“Libro” Lavoro nero, il lato oscuro del nuovo sviluppo (G.Epifani)

14/05/2004


  Sindacale


14.05.2004

Lavoro nero, il lato oscuro del nuovo sviluppo

Guglielmo Epifani

Questo testo è la prefazione al libro “Lavoro nero e qualità dello sviluppo” di Alessandro Genovesi, (Ediesse pag. 208, euro 10) in questi giorni in libreria

Il lavoro nero e l’economia irregolare rappresentano il lato oscuro dell’attuale modello di sviluppo e non solo una semplice eredità del passato. Il fenomeno del lavoro nero, per dimensioni e pervasività, è una componente strutturale del nostro sistema produttivo, con una relazione strettissima e biunivoca tra dinamiche del reddito prodotto, qualità del sistema produttivo in senso lato e l’espansione dello stesso sommerso.

Basti vedere i paesi più ricchi e a maggior sviluppo per rendersene conto: investono di più per una spesa sociale pensata e praticata come premessa per un ulteriore benessere; qualificano al massimo i propri sistemi produttivi; il lavoro irregolare è minore. Al contrario un paese, quando si sviluppa poco (o male) e quando non riesce a indirizzare verso una crescita socialmente sostenibile le proprie energie migliori, porta con sé un’economia irregolare molto estesa.

Questa è, in estrema sintesi, la tesi che la Cgil cerca da anni di imporre all’agenda politica delle principali forze sociali ed istituzioni del paese. Una consapevolezza che assume oggi i tratti drammatici di un fenomeno in crescita. Un fenomeno che azzera le tutele e la dignità di milioni di lavoratori e cittadini, rendendo sempre più grave la crisi economica, ma anche finanziaria e civile, del nostro paese. Negli ultimi tre anni infatti il contesto qualitativo del no stro sistema produttivo si è degradato in maniera repentina. È degradato il senso della legalità; è venuta meno qualsiasi politica industriale degna di questo nome; si è scommesso solo su una deregolazione selvaggia e sull’aumento della precarietà. Mentre ciò avveniva, processi di delocalizzazione sempre più incontrollati hanno assunto nuove accelerazioni, in un contesto di mercato senza regole. L’aumento della povertà, l’acuirsi di vecchie e nuove disuguaglianze, l’erosione dei salari e delle pensioni sono state le più immediate conseguenze di queste spinte, con punte nel Sud Italia inaccettabili. Non c’è da stupirsi allora se, accanto all’insufficienza governativa nel contrastare il fenomeno, queste dinamiche (e relativi effetti) abbiano alimentato nuova economia sommersa.

La crisi economica internazionale – che in Italia, per le colpe del Governo e di una parte della classe imprenditoriale, è diventata declino di intere filiere produttive, crisi di gruppi industriali grandi e medi, nuove forme di povertà e di esclusione – sta continuando ad alimentare anche culturalmente il lavoro irregolare. Cresce il sommerso – che in Italia coinvolge già un lavoratore su cinque – e, in un intreccio tra bisogni individuali e vere e proprie strategie aziendali per sopravvivere alla competizione globale, si va minando ogni possibilità di crescita e di sviluppo ulteriore per il nostro paese. Nel libro si scrive – a ragione – di un’economia irregolare che ha mille volti, caratteristiche diverse da settore a settore, da territorio a territorio, ma che assume una valenza più generale (e più pericolosa) quando essa diviene una modalità, più o meno accettata, per reggere le sfide dell’ oggi e del domani. Una via bassa alla competizione, finalizzata alla mera sopravvivenza di tessuti economici e quindi anche sociali e culturali, che però è drammaticamente destinata a fallire. Le caratteristiche delle imprese italiane, dei contesti territoriali entro cui operano, delle reti informali su cui prospera l’economia irregolare non permettono infatti di andare lontano (come i dati forniti da Genovesi dimostrano), favorendo e non arrestando quella crisi che oggi è sotto gli occhi di tutti. I numeri parlano da soli: nel 2003 più di sei milioni sono i lavoratori coinvolti nell’economia irregolare, con un aggravarsi delle difficoltà soprattutto nei sistemi produttivi meridionali; quasi il 20% del PIL è sistematicamente sottratto al fisco e quindi ai sistemi di protezione sociale; 16 miliardi di euro, solo nel 2002, sono stati sottratti all’INPS, cioè l’1,5 % del PIL, il doppio di quanto risparmierà il Governo peggiorando bruscamente il sistema pensionistico pubblico; più di 3 miliardi di eu ro sono le tasse non pagate allo Stato e alle Regioni.

Numeri che, grafici e dati alla mano, sono destinati ad aumentare se non si avvierà subito una seria politica di sviluppo e di lotta al lavoro nero: decine di migliaia di imprese (piccole, ma non solo) sono a rischio di “immersione” per un valore stimato tra il 6% e il 13% del prodotto interno lordo. Un terzo di tutta la ricchezza del nostro paese rischierebbe, alla fine, di essere compromesso. Contrastare l’economia irregolare diviene perciò una delle principali priorità per il paese, facendo di questa lotta parte integrante e non secondaria di una più generale sfida per combattere le nuove e vecchie disuguaglianze e per qualificare in termini più alti lo sviluppo.

Al riguardo è significativo come il Governo e gran parte delle imprese – sollecitate in questo dallo stesso esecutivo – abbiano scelto di competere imboccando la via senza ritorno di una competizione basata esclusivamente sulla riduzione del costo del lavoro e sulla compressione dei diritti. Si alimenta ulteriormente, così, quella povertà materiale e quella insicurezza che sono proprio alla base del lavoro nero; si evita di intervenire sui limiti organizzativi, dimensionali, tecnologici che spingono sempre più aziende a chiudere o a cadere nella irregolarità. E il tutto lo si ammanta con la parola riforme.

Riforma (peggioramento) del mercato del lavoro (con la legge 30/03) proprio quando – e il libro lo dimostra – sempre più imprese ricorrono a tipologie precarie proprio nell’ottica di una parziale immersione; riforma (peggioramento) del sistema formativo proprio quando la sottoqualificazione della manodopera spinge a forme di selezione e organizzazione irregolare delle aziende; riforma (peggioramento) delle norme fiscali e delle principali norme di controllo e repressione delle illegalità proprio quando i sistemi di protezione sociale e più in generale il tessuto civile del paese avrebbero bisogno di più risorse, di più attenzione, di più sostegno.

Si deve allora superare il prima possibile la distinzione concettuale e politica, caratteristica degli ultimi anni, tra misure per contrastare il lavoro nero e misure per un più generale innalzamento degli standard del nostro modello di sviluppo. Non c’è lotta al lavoro nero se non si prende atto del legame profondo che lega i fenomeni dell’irregolarità economica con le dinamiche più generali che animano i grandi processi di riorganizzazione capitalistica del paese e del continente europeo.

Non c’è contrasto all’economia sommersa senza una più generale politica per la crescita dell’occupazione e delle tutele. Qualità, cooperazione, legalità, territorio: queste le coordi nate entro cui muoversi – in una visione dinamica dei diversi processi – per definire un quadro condiviso e accettato sul fenomeno.

Nel libro ci si concentra giustamente sulla proposta avanzata dalla CGIL di un mix di politiche e di strumenti che abbiano come baricentro la capacità del territorio di alimentare percorsi virtuosi, dove l’emersione sia la premessa per un rafforzamento delle capacità competitive dei sistemi locali.

Una sorta di “emersione locale per una competizione globale” come strada che sostenga le forze più dinamiche del paese, ne incoraggi la messa in rete in un contesto “socialmente fertilizzato”, per usare una bella immagine utilizzata nel libro. Proposte complesse, quelle del sindacato, che rispondono però alla complessità del problema.

È chiara, in questa scelta, la valenza sociale e non solo economica delle analisi della Confederazione: ridare dignità e coraggio ai milioni di uomini e donne doppiamente colpiti nella loro dimensione di lavoratori, ma anche di cittadini; colpiti una prima volta perché soggetti deboli e bisognosi, una seconda volta perché vittime di un sistema di protezione sociale che li esclude, perpetrando una condizione di subalternità destinata nel tempo solo a peggiorare.

Occorre rovesciare la cultura tutta liberista – tipica del Governo – per cui, dato un primo eccezionale vantaggio alla singola impresa (intesa come corpo separato dalla società e dal territorio), poi sarà il mercato nella sua “giustizia regolatrice” a creare le convenienze per mantenersi competitivi e quindi regolari. Questo non vuol dire non avere misure e risorse specifiche, appositamente dedicate al contrasto del lavoro nero, ma significa individuare strumenti che altro non siano che una “declinazione” di politiche buone ed utili in sé. Occorre passare da una logica di intervento una tantum a una politica sistematica di accompagnamento. Una politica di accompagnamento costante nel tempo che valorizzi i percorsi individuali e collettivi dei lavoratori e che permetta il recupero e la tutela previdenziale e contributiva dei cittadini coinvolti, superando anche tutti i limiti che vi sono stati sia nella prima versione dei processi di riallineamento, sia nelle politiche di Tremonti. Fino ad arrivare ad una rimodulazione intelligente degli incentivi su una nuova base di distretto e di cooperazione tra le imprese.

È evidente che nell’attuazione di questa strategia per la lotta al lavoro nero le politiche di repressione e di prevenzione divengono essenziali. Essenziali per ricostruire anche quel senso civico, della collettività e della dimensione del pubblico (intesa anche come patto di cittadinanza) che il Governo Berlusconi – come dimostrano da ultimo le proposte sulla riforma dei servizi ispettivi – ha seriamente compromesso e contro cui tutti noi, culturalmente ancor prima che politicamente, dobbiamo reagire.