L’Ilo boccia l’Italia in lavoro

02/09/2004





 
   
2 Settembre 2004
ECONOMIA




 
CAPITALE/LAVORO

L’Ilo boccia l’Italia in lavoro
Rapporto 2004: siamo solo ventesimi nella classifica sulla «sicurezza socioeconomica»

GIOVANNA FERRARA

La certezza di un reddito produce sicurezza sociale. Lo dice l’Ilo (organizzazione internazionale del lavoro) che ieri ha ieri pubblicato una classifica su come viene assicurata la «sicurezza socio economica», su come, cioè viene tutelato il lavoro in oltre 90 paesi. La ricerca ha cercato di essere il più possibile «completa». Per condurre l’indagine sono stati presi in considerazione, infatti, vari capitoli: possibilità di trovare un impiego, di non incorrere in licenziamenti immotivati, prospettive di avanzamento professionale, garanzie di tutela nel caso di incidenti. Mal posizionata l’Italia, che nella graduatoria occupa solo la ventesima posizione (preceduta da quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale con la Svezia risultata prima), toccando addirittura la trentaduesima con riferimento alla voce «mercato del lavoro» e la ventiquattresima relativamente alla «sicurezza del reddito». Proprio quest’ultimo indice, calcolato in termini di protezione e di livelli di ineguaglianze, è, tra l’altro, risultato il più funzionale nell’assicurare buoni standard di soddisfazione e sicurezza sociale. Come sottolinea Guy Standing, responsabile del progetto «se si dispone di 100 dollari a settimana ci si sente più sicuri di quando se ne ricevono 120 una settimana, 80 quella successiva e chissà quanto la seguente…». L’aumento del reddito è infatti risultato essere un indicatore della «felicità nazionale» poco adeguato «nella misura in cui i paesi ricchi diventano sempre più ricchi»: una rapida crescita economica genera, infatti, «solo una leggera ripercussione sulla sicurezza calcolata sul lungo termine. Questo vuol dire che un’espansione a livelli sostenuti non genera automaticamente le condizioni per una maggiore stabilità economica, necessitando anche di adeguate politiche sociali di accompagnamento».

Se, cioè, i governi non si impegnano su tutte le problematiche occupazionali, facendo attenzione a uno sviluppo armonioso del mercato del lavoro, che garantisca una collocazione sicura e, al contempo, adeguata della forza-lavoro nazionale, avrà sempre da scontare, in termini di insicurezza sociale, gli effetti delle diseguaglianze di origine. L’Italia ne è un esempio: il suo posizionamento nella classifica oscilla di molto a seconda del parametro di riferimento adottato. E sconta, soprattutto, la scarsa sensibilità nei confronti delle insicurezza generate da una precarietà istituzionalizzata. Secondo i risultati dell’indagine, compiuta su oltre 48 mila lavoratori, la «certezza di un impiego sta diminuendo a causa soprattutto dell’informalizzazione economica, della contrattazione esterna e delle riforme di regolamentazione». A proposito di riforme, quelle introdotte dalla legge 30, stando alle indicazioni dal rapporto, avendo generato un diffuso senso di instabilità, produce come effetto secondario anche quello della maggiore insicurezza collettiva, come sottolineato anche da una recente ricerca del Nidil Cgil. E non è tutto. L’Ilo avverte anche che, nelle analisi sulla stabilità sociale, occorre inoltre considerare gli effetti prodotti dall’«aumento della frequenza e dell’intensità delle crisi economiche nel corso del periodo recente della globalizzazione (dal 1980 in poi). I risultati, cioè, vanno nel senso opposto alle speranze di coloro che credono nei benefici di una rapida liberalizzazione economica, foriera di malesseri e tensioni sociali. Infatti «la sicurezza economica – spiega Standing – crea comportamenti responsabili, l’opposto, invece, genera violenza». La diseguaglianza nelle politiche occupazionali è pertanto un potente fattore di rischio. Questo si rispecchia nel fatto che alcuni paesi a basso reddito (soprattutto quelli dell’Asia meridionale e del sud est asiatico) raggiungono, nel complesso, risultati migliori di molti paesi ricchi. Il rapporto dell’Ilo indica, pertanto, come necessaria l’adozione di «schemi universali fondati sui diritti in grado di assicurare agli individui una stabilità di base, anziché ricorrere a forme di tutela selettive calcolati sulla disponibilità di risorse».

La fotografia scattata dall’organizzazione mondiale del lavoro non fa, comunque, sperare in una società migliore a breve: solo una persona su dieci (l’8% della popolazione mondiale) vive in un paese dove il lavoro viene tutelato adeguatamente. Molti lavoratori dei paesi in via di sviluppo non hanno contatto con i sindacati. La condizione occupazionale femminile è, in media, peggiore di quella maschile. «Fino a quando – ha dichiarato il direttore generale dell’Ilo, Juan Somavia – non renderemo le nostre società più eque e la globalizzazione più inclusiva, pochi potranno raggiungere la sicurezza economica e un lavoro dignitoso».