Licenziamenti, Maroni stringe i tempi

20/06/2002



20.06.2002
Licenziamenti, Maroni stringe i tempi

di 
Bianca Di Giovanni


 Accordo vicino sul mercato del lavoro. Le parti sociali e il governo all’unisono non nascondono che la trattativa potrebbe arrivare oggi alle battute conclusive, proprio nel giorno in cui partono gli scioperi indetti dalla Cgil – che non partecipa al tavolo e quindi non si unisce al coro – in Campania e Lombardia. Dunque, scontro in fabbrica, e intesa a Palazzo? La Cisl e la Uil si «apprestano a fare un accordo che prevede la modifica dell’articolo 18: ne risponderanno loro», è il commento a caldo del leader Cgil Sergio Cofferati.

Che si sia arrivati alla stretta finale lo spera Antonio D’Amato, lo vuole il ministro del Welfare Roberto Maroni («faremo una proposta ultimativa»), lo negano molto genericamente Cisl e Uil, ma lo conferma il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi che parla di una bozza complessiva dell’esecutivo. In ogni caso per oggi si prevede – stando alle voci – un’intesa di massima su ammortizzatori sociali (con uno stanziamento annuo di 6-700 milioni di euro) e sospensione dell’articolo 18, «ridotta», sembra, ad una sola ipotesi delle tre iniziali, quella per le aziende che superano la soglia dei 15 dipendenti. Insomma, la più pericolosa («che accadrà a chi è già sopra quel limite? Se si spinge per l’uniformità di trattamento cosa si risponde?», si chiede Cofferati). Ma oggi non si firmerà. L’evento arriverà in pompa magna il 2 luglio, quando Palazzo Chigi farà il secondo round di consultazione su Dpef e tavoli aperti con le parti sociali (oltre al lavoro, fisco, Mezzogiorno e sommerso). E allora si salvi chi può: cifre e stanziamenti «annegheranno» nelle filosofie Tremontiane.

Per ora, comunque, siamo agli annunci. E ad una marea di indiscrezioni anche molto dettagliate, che non nascondono comunque qualche cono d’ombra su una strada apparentemente in discesa. I sindacati vogliono chiarire per quanto tempo si stanzieranno quei 7-800 milioni di euro destinati a finanziare la nuova indennità di disoccupazione. Certo, se fosse una tantum sarebbe una beffa.


Quanto all’«architettura» del nuovo Welfare, Indiscrezioni riportate da
Il Nuovo parlano di una «bozza» di riforma degli ammortizzatori stilata da Cisl e Uil che oggi arriverà sul tavolo. Il documento sarebbe composto di quattro capitoli preceduti da una premessa. Tutto ruota attorno all’indennità di disoccupazione, che passerebbe dall’attuale 40 al 60% della retribuzione nell’arco di 12 mesi con un meccanismo del décalage (più all’inizio, meno alla fine). Per il Mezzogiorno si prevedrebbero tre mesi in più di sussidio. La durata massima del trattamento sarebbe stabilita in 36 mesi nell’arco di 5 anni. Tra le novità, l’introduzione di requisiti minimi per l’accesso all’indennità anche dei lavoratori flessibili e programmi formativi obbligatori di aggiornamento. Sanzioni (tra cui la perdita del diritto all’indennità) sarebbero previste per chi rifiuta un’occupazione o un corso formativo, o chi lavora in «nero».

Sulla formazione avranno pieni poteri gli enti bilaterali (costituiti da rappresentanti aziendali e sindacali), che ne cureranno la gestione e la programmazione. Le imprese che versano contributi agli enti godranno di incentivi fiscali. I settori che non usufruiscono di tutele dovrebbero utilizzare il trattamento di disoccupazione base. La «bozza»prevede infine l’«ammortizzatore di ultima istanza» destinato a coloro che versano in particolare stato di disagio.

Sarà inevitabile intrecciare i risultati dei tavoli con le prospettive del Dpef, e la miscela si preannuncia esplosiva. La teoria del bastone e la carota (cara a Giulio Tremonti) potrebbe nascondere un micidiale gioco illusionistico, in cui si finge di concedere. Come nel caso dell’articolo 18, dove si finge di arretrare da tre casi a uno, ma in realtà si aggiunge l’uno allo zero iniziale. Insomma, quel «patto per il Paese» invocato dal premier mercoledì potrebbe rivelarsi una gigantesca trappola mortale.