avuto più figli, come quella che ha raggiunto l’età della pensione negli anni 80; ma in queste disuguaglianze c’è un elemento di equità, poiché quella generazione aveva accettato di sobbarcarsi un maggiore onere per i più giovani, a discapito del proprio tenore di vita. Contrariamente alle affermazioni di alcuni, un sistema del genere non penalizza in alcun modo la crescita: dato che ai contributi degli uni corrisponde il reddito degli altri, la spesa globale non ne risente in alcun modo. Ma si sente dire anche che l’aumento del prelievo disincentiva il lavoro (perché lavorare di più quando lo Stato si prende buona parte del reddito?) e comprime di conseguenza la capacità di offerta dell’economia. Ma si tratta di un pessimo argomento, perché presuppone negli individui una mentalità da cicale, e l’incapacità di rendersi conto che i contributi pensionistici hanno come contropartita un maggior reddito nell’ultima parte della vita. Una seconda soluzione consisterebbe nell’aggiungere una componente di capitalizzazione al dispositivo attuale, senza aumentare i contributi. Che lo si ammetta o no, ciò comporta il sacrificio di alcune classi (quelle che hanno già raggiunto l’età della pensione o la raggiungeranno tra poco) mentre non sono affatto chiari i vantaggi che dovrebbero derivarne alle altre generazioni. Se non si aumentano i contributi quando cresce il numero dei pensionati, la conseguenza è un relativo deterioramento della sorte di questi ultimi. D’altra parte, le generazioni attive dovranno comunque affrontare un maggior prelievo per la loro pensione. Se le loro quote a un regime a ripartizione resteranno stabili, avranno un solo modo per acquisire diritti supplementari sulle generazioni future: quello di versare contributi a un fondo pensione. Il cambiamento non andrebbe dunque a beneficio delle generazioni future – a meno di poter dimostrare che un sistema a capitalizzazione sia più favorevole alla crescita: ma questa questione è ben lontana dall’essere chiarita. Se fosse questa la scelta della società, sarebbe preferibile attuare il nuovo sistema al più presto, affinché le somme capitalizzate consentano effettivamente di integrare le pensioni delle generazioni attive quando giungeranno al termine della loro vita produttiva. Ma c’è un secondo inconveniente in questa soluzione: le somme destinate alla capitalizzazione sono sottratte ai consumi, dal momento che non vanno direttamente a integrare il reddito dei pensionati attuali, come avviene invece nella soluzione precedente. In altri termini, questi versamenti vanno ad accrescere il tasso di risparmio, in un momento in cui questo aumento non è necessariamente auspicabile. La terza soluzione consisterebbe nell’indurre le generazioni attive a "fare" più figli. Così, anche senza accettare aumenti contributivi, i lavoratori di oggi potranno essere certi che a parità di versamenti avranno una pensione superiore a quella dei loro genitori, che dal canto loro saranno più o meno sacrificati, come peraltro anche nell’ipotesi precedente. Di fatto però, quest’ultima "soluzione" non ridurrebbe l’onere dei trasferimenti intergenerazionali a carico della popolazione attiva, poiché la minore spesa per gli anziani sarebbe compensata da un impegno più gravoso per i più giovani. E i suoi effetti sarebbero perenni soltanto se in termini di fecondità le generazioni a venire facessero la stessa scelta dei loro genitori. Altrimenti, andrebbero incontro a un problema analogo a quello dell’attuale "papy boom". Arriviamo così a percepire una verità elementare: meno contributi (ossia meno trasferimenti verso la generazione degli anziani) comportano più figli, e dunque un aumento dei trasferimenti alle giovani generazioni. L’ultima soluzione per alleviare gli oneri delle generazioni future consisterebbe in una modifica del tasso di dipendenza, cioè della proporzione tra pensionati e lavoratori: elevando di un anno l’età della pensione si otterrebbe un risparmio del 5% sulle prestazioni. D’altra parte, elevare l’età del pensionamento vuol dire accrescere il numero dei lavoratori, e incrementare quindi la produzione. In un contesto in cui la speranza di vita aumenta e si rimane più a lungo in buona salute, quali sono gli argomenti che sconsigliano questa soluzione? Risposta: la disoccupazione, e la riluttanza delle imprese ad assumere persone di età superiore ai 50 anni, che paradossalmente sono considerate anziane. Come è noto, la disoccupazione colpisce in misura sproporzionata ai due estremi: i più giovani e i "vecchi". In assenza di un’azione efficace contro la disoccupazione, elevare l’età della pensione non risolverebbe nulla. Non ha senso proporre a chi stenta a trovare un impiego di lavorare più a lungo. Per i più anziani è infinitamente più facile trovare un posto di lavoro dove non c’è disoccupazione giovanile. Quest’ultima è quindi una condizione necessaria, ma non sufficiente; occorre anche far evolvere nelle nostre società il sistema di valori sotteso all’occupazione, tanto da conferire maggior valore all’esperienza, come già sta avvenendo in altri contesti. In presenza di queste due condizioni, non si andrebbe incontro ad alcun aumento dell’onere sociale, dato che un lieve incremento dei contributi pensionistici sarebbe compensato dalla riduzione di altri oneri sociali (per i disoccupati e le famiglie). Delle quattro soluzioni che abbiamo prospettato, nessuna è veramente in grado di alleviare l’onere delle generazioni attive e di quelle future; e alcune comportano un deterioramento della situazione degli attuali pensionati e di chi si avvicina all’età del pensionamento. L’ultima di queste soluzioni riduce l’onere finanziario, ma soltanto al prezzo di un aggravio dell’onere reale, cioè del tempo di lavoro necessario per beneficiare di una pensione non decurtata; ma si tratta di una scelta che la società deve essere libera di fare. Ne possiede i mezzi, dato che qualunque sia la soluzione prescelta, il potere d’acquisto di tutte le generazioni continuerà ad aumentare. Come hanno dimostrato Gaël Dupont e Henri Sterdyniak (Rivista dell’OFCE, N° 68, gennaio 1999), nella prima ipotesi (in apparenza la più costosa), che non inciderebbe sull’età del pensionamento, i contributi dovrebbero aumentare di 0,25 punti l’anno tra il 2006 e il 2036, per un totale di 7,5 punti in trent’anni. Durante lo stesso periodo, la produttività del lavoro aumenterà di almeno 1,75% l’anno. In altri termini il reddito netto, anziché aumentare al tasso suddetto, aumenterebbe "soltanto" dell’1,5% l’anno. Perciò, nell’arco di trent’anni il livello di vita medio della popolazione migliorerebbe nella misura del 56%, contro il 68% previsto nel caso in cui l’età della pensione fosse elevata di 5 anni. Le disuguaglianze tra generazioni non derivano dal "problema" delle pensioni, bensì da quello occupazionale. E’ stata la disoccupazione di massa che per oltre vent’anni ha colpito l’Europa ad inasprire le disuguaglianze tra le generazioni, poiché alcune fasce d’età hanno avuto difficoltà molto maggiori a inserirsi nel mondo del lavoro. Sarebbe grave se con il pretesto dell’equità intergenerazionale si arrivasse ora all’assurdo di abbandonare al degrado la sorte relativa dei pensionati. Eppure, è proprio quello che stiamo facendo, o che lasciamo fare, accettando l’indicizzazione delle pensioni in relazione ai prezzi e non più ai salari. Strada facendo, abbiamo probabilmente dimenticato che siamo tutti futuri pensionati. (Traduzione di Elisabetta Horvat)