L´incubo del ministro che promise miracoli – di M.Giannini

08/11/2002

      venerdì 8 novembre 2002

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      L´incubo del ministro che promise miracoli

              MASSIMO GIANNINI

              NEL giovedì nero dell´economia italiana esplode il conflitto redistributivo sulla legge Finanziaria e salta il tavolo triangolare sulla crisi della Fiat. L´unica che canta vittoria, alla fine di una giornata scossa dalle polemiche ininterrotte e dalle trattative interrotte, è Jessica Rizzo: «Complimenti a tutti i parlamentari», dice la regina dell´eros nazionale. Lei, almeno, ha portato a casa la cancellazione della famigerata porno-tax, che in un impeto di autentico riformismo il parlamentare forzista Falsitta aveva proposto per alzare almeno il tasso di «moralità» della manovra del governo, vista l´impossibilità di elevarne il tasso di equità. Ma a parte il popolo delle luci rosse, il resto del Paese è in assetto di guerra.
              Sulla Fiat rompono i sindacati, che se ne vanno infuriati dall´incontro con il governo e con l´azienda bocciando compatti il piano di ristrutturazione e ritrovando persino l´unità perduta, scioperano i lavoratori da Arese a Cassino a Termini Imerese, e protestano le famiglie bloccando strade e autostrade.

              Sulla Finanziaria rompono praticamente tutti. La Cgil di Epifani (ma questa non è una novità). La Cisl e la Uil di Pezzotta e Angeletti, che vedono vacillare pericolosamente il fragile accordo raggiunto sul maxi-emendamento per gli aiuti al Sud (e questa è una novità). La Confindustria del pentito Antonio D´Amato, che dall´Aquila ripete deluso che «questa non è una Finanziaria di svolta». I presidenti delle Regioni, che abbandonano il vertice con l´esecutivo e disertano i futuri incontri, tutto «fuoco amico» contro Berlusconi visto che a parlare di «manovra insostenibile», di «forte preoccupazione» e di «costi inaccettabili» sono i governatori del centrodestra, da Ghigo a Formigoni, da Storace a Cuffaro. I sindaci dell´Anci, che continuano a lamentare il taglio di 1 miliardo e 700 milioni di euro nei trasferimenti, e si oppongono in blocco alla manovra, di destra e di sinistra, da Albertini a Chiamparino. Da ieri sono in agitazione anche i medici, di ogni sigla e colore: protestano contro la tassa da 5 mila euro che il ministro della Sanità vorrebbe estorcergli ogni anno in cambio del salvacondotto a svolgere l´attività privata fuori dagli ospedali, medici di base e primari parlano di «pizzo sanitario» e di «tangente legalizzata».
              In tutta questa belligeranza c´è qualcosa di più serio e preoccupante, rispetto ai vecchi «assalti alla diligenza» che hanno da sempre contraddistinto le tappe di approvazione delle manovre economiche. La complessità e la vastità degli interessi in conflitto dimostra che in gioco c´è qualcosa di più della semplice autodifesa corporativa ed egoistica delle lobby. La trasversalità e la capillarità delle proteste in aumento conferma che in ballo c´è qualcosa di più del solito rituale tattico-parlamentare che vede naturalmente contrapposte la maggioranza e l´opposizione. Miseramente fallito il Patto per l´Italia, il governo Berlusconi sembra aver perso completamente di vista una base di riferimento nella società italiana. Uno dei «miracoli» che il Cavaliere sembrava aver compiuto con la vittoria elettorale del 13 maggio 2001, e che persino un pezzo di centrosinistra è stato pronto a riconoscergli, era quello di esser riuscito a cementare intorno alla casa delle Libertà un nuovo «blocco sociale». La borghesia produttiva liberista, ma anche il ceto medio liberale, i piccoli padroncini del lavoro autonomo ma anche gli operai della grande industria, i moderati ma anche i giovani in attesa di riforme. Se quel «miracolo» era riuscito davvero, oggi Berlusconi lo sta buttando via. Non si sa più a chi parli, questa maggioranza. E la Finanziaria, come sempre succede, è la prova lampante di questa clamorosa afonìa. Il «documento politico» per eccellenza – nel quale ogni governo riassume ed enfatizza il senso della sua «missione», nel quale inquadra le priorità che nascono dalla sua rappresentanza particolare dentro la cornice dell´interesse generale – è la sintesi più plastica ed efficace della debolezza della coalizione. La manovra è una somma aritmetica di misure specifiche, modeste per entità e per utilità, che non danno e non tolgono, ma producono tensione e confusione. I sindacati sono disorientati e non si fidano, gli imprenditori sono incerti e non investono. Intanto la congiuntura peggiora, l´occupazione diminuisce e l´inflazione aumenta.

              In questo momento il governo sembra capace di offrire solo una «non politica». Lo ha ripetuto anche ieri il superiministro dell´Economia Tremonti, nel suo incontro con le Regioni. «Non posso darvi altri fondi, non ci sono, non c´è il Pil». Il che è in parte vero. Ma dopo un anno e mezzo di governo questa risposta non può più bastare. Se davvero dopo un anno e mezzo «non c´è una lira», tutta la colpa non può essere solo di quei maledetti aerei che hanno distrutto le Twin Towers e hanno sconvolto l´Occidente. E comunque anche quel poco che c´è in termini di risorse spendibili andrebbe canalizzato verso un obiettivo preciso. Se deve essere ancora il rigore, siano altre tasse e anche aumenti di spesa. Se invece deve essere lo sviluppo, si cerchino soluzioni per finanziarlo senza gravare sul ciclo. Tremonti non sceglie né l´uno né l´altro. Si illude di governare l´economia con gli slogan e di rassicurare la gente con qualche bugia: «la Finanziaria fila come un treno», «le pensioni non si toccano, se hai un malato convalescente non gli prescrivi una dieta», «i conti pubblici non ballano». Salvo poi lasciarsi sfuggire, sempre nel vertice con le Regioni, una sortita indegna di un uomo di Stato: «Chi me l´ha fatto fare, ad accettare l´incarico di ministro del Tesoro di un Paese povero…». Se queste parole le ha dette davvero, e se continua a denunciare questa inquietante miscela di arroganza e di pressappochismo, chissà quanti milioni di italiani cominceranno a porsi la stessa domanda. E forse se la pongono anche gli alleati del Polo. Per Tremonti sembra scattata la fase del preavviso: o la barca dell´economia si riassesta entro i primi mesi del prossimo anno, o a marzo del 2003 è possibile che la trimestrale di cassa la firmi un altro ministro, probabilmente costretto a varare anche una manovra aggiuntiva.
              La stessa «non politica» il governo la sta dimostrando nella gestione della drammatica crisi della Fiat. Berlusconi e Tremonti hanno guidato la prima fase del tracollo all´insegna del più spregiudicato «interventismo». Vertici del gruppo di Torino «convocati» ad Arcore, villa privata del Cavaliere e non residenza pubblica del presidente del Consiglio, trattati come inetti malfattori e invitati a farsi da parte, all´insegna del motto che più piace al premier: «ghe pensi mi». Trattative con le banche creditrici, mega-piani per l´ingresso dello Stato nel capitale del Lingotto, contatti con Bruxelles per non incappare nelle procedure di infrazione Ue. Nel frattempo, ampie garanzie alle migliaia e migliaia di lavoratori in esubero, soprattutto negli stabilimenti del Sud e della Sicilia, dove il Polo ha vinto le elezioni con il famoso «cappotto», 61 collegi a 0 contro l´Ulivo. Ma ora, seconda fase del tracollo, la linea è cambiata. Acquisita con colpevole ritardo la consapevolezza che, di nuovo, in cassa «non c´è una lira», l´ipotesi di un ingresso del Tesoro nel capitale della Fiat per trasformarla in un nuovo modello di azienda delle Partecipazioni Statali è tramontata.

              Ma non si vedono in campo ipotesi alternative. C´è il piano industriale del gruppo, già bocciato all´unanimità dai sindacati, respinto sdegnosamente dal governo nel vertice ad Arcore con Paolo Fresco, ma ora stranamente promosso dal ministro del Welfare Maroni. Che in queste condizioni si sia arrivati ieri al clamoroso e doloroso rovesciamento del tavolo triangolare è davvero il minimo che poteva capitare. «Nel dramma della Fiat c´è il problema del futuro dell´industria italiana», dice giustamente Gianni Letta, plenipotenziario del Cavaliere. Ma cosa vuole fare il governo per evitare quel dramma e risolvere quel problema? Anche questa domanda non ha una risposta. Ma anche in questo caso, alla politica si richiede una scelta. Di qualunque genere, purché almeno sia una scelta, di cui ci si assume fino in fondo la responsabilità. Può oscillare tra due estremi. Se vuole incarnare una destra assistenziale, Berlusconi trovi il soggetto pubblico che si compra una quota del Lingotto, ottienga il placet di Monti, liquidi il socio americano e non licenzi un solo lavoratore. Se vuole rappresentare una destra radicale, abbandoni il gruppo al suo destino, e trovi la famiglia Agnelli (se ne è capace) il modo di uscire da questo disastro: in fondo il bello del capitalismo è che le imprese possono anche fallire. Tra questi due estremi, ci sono tante possibili scelte intermedie. Il governo le sta studiando? Non si sa. Anche qui, ci si deve accontentare delle solite battute di Tremonti: «Seguiamo il caso, con tutti nostri mezzi». Se i risultati sono questi, è meglio che si occupino d´altro. Magari di porno-tasse. Almeno in quel ramo qualche «lavoratore» lo hanno accontentato