Licenziamenti collettivi in corso

23/06/2003


domenica 22 giugno 2003

E c’è chi "butta fuori" per riassumere, ovviamente "a progetto", come "prescrive" la legge
Licenziamenti collettivi in corso. Dalla moda alleTlc la scure dei tagli

Licenziamenti collettivi in corso. Sarà perché i venti della ripresa stentano a soffiare sull’Italia? Sarà forse perché l’inflazione è ferma e non accenna a diminuire? O sarà, invece, perché è più facile licenziare? In fondo le leggi, quelle più recenti, aiutano. In vista, c’è solo un futuro di precarietà. Sono sei i milioni di "atipici" in Italia. Ormai rappresentano il 27% degli occupati, poche certezze, pochi diritti e, in prospettiva, un trattamento pensionistico risibile. Ed è certo che questo "pianeta di invisibili" è destinato ad aumentare.

Nel frattempo la grande industria licenzia, a volte anche per riassumere, co. co. co naturalmente, applicando alla lettera le nuove disposizioni normative contro le quali il referendum sull’articolo 18 rappresentava un vero argine. E’ il caso della Pharma Shop, un’azienda che distribuisce prodotti farmaceutici. Ha 14 punti vendita, 30 dipendenti a tempo indeterminato e una decina a tempo determinato. L’azienda sostiene di avere problemi di bilancio e per questo sarebbe "costretta" a licenziare. Ma di fatto non è così. «L’intenzione – denuncia la Filcams Cgil – è chiara. Licenziare tutti i dipendenti per poi sostituirli con altri che abbiano un rapporto di lavoro immediatamente revocabile». Una delle tante forme selvagge che hanno reso «flessibile» il lavoro nel nostro paese. Una pensata, notevole. Mettere in piedi un’impresa praticamente senza dipendenti. Nessun obbligo, nessun dovere, solo collaboratori o partecipanti.

Anche il comparto moda è a rischio. L’ultimo quadro presentato dal presidente della Camera nazionale della moda italiana, Mario Boselli, ha dipinto un quadro a tinte fosche illustrando a Milano l’ultima ricerca commissionata ad Hermes Lab. A metà 2003 – dice lo studio – la congiuntura è peggiore rispetto a quella che si delineava solo 12 mesi fa e che già sembrava particolarmente negativa. La moda italiana ha perso nel 2002 già 38mila addetti e se pure i ricavi totali delle imprese hanno retto (71.097 milioni di euro) contenendo il calo in un -2, 5%, la produzione realizzata nel nostro paese ha segnato un preoccupante -8, 7%. Situazione destinata a peggiorare sino al 2004 quando si vedrà la crescita – secondo gli esperti – ma solo nel secondo semestre.

Non va meglio nel settore telecomunicazioni. Tra le tante, non trova ancora sbocco la vertenza Ipse 2000. Sono centonove i dipendenti messi in mobilità dalla compagnia telefonica di terza generazione controllata dalla spagnola Telefonica. I dipendenti ora hanno presentato un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e al ministero delle Comunicazioni chiedendo di verificare il rispetto da parte delle società degli obblighi assunti nella gara di licenza Umts. Tra questi vi era anche quello di ottemperare agli investimenti per la realizzazione di una rete di terza generazione e la commercializzazione dei servizi sia in termini di risorse finanziarie che umane. I lavoratori sostengono che «l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo comunicate ufficialmente dall’azienda alle Rsa il 13 giugno è in aperto contrasto sia con gli obblighi liberamente assunti dall’azienda, sia per il fatto che il trading delle frequenze, motivazione addotta dall’azienda per giustificare la soppressione dei posti di lavoro, si riferisce ad una normativa non ancora in vigore».

Il prossimo inizio di settimana sarà ancora di attesa e preoccupazione per le 17 famiglie di lavoratori della Tnt Logistics di Rodano che gestiscono il magazzino Carlo Erba Reagenti (di proprietà della banca Barclays). E’ previsto per mercoledì il nuovo incontro tra la direzione, il sindacato Cub e i delegati sindacali. Nel frattempo – si legge in una nota della Confederazione unitaria di base – «pesa come una spada di damocle sulla testa dei lavoratori la procedura dei licenziamenti ancora in corso».

«Sono la moglie di un edile che lavorava per la coop costruttori» ci scrive infine Angelamaria Verna. «Gli operai della coop (circa 3mila) da più di tre mesi non ricevono stipendio, non ricevono risposte, non sono stati rispettati neppure nella loro dignità. Mio marito lavorava nel cantiere di Piacenza, pur vivendo a Roma, ed è stato mandato a casa da un giorno all’altro, senza preavviso, senza neppure il riguardo di avvertirlo per quello che stava accadendo». Storie purtroppo di "ordinaria quotidianità" nella barbarie che è in corso nel mondo del lavoro. Forse questo è solo l’ultimo dei tanti motivi in più per ripartire da quegli 11 milioni di "sì".

Castalda Musacchio
c. musacchio@liberazione. it