Licenziamento non più «tabù»

16/07/2001

Il Sole 24 ORE.com




    Nel pacchetto sulle flessibilità anche la revisione dell’obbligo di reintegro previsto dall’art.18 dello Statuto

    Licenziamento non più «tabù»
    Incentivati conciliazione e arbitrati – Meno vincoli a part-time e interinale – Ribadita la concertazione
    Nicoletta Picchio
    ROMA – Dai licenziamenti al part-time, passando per una presenza forte dei privati nel collocamento. Insieme a una decontribuzione dei contratti aziendali, per favorire la riforma della contrattazione. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, sta lavorando a una vera e propria svolta sul tema della flessibilità del mercato del lavoro. Senza tabù: accanto a una "deregulation" sui cosiddetti contratti atipici per rendere ancora più snella la flessibilità in entrata, Maroni vuol intervenire anche sulla flessibilità in uscita. Quindi sui licenziamenti e sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allo studio ci sono alcune ipotesi, a partire dalla conciliazione e l’arbitrato (è la soluzione più accreditata). «Una soluzione senza strappi», si preoccupano di precisare fonti del ministero. A conferma del fatto che il ministro del Welfare vuol procedere cercando l’accordo con le parti sociali. Le linee guida dell’intervento sulla flessibilità saranno già inserite nel Dpef che sarà presentato lunedì. Dopodiché a settembre, secondo le intenzioni di Maroni, partirà il negoziato con imprenditori e sindacati per arrivare a un nuovo patto sociale. Obiettivo strategico, indicato nel Dpef, l’innalzamento del tasso di occupazione del Paese, oggi a quota 53,5%, di gran lunga inferiore rispetto al 63 della media Ue o rispetto al 72 dell’Inghilterra. Più basso ancora quello delle donne, sotto il 40. Il Dpef fisserà anno dopo anno le "tappe" dell’aumento fino al 2006. Un passo avanti necessario, a detta del Governo, per aumentare la quota di popolazione attiva e allargare la base di lavoratori che partecipa ai costi del Welfare. Ma la crescita dell’occupazione passa attravero una serie di interventi di flessibilità. E Maroni sta preparando la ricetta: innanzitutto occorre favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, obiettivo che il ministro vuol raggiungere dando spazio ai privati e aprendo le porte alle società di lavoro interinale (oggi in base alla norma non possono farlo). Formalmente i privati già potrebbero operare ma restano tanti e tali vincoli, dicono al ministero, che di fatto sono rimasti fermi. Altro capitolo, il part-time: Maroni vuol rivedere la norma che ha recepito la direttiva Ue, rendendola più flessibile. Inoltre, dopo le nuove regole fissate per i contratti a tempo determinato, il ministro vuol rendere più agile il ricorso all’interinale, per evitare che si sovrapponga al contratto a termine. L’intento è di aumentare i lavori "non standard", oggi da noi al 16%, partendo dalla considerazione che per i lavoratori è meglio un’occupazione regolare, anche se "atipica", piuttosto che la giungla del sommerso. Quanto alla flessibilità in uscita, l’articolo 18 nel Dpef non sarà citato. Ma il ministro l’ha detto chiaramente: vuol intervenire anche sul versante dei licenziamenti. Senza lacerazioni con il sindacato che ha già detto no ad una revisione dello Statuto su questo punto. Maroni cerca l’accordo e sta pensando ad una serie di interventi e di alternative credibili a praticabili al reintegro, a partire alla conciliazione e dall’arbitrato (la controversia in questo caso non finirebbe davanti al giudice ma ad una commissione arbitrale). E nel sindacato c’è chi pensa che, pur senza toccare l’articolo 18, si potrebbero tentare soluzioni sperimentali, per esempio non applicandolo per un periodo di tempo ai lavoratori atipici, in cambio dell’assunzione a tempo indeterminato. L’idea del ministro è di realizzare uno scambio tra previdenza e mercato del lavoro, due facce della stessa medaglia. Quanto alla riforma della contrattazione, il ministro del Welfare ha intenzione di "accompagnarla" con una decontribuzione della contrattazione di secondo livello. Al ministero non nascondono che sarebbero favorevoli ad una riforma che rafforzi la contrattazione aziendale, facendo in modo che il salario sia sempre di più legato alla produttività. Ma, precisano, è una materia che riguarda le parti sociali: saranno industriali e sindacato a trovare l’accordo. Maroni, comunque, auspicherebbe che anche questo tema possa rientrare nel patto sociale. Intanto sulla riforma della contrattazione è scontro tra Confartigiatano e Cgil. La Confartigianato è pronta ad aprire il negoziato entro luglio per realizzare un nuovo modello: il contratto nazionale dovrebbe sostanzialmente sparire per lasciare spazio ad un contratto regionale. Il segrertario Francesco Giacomin l’ha messo nero su bianco in una lettera inviata alle strutture della sua organizzazione, dichiarando di voler aprire il tavolo con Cisl e Uil: la Cgil non è citata, non per una svista, ma per la sua dichiarata indisponibilità a discuterne. Dura la reazione della Cgil: «sono indignata per il nuovo stile di relazioni sindacali della Confartigianato», ha detto la sindacalista Carla Cantone. Menre Giacomin replica: «spiace che sia stato fatto uso strumentale di una comunicazione riservata, non vorremmo che fosse un alibi per chi non vuole parlare dell’argomento».
    Sabato 14 Luglio 2001
 
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