Licenziamenti, i dubbi delle Regioni

23/01/2002






Per la Cgil gli scioperi andranno avanti. Il segretario generale della Cisl, Pezzotta: astensione generale non in vista

Licenziamenti, i dubbi delle Regioni


«Lavoro, riforma centralista». Sacconi: sulla delega il sì della Commissione Affari costituzionali

      ROMA – Non piace alle Regioni la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo. Ieri, nella commissione Lavoro del Senato, la Conferenza dei presidenti delle Regioni ha consegnato un lungo documento che critica l’«assetto centralista» che sarebbe contenuto nel disegno di legge delega in discussione. Le Regioni ritengono che, dopo la riforma costituzionale in senso federalista, le materie del lavoro non siano più di competenza esclusiva dello Stato. «Le Regioni – ha detto Giuseppe Scopelliti (assessore al lavoro della Calabria) a nome della Conferenza – ritengono che tutela e sicurezza del lavoro siano materie di competenza concorrente e che le politiche attive del lavoro siano di competenza esclusiva delle Regioni». Nel documento si conferma inoltre la contrarietà della Regione Lazio all’inserimento nella riforma delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che regola i licenziamenti). Immediata la replica del governo. Il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, osserva come proprio ieri il provvedimento del governo abbia ricevuto il parere favorevole delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. Il voto, dice Sacconi, dimostra che «la delega è coerente col nuovo disegno costituzionale: dentro la cornice della riforma le Regioni potranno integrare la loro disciplina del lavoro». Il dissidio tra governo e Regioni ha comunque buone possibilità di comporsi durante l’iter parlamentare del provvedimento, mentre più difficile è trovare una via d’uscita dallo scontro fra lo stesso governo e i sindacati. A Palazzo Chigi si stanno valutando tutti i possibili margini di manovra per aprire una trattativa su lavoro, pensioni, fisco e contratti pubblici. Ma il governo, per farlo, vuole prima individuare una qualche base d’intesa, almeno con la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti. La Cgil, con il vicesegretario Guglielmo Epifani, conferma infatti la linea dura: gli scioperi andranno avanti fino a quando il governo non avrà ritirato le modifiche all’articolo 18. E il segretario dei metalmeccanici Cgil, Claudio Sabattini, aprendo ieri il congresso della Fiom, ha proposto lo sciopero generale, invitando la Cgil a proclamarlo «da sola», se necessario.
      Cisl e Uil sperano invece in una riapertura della trattativa. «Il governo, se c’è, batta un colpo», dice Raffaele Bonanni (Cisl). Lo sciopero generale non è in vista, spiega Pezzotta. «Noi non vogliamo sfide all’Ok Corral», aggiunge Angeletti. Il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, ribadisce: «Pronti al dialogo, ma senza diktat». L’altro ieri il leader della Lega, Umberto Bossi, ha invitato lo stesso Maroni, leghista anche lui, a «non morire sulle barricate» dell’articolo 18. Il senatore Giovanni Agnelli ha detto che sui licenziamenti «non bisogna drammatizzare». Le condizioni per attenuare le modifiche all’articolo 18 sembrano quindi esserci. Ma il sindacato non si accontenta: vuole il ritiro integrale delle modifiche. «Ma noi – spiegano i collaboratori di Maroni – non possiamo perdere la faccia».
Enrico Marro


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