Licenziamenti, fronda anti D’Amato in Confindustria

03/04/2002


Licenziamenti, fronda anti D’Amato in Confindustria
di 
Bianca Di Giovanni


 Il malumore avanza a ritmi incalzanti. Come un fiume carsico non esce in superficie (non sta bene), ma scorre impetuoso nel «sottosuolo», cioè in riunioni riservate (per non dire «carbonare») o in telefonate appena bisbigliate. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun commento pubblico, a parte qualche voce isolata (come l’attacco di Carlo Callieri dalle colonne dell’Espresso). Eppure c’è chi giura che tra gli imprenditori le cose stanno inesorabilmente cambiando. La linea D’Amato – così ossessivamente appiattita sull’articolo 18 da modificare – mostrerebbe più di uno scricchiolio, quasi una crepa. L’epicentro del sisma, sempre stando alle indiscrezioni, è quel nord-est operoso che appena due anni fa lo incoronò al vertice di Confindustria e che ora, se potesse, addirittura lo defenestrerebbe. Un primo confronto è in programma questa settimana in Veneto, dove il presidente incontrerà il Consiglio regionale degli industriali. L’onda lunga si allarga, però, anche ad altre aree del Paese. A quanto pare lo stesso Cesare Romiti – artefice (involontario?) della sua irresistibile ascesa – oggi rivede in senso critico il passato.

Cambiare? Per il momento è impossibile. Non solo perché le elezioni ci sono solo tra altri due anni (a maggio è prevista una verifica formale), ma soprattutto perché all’orizzonte non si vede nessuna alternativa. I grandi non si espongono più, e si guardano bene dal candidarsi. I piccoli soffrono del male contrario: tutti vorrebbero presentarsi. Così non resta che quel masaniello venuto dal caldo che continua a batter pugni sul tavolo – a costo di romperlo – mentre il Paese non chiede altro che pace sociale.

Qualcosa deve aver capito anche lui, il presidente inviso alla Fiat e amico del Mezzogiorno. La strategia di Viale dell’Astronomia sembra all’esterno in leggero cambiamento dalla morte di Marco Biagi, evento che ha colpito profondamente e sinceramente il leader degli industriali. Da lì è iniziato un percorso che sembra portare a conclusioni più moderate. In una recente intervista ad un quotidiano del Mezzogiorno D’Amato ha chiesto di ripartire dal Libro Bianco (dove l’articolo 18 non compare) per riaprire il dialogo. In qualche modo è la stessa mossa che sta tentando di fare una parte della maggioranza (destra sociale di An e i centristi dell’Udc) per ricucire lo strappo con i sindacati. Il presidente non parla né di congelamento, né tantomeno di stralcio. Si limita a «de-focalizzare» l’attenzione dal punto di crisi più «caldo», allargando il perimetro della trattativa.
D’Amato non va oltre, nonostante il pressing che anche al Sud sta subendo, soprattutto da parte dei più eminenti esponenti della gerarchia ecclesiastica. Nei giorni scorsi il vescovo di Napoli Michele Giordano, quello di Caserta Raffaele Nogaro ed il vescovo emerito di Acerra Antonio Riboldi avevano «bollato» la linea voluta da Confindustria come «una lesione dei diritti umani» ed una «sfida di tipo politico». Accuse dure, che probabilmente hanno avuto un peso nella scelta di toni più morbidi da parte del leader confindustriale.

Di più si saprà probabilmente a Parma (12-13 aprile) al tradizionale convegno di Confindustria, e sicuramente dopo lo sciopero generale – ormai inevitabile – quando le pedine torneranno a muoversi. Intanto tra gli industriali proseguono le schermaglie a microfoni spenti. Nel Veneto il presidente degli imprenditori Luigi Rossi Luciani assicura alla stampa locale l’appoggio al presidente. Ma subito aggiunge: «Confindustria ha fallito sul piano della comunicazione». E non solo. Anche sulle priorità tra Roma e Venezia non ci sono punti di contatto. Certo, parlare di libertà di licenziare in una zona in cui non si riesce a trovare manodopera è come vendere ghiaccio al polo nord. Le province con la più alta densità imprenditoriale del Paese (a Treviso c’è un’azienda ogni otto abitanti) blandiscono gli operai (specialmente quelli specializzati) con ogni forma di riconoscimenti, premi aziendali, superminimi, pur di farli restare in fabbrica. Figuriamoci se si preoccupano dell’articolo 18. Cosa vogliono? Formazione continua, riforma del mercato del lavoro, ammortizzatori sociali, dichiarano alla stampa. Insomma, il Libro Bianco di Biagi, anche se poi, in separata sede, chiedono senza mezzi termini di pagare meno tasse, avere più strade (come si fa senza pagare le tasse?) e soprattutto più lavoratori stranieri da occupare. Richieste rimaste totalmente insoddisfatte, tanto che la delusione verso il governo è forse più forte di quella nei confronti di Confindustria.
Aria un po’ diversa si respira in Lombardia, dove alla mano libera sui licenziamenti ci tengono eccome. Altrimenti si delocalizza in Romania (come se senza articolo 18 il costo del lavoro potesse diventare paragonabile a quello dell’Est europeo). Ma poi, alla fine, se si esce dagli slogan, si capisce subito che anche qui le priorità sono altre. Meno tasse e meno contributi: questa la prima richiesta del presidente di Assolombarda Michele Perini all’indomani della sua elezione nel giugno del 2001. Di «flessibilità» (si fa per dire) nel mercato del lavoro neanche un accenno meno di un anno fa. Altroché priorità irrinunciabile. Insomma, tra i vescovi a sud e gli imprenditori a nord, la strada di D’Amato si fa sempre più stretta e non è detto che non svolti definitivamente.