Licenziamenti, più tutele dalla Ue

17/10/2003


      Venerdí 17 Ottobre 2003

      NORME E TRIBUTI
      Lavoro


      Licenziamenti, più tutele dalla Ue

      I giudici comunitari condannano l’Italia per l’incompleto recepimento della direttiva 98/59

      BARBARA PEZZOTTI


      DAL NOSTRO INVIATO
      BRUXELLES – Associazioni e sindacati sono datori di lavoro, quindi anche per loro valgono le regole stabilite dalla direttiva comunitaria 98/59. Si è così conclusa ieri, con una vittoria della Commissione Ue, la disputa con l’Italia sullo spinoso tema dei licenziamenti collettivi (causa C-32/02).
      La Corte di Giustizia europea ha infatti stabilito che la normativa italiana «è parzialmente incompatibile» con la direttiva europea che mira a rafforzare la tutela dei lavoratori in caso di licenziamenti collettivi e che l’ombrello protettivo previsto dalla direttiva 98/95 va quindi esteso ai dipendenti di sindacati, fondazioni, associazioni, partiti politici ed altre associazioni senza scopo di lucro.
      Secondo la Corte, la legge 223/91 (che contiene norme in materia di cassa integrazione, mobilità, trattamenti di disoccupazione, attuazione di direttive della Comunità europea e avviamento al lavoro) farebbe esclusivo riferimento ai licenziamenti collettivi effettuati dalle imprese, ovvero dai soggetti economici qualificabili come imprenditori. Infatti, per il diritto italiano (l’articolo 2082 del Codice civile), le persone, gli organismi o gli enti pubblici e privati che non perseguono uno scopo di lucro non possono essere inquadrati con la nozione di imprenditore, né pertanto essere qualificati alla stregua di imprese.
      Un ostacolo, questo, per la piena applicazione della direttiva 98/59. La Commissione aveva ritenuto che – come riassume la Corte – «la direttiva 98/59, pur non contenendo alcuna definizione della nozione di datore di lavoro, trovi applicazione nei confronti di tutti i datori di lavoro, che perseguano o meno uno scopo di lucro. Dato che la direttiva prevede precise eccezioni per quanto riguarda il suo ambito di applicazione, gli Stati membri non potrebbero limitare quest’ultimo interpretando restrittivamente taluni termini utilizzati da tale disposizione, in particolare il termine "datore di lavoro"».
      La Commissione Ue si era quindi rivolta ai giudici, ritenendo che la normativa italiana di recepimento della direttiva 98/59 avrebbe creato «un’esenzione legale per tutti i datori di lavoro che nell’ambito della loro attività non perseguono uno scopo di lucro, pur occupando centinaia di persone o godendo di grande rilevanza economica».
      Tra questi figurano sindacati, fondazioni, partiti politici, e associazioni. L’Esecutivo europeo, sottolinea la Corte, ha preso la decisione anche in seguito a una serie di reclami relativi a casi concreti di mancata applicazione della normativa italiana per licenziamenti collettivi a lavoratori dipendenti di organismi senza fini di lucro, come la Coldiretti e la Confcommercio.
      La Corte di Giustizia ha dato ragione alla Commissione e ha richiamato il nostro Paese stabilendo che il termine "datori di lavoro" si riferisce anche a chi, nell’ambito della propria attività, non persegue scopo di lucro. «Come risulta dalla stessa formulazione dell’articolo 1 della direttiva – spiega la Corte – tale disposizione si applica ai licenziamenti collettivi effettuati da un "datore di lavoro" senz’altra distinzione, cosicché essa riguarda tutti i datori di lavoro. L’interpretazione contraria non sarebbe neanche conforme alla ratio di tale direttiva».
      La sentenza della Corte arriva prima che la normativa italiana abbia potuto attuare il già previsto riavvicinamento tra le legislazioni. Infatti, l’articolo 20 della Comunitaria 2002 (legge 3 febbraio 2003, n. 14, pubblicata sul supplemento ordinario alla «Gazzetta Ufficiale» n. 31 del 7 febbraio 2003), per sanare queste differenze aveva delegato il Governo – entro un anno dall’entrata in vigore, cioè dal 22 febbraio scorso – a modificare la legge 223, proprio in relazione alla causa C-32/02.