“Libro” Marco Biagi, il dovere della memoria – di M.Tiraboschi

06/03/2003




Giovedí 06 Marzo 2003
COMMENTI E INCHIESTE
Dal volume di Michele Tiraboschi, «Morte di un riformista», edito da Marsilio (€ 10,00 da mercoledì 12 in libreria) anticipiamo il capitolo «Biagi, chi era costui?» e l’introduzione di Maurizio Sacconi. Michele Tiraboschi, allievo e stretto collaboratore di Biagi, spiega perché il professore di Diritto del lavoro e consulente del ministero del Welfare sia stato colpito dai terroristi.





Marco Biagi, il dovere della memoria
DI MICHELE TIRABOSCHI

Nei giorni immediatamente successivi alla tragica sera del 19 marzo 2002 ho più volte respinto l’idea di scrivere un ricordo di Marco Biagi e di ripercorrere il suo progetto di riforma del diritto del lavoro italiano. La ritrosia ad affidare a un testo scritto un ricordo di Marco dipendeva anche, se non soprattutto, da un sentimento di pudore verso un dolore intimo e privato, e che tale voleva restare, quasi come se parlare e scrivere di lui significasse non solo recidere definitivamente quel cordone che ci ha fortemente legati per più di un decennio, ma anche svendere parte dei ricordi, dei sentimenti più profondi e dei sacrifici che, giorno dopo giorno, hanno dato corpo a un sodalizio, umano prima ancora che professionale, per me unico e certo irripetibile. L’impulso a scrivere non è neppure venuto da quelle che, in circostanze normali, sarebbero per me state delle vere e proprie sollecitazioni; strumentalizzazioni politiche, commemorazioni retoriche, girandole di parole in libertà. Solo i fatti, rimettendo cioè faticosamente e silenziosamente in moto il Centro studi internazionali e comparati, da lui fondato e diretto a partire dal lontano 1991, avrei potuto repiclare a tutte quelle ingiustizie e forzature – alimentate da una avvilente discussione su a chi giovasse la sua morte – che via via, col trascorrere del tempo, si sono aggiunte e sommate alla tragedia causata dal suo barbaro assassinio. Solo così avrebbe continuato a vivere e a far parlare di sé e di quel centro di eccellenza europeo, nel campo dello studio del diritto del lavoro e delle relazioni industriali, da lui creato in pochi anni dal nulla. Con il passare dei giorni ho però acquisito consapevolezza della importanza di iniziare a raccontare quello che è successo. La morte di Marco non è stata una morte qualunque, una morte come tante altre: un evento privato, per quanto doloroso e misterioso, che può e deve passare sotto silenzio. Certo, occorre anche rispetto e particolare riservatezza in relazione alla dimensione più intima e privata di questa tragedia. È però anche necessario aiutare le persone comuni – i non addetti ai lavori – a conoscere chi era il professor Marco Biagi. Aiutare a capire e far capire perché una «persona mite», come è stato più volte detto in questi mesi, un professore universitario poco più che cinquantenne, un giurista che si occupava dei problemi del lavoro e della occupazione, un tecnico che con ostinazione e senso pratico si stava spendendo per ricondurre il confronto politico-sindacale ai contenuti e al merito delle proposte in discussione, sia stato brutalmente ammazzato sulla soglia di casa, a pochi passi dal cuore dei suoi affetti privati, e cosa i terroristi abbiano voluto colpire con la sua uccisione. Due sono stati, credo, i passaggi che, per così dire, mi hanno sbloccato e che mi spingono ora ad affidare alla penna un ricordo di Marco come uomo e come maestro. Il primo è rappresentato dalla lettura di un intenso editoriale di Gianpaolo Pansa apparso sul settimanale «L’Espresso» pochi giorni dopo l’attentato. Un pugno nello stomaco, già a partire dal titolo: Biagi, chi era costui? Pansa scrive una verità amara quando dice: «Taliercio, Rossa, Casalegno, Tobagi: nomi e storie che non hanno più eco. Presto accadrà lo stesso con il professor Marco Biagi e si dirà: Biagi, chi era costui?». «Ombre lunghe e memoria corta» scrive ancora Pansa, «è così l’Italia che si trova di fronte al nuovo terrorismo». Più passano i giorni e più acquisisco consapevolezza di quanto sia tragicamente vero quello che ha scritto Pansa. Non ho difficoltà ad ammettere che io stesso sapevo poco o nulla delle storie di uomini come Taliercio, Rossa, Casalegno e a mala pena ricordavo le cronache giornalistiche che riportavano la notizia dell’assassinio del giornalista Walter Tobagi. Probabilmente mi sarei presto dimenticato anche il nome e la storia del professor Massimo D’Antona, se non fosse che a lui sono legate non solo numerose letture scientifiche e la stessa pistola che ha ucciso Marco Biagi, ma anche uno dei ricordi più belli che ho di Marco. Ancora impressa nella mia memoria è la semplicità e discrezione con cui – durante una delle sessioni del VI Congresso europeo della Associazione internazionale del diritto del lavoro e della sicurezza sociale tenutosi a Varsavia nel settembre del 1999, al di fuori di ogni protocollo e commemorazione ufficiale (che non era stata prevista in quella circostanza) – seduto al centro del tavolo dei relatori, con a fianco il professor Paul Davies a sinistra e il professor Alain Supiot a destra, chiese improvvisamente ai partecipanti un minuto di raccoglimento per ricordare Massimo D’Antona. Un gesto spontaneo, davanti a una platea composta di soli stranieri (con l’unica eccezione del professor Matteo Dell’Olio e di un giovane collaboratore) per i quali si era già spenta l’eco del nome e della storia del professor D’Antona. Ancora più decisiva è stata poi la lettura, nelle diverse stesure che mi sono state via via sottoposte, della bellissima commemorazione scritta dal professor Marcello Pedrazzoli per la «Rivista italiana di diritto del lavoro». Non tanto perché Pedrazzoli mi ha invitato, al di là di ogni «questione» o «lettura» accademica sul progetto riformatore di Marco Biagi, ad assumermi le mie responsabilità di allievo e amico, ma prima di tutto perché era stata finalmente assolta da un osservatore certo a lui vicino, in quanto appartenente alla cosiddetta scuola bolognese di diritto del lavoro da cui Marco proveniva, ma comunque pur sempre «esterno», l’opera di ricordo e commemorazione del professor Biagi, che certo a me non compete. Ecco perché, in occasione di un convegno internazionale sul futuro delle relazioni industriali, programmato dallo stesso Marco a Modena per il 19 aprile 2002 – convegno che, per una singolare coincidenza, è venuto poi tragicamente a coincidere col trigesimo della sua morte – ho deciso di affidare a un primo breve testo scritto il ricordo «dall’interno» di Marco Biagi, come uomo e come maestro, completando quanto Marcello Pedrazzoli ha così bene scritto e quanto altri ancora, e altrettanto bene, hanno scritto e sicuramente ancora scriveranno. Il testo di questo ricordo «semiufficiale» mi è tuttavia subito sembrato destinato – per il taglio, i numerosi riferimenti «dottrinali» e le particolari circostanze in cui è stato scritto – alla sola cerchia ristretta dei «giuslavoristi», dei giuristi cioè che per professione si occupano di quel particolare ramo dell’ordinamento giuridico che si chiama diritto del lavoro e, al limite, di coloro che già conoscevano il nome e le opere di Marco Biagi. Era probabilmente giusto e naturale che fosse così: l’allievo doveva in primo luogo ricordare e onorare l’uomo e il maestro. Ancora troppo poco, tuttavia, per rispondere all’interrogativo sollevato da Gianpaolo Pansa su «L’Espresso», e destinato a un più vasto pubblico: Biagi, chi era costui? Ecco perché questo libro su Marco Biagi. Non è la ricostruzione del pensiero e delle opere scientifiche di Marco Biagi ma, più semplicemente, il tentativo di dare eco a un nome e a una storia a me cari. Un nome e una storia che vanno ben oltre i numerosissimi e sbalorditivi successi accademici e professionali. Ed è questo, credo, pure un imprescindibile punto di partenza per dare un nuovo senso alla vita di Marco come anche a quella delle persone che, «dall’interno», con lui hanno vissuto e quotidianamente condiviso quelle gioie e quei sacrifici su cui si fondava uno straordinario metodo di lavoro o, il che è lo stesso, l’ostinazione del progetto.



La lezione di un riformista


DI MAURIZIO SACCONI *
* Sottosegretario al Welfare

Conservo bene impresso il ricordo di quando Marco, a pochi giorni dall’atteso incontro con la morte, mi disse rassicurante che, anche nel caso di un suo involontario impedimento, sarei stato comunque assistito in sua vece da Michele Tiraboschi, il quale tutto conosceva perché con lui aveva condiviso l’intensa attività di progettazione di un nuovo e più efficiente mercato del lavoro. Non sempre succede a un maestro, per di più in ancor giovane età, di poter indicare un suo allievo con la sintonia che ho avvertito allora nelle sue parole e poi verificato nella concreta esperienza comune che il tragico evento ha determinato. Ma anche questa era una caratteristica di Marco Biagi: un docente universitario che non si atteggiava a custode avaro del proprio sapere pretendendo dagli allievi soltanto contributi parziali e subalterni. Michele Tiraboschi si è trovato così nella condizione migliore per poter descrivere l’originalità del metodo progettuale e delle aspirazioni riformatrici di Marco Biagi attraverso un intenso percorso condiviso, ancorché di non lungo periodo. Queste note sono state poi scritte con tutta la passione e l’emozione dei giorni immediatamente successivi alla morte di Marco, senza altro scopo che quello di voler partecipare ad altri la dimensione della straordinaria perdita umana, scientifica e politica. Esse hanno il pregio di una descrizione dinamica, non paludata, e non troppo tecnica, del processo di riforma che Marco Biagi ha disegnato e concorso ad attuare, stimolando governi locali e nazionali nel segno di una rigorosa continuità, nonostante il diverso colore delle relative maggioranze. Tiraboschi descrive così efficacemente la forza delle intuizioni del suo maestro che, leggendo queste pagine, a nessun lettore in buona fede può sorgere il dubbio dell’ambiguità politica. Ciò non solo per il rigore morale di un socialista cattolico e per il metodo pragmatico di un riformista emiliano quali emergono continuamente tra le righe, ma anche e soprattutto per la comprovata e oggettiva continuità tra le riforme di Tiziano Treu e quelle di Roberto Maroni, i due ministri – apparentemente così lontani – che egli ha assistito con totale dedizione di tempo e di "testa". Il suo è stato un contributo non secondario a quella competizione "al centro" tra i due schieramenti tanto auspicata quanto poco verificata nella realtà, che pure consentirebbe al Paese di sopportare senza traumi l’alternanza delle coalizioni in un quadro di relativa continuità. Ciò nonostante, Michele Tiraboschi è costretto a descrivere l’esasperata opposizione che hanno incontrato nel più recente periodo le sue idee di modernità nell’ambito di alcuni settori politici, sociali e accademici. Invero, il suo riformismo orientato da solidi valori e obiettivi di concreta inclusione sociale non poteva non entrare in conflitto con quel massimalismo ideologico che si è sempre caratterizzato per la cinica funzionalità della condizione delle persone in carne e ossa al grande disegno rivoluzionario. Marco Biagi perseguiva al contrario un quadro di regole capace di comprendere la realtà fattuale, offrendo alle persone molteplici vie per un’inclusione stabile nel mercato del lavoro. E ciò gli appariva drammaticamente importante nel Paese europeo con il più basso tasso di occupazione regolare e con il più alto tasso di lavoro sommerso. Il lavoro regolare è considerato da Biagi come la condizione necessaria per lo sviluppo della persona attraverso un ambiente di lavoro sicuro, la tutela sindacale, il contatto con le migliori tecnologie, la formazione continua, la mobilità in un mercato trasparente. Tiraboschi ci descrive poi così bene il metodo comparatista del suo professore, così intensamente cittadino europeo e del mondo da portarlo a prestare la sua funzione di consulenza dalla Bosnia post bellica al Giappone senza miracolo, alla sua amata Commissione europea. Dobbiamo moltissimo a Marco Biagi l’applicazione anche al lavoro, non solo in termini scientifici ma anche politici, di quel metodo del confronto tra le buone pratiche che ci dovrà sempre più aiutare a convergere verso le migliori esperienze, rifiutando ogni miope provincialismo. Infine, ultima ma non meno importante, emerge dalle pagine tutta la passione di Biagi per quel meraviglioso spaccato delle relazioni umane che sono le relazioni industriali. Si evidenzia, in particolare, il suo impegno progettuale per promuovere un modello evoluto di tipo collaborativo-partecipativo, ove i rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori cooperano per il comune obiettivo di valorizzare le persone accompagnandole a un posto di lavoro, certificando l’idoneo contenuto contrattuale, garantendo la continua occupabilità. Tiraboschi ci segnala però che la fiducia nelle grandi intuizioni di Marco Biagi si dimostra con il perseguimento del suo più alto obiettivo: uno Statuto dei lavori, di tutti i lavori, che sappia davvero garantire a un Paese giusto e competitivo un sistema di regole semplici e adattabili, sostanziali più che formali, rivolte a dare tutele in proporzione alla effettiva condizione di dipendenza socio-economica (e non meramente tecnico-funzionale) del lavoratore. Una sorta di common law per il lavoro, così difficile da capire per coloro che hanno la testa rivolta all’indietro, così affascinante per chi vuole governare il futuro. Abbiamo così tutti bisogno di garantire vitalità alle idee di Marco Biagi attraverso luoghi della scienza e dell’educazione liberi dai condizionamenti dei suoi incalliti e gelosi oppositori e aperti a tutte le esperienze del villaggio globale. Per molti di coloro che hanno avuto la fortuna di condividere con lui un pezzo di strada, questo costituisce il modo più sostenibile di tradurre in un concreto e non effimero impegno civile il suo sacrificio.