L’Ikea scopre le sue pasionarie

24/09/2007
    lunedì 24 settembre 2007

    Pagina 15 – Cronache

    La storia
    Accuse ai dirigenti e paura di perdere il posto

      L’Ikea scopre
      le sue pasionarie

        Roma, sette donne guidano la rivolta dei precari

          FRANCESCO RIGATELLI

            Ho gli occhi puntati addosso, non posso parlare, dobbiamo sentirci domani». Elisabetta Pellegrini, sindacalista interna dell’Ikea di Roma, sembra un personaggio del film «Bread and Roses» di Ken Loach. Eppure no, la vita non è un film. E ancora oggi, nel 2007, c’è un gruppo di donne che vorrebbe solo servire bene i clienti dell’azienda in cui lavora, essere mamma con dignità e tornare a casa la sera dalla famiglia con un sorriso. Ma non ci riesce. «Ikea controlla i miei spostamenti e posso stare sicura che tutto ciò che dico dopo dieci minuti è già a conoscenza dell’ufficio personale», lamenta Pellegrini, una delle sette donne «purtroppo per loro» che compone il sindacato interno.

            Una situazione di malcontento che è arrivata al limite dopo il cambio di orario per i part time da 600 euro al mese del mercatone dell’Anagnina a Roma. «L’azienda non ha concordato con i dipendenti i nuovi turni e questo è contrario alla legge. Qui ci sono circa 450 lavoratori, ma quasi solo i dirigenti hanno un contratto a tempo pieno. Il resto sono giovani e soprattutto donne da venti o trenta ore lavorative settimanali, i cui diritti vengono calpestati più facilmente. Ora siamo in 150 a lamentarci. Meritiamo un nuovo contratto. E i ricatti non sono più accettabili», denuncia Pellegrini.

            Sabato scorso infatti i dipendenti della catena svedese hanno incrociato le braccia, tanto da costringere l’azienda alla chiusura di alcuni reparti. «E’ da un anno e mezzo che lavoriamo sotto pressione, sentiamo promesse a vuoto e, se ci ammaliamo, non abbiamo garanzia di ritrovare il posto al ritorno», sono state in quell’occasione le parole di un’altra donna Ikea, Chicca Franca. Alberto Farina, capo del personale, si dimostrava «sorpreso della protesta», dando la colpa del malcontento al «calo delle vendite del 35% dopo l’apertura di una succursale», e davanti all’assemblea dei lavoratori si riservava di rispondere in futuro.

            Emanuela Scodinu, altra donna orgogliosamente Ikea, almeno quanto sarda, contesta questa impostazione: «Ikea logora psicologicamente i suoi lavoratori. Prima d’oggi è sempre esistito un dialogo. Ma stavolta no, perché l’azienda ha introdotto ai posti di comando uomini noti per aver messo altrove i dipendenti in brutte situazioni. Dirigenti accompagnati alla porta in altre realtà, qui sono riusciti a trovare un posto. Dov’è finita la nostra diversità svedese?». Anche Elisabetta Pellegrini se lo domanda. E ricorda che non è sempre stato così. «Il pubblico in questi ultimi mesi si stupisce della poca pulizia dei locali e dei bagni, lamenta un peggioramento del servizio e una deprofessionalizzazione degli operatori. Nel 2000, quando Ikea è entrata in Italia, non si cercava di risparmiare da ogni parte, anche sui contratti di pulizia, ma si seguiva un metodo nobile che metteva il cliente al centro dell’attenzione. E’ su questo spirito che io e tante mie amiche abbiamo deciso di investire qui il nostro tempo. Poi però il fatturato si è abbassato, perché in Italia sono spuntati tanti imitatori di Ikea. E dei 36 mila visitatori giornalieri durante i weekend del 2000 ne è rimasta la metà».

            C’è anche da aggiungere che la stessa Ikea, se prima era rappresentata solo a Milano e Bologna, ora ha moltiplicato la sua offerta con sedi a Roma e Firenze, ma anche Bari e Napoli. Dunque, mezzo sud non ha più la necessità di salire fino a Roma per risparmiare sull’acquisto di una cassettiera come qualche anno fa. Novità che però fa emergere una differenza nel trattamento dei lavoratori.

            «A Milano – dice Pellegrini – i sindacalisti non sono boicottati come noi. Sono più liberi. Non è come qui, dove i colleghi mi chiedono di incontrarmi fuori… per cui qualche pressione gli verrà pur fatta. A Milano i componenti la rappresentanza sindacale hanno un’email aziendale per tenersi in contatto e farsi valere nei confronti degli altri uffici interni. Noi invece siamo un’entità clandestina».

            Paola Nota, delle sette donne Ikea alla testa della protesta, è l’unica iscritta alla Cgil. E’ d’accordo con Pellegrini, iscritta alla Uil, e Scodinu, tesserata Cisl, ma al telefono pare intimorita e non aggiunge altro alle parole delle amiche. Anche perché, nella rappresentanza sindacale aziendale che le vede tutte e tre presenti, ci sono altre quattro signore. Totale sette, appunto. Ma Paola Nota è l’unica rimasta della Cgil. Questo, solo da poco. Da quando le altre hanno dato le dimissioni.