“Libro” L’autobiografia di Gino Giugni

06/03/2007
    martedì 6 marzo 2007

    Pagina 39 – Cultura

    Un riformista al lavoro

    L’autobiografia
    Le battaglie politiche
    di Gino Giugni
    padre dello Statuto

    ALBERTO PAPUZZI

    Era il 3 maggio 1983, Gino Giugni aveva da poco tempo accettato di collaborare con il ministro del Lavoro sul problema delle relazioni industriali: mentre rientrava nel suo studio, si sentì chiamare da due giovani, un ragazzo e una ragazza, in sella a un motorino. Lei aveva in mano un revolver, con cui sparò sette colpi. Ricoverato e operato al Policlinico di Roma, ricevette le visite di Bettino Craxi, di Sandro Pertini, di Ottaviano Del Turco, di Luigi Spaventa. Pertini gli disse che era l’ultimo colpo di coda delle Br. Si sbagliava perché l’attentato a Giugni inaugurava la linea dei terroristi di colpire i giuslavoristi o chi più in generale si occupava di riforme del lavoro, da Ezio Tarantelli a Marco Biagi. Invece Spaventa, noto versificatore, cercò di sdrammatizzare la situazione con una rima, che alludeva alla candidatura di Giugni per il Psi nelle elezioni politiche di quell’anno: «Al Senato ci va sparato».

    Lo racconta lo stesso Giugni in un libro-intervista autobiografico, La memoria di un riformista, che esce dal Mulino a cura di Andrea Ricciardi (pagg. 307, euro 16,50). Il volume ripercorre passo passo la vita del protagonista, narrandola con un distacco anche ironico, dalla nascita a Genova nell’estate del ‘27 all’ultimo decennio. Segue un centinaio di pagine che raccolgono interventi parlamentari. Ritorna così sulla scena un personaggio, probabilmente dimenticato, che aveva del riformismo una visione laica, più da scienziato della politica che non da uomo di governo. E che legò il suo nome a due grandi riforme: lo Statuto dei lavoratori, per il quale collaborò con il ministro socialista Giacomo Brodolini, e quella della scala mobile, al centro di polemiche incandescenti.

    Quella che l’autobiografia propone ai lettori è in realtà un’esistenza a due facce. C’è il borghese tranquillo, che da ragazzo legge l’Avventuroso e Quo vadis?, bravo a scuola, brillante laurea in Giurisprudenza con una tesi sul diritto di sciopero, borsa Fullbright che gli permette di studiare negli Stati Uniti, quindi l’assunzione all’Ufficio studi dell’Eni di Mattei, la libera docenza e gli incarichi accademici. E c’è il politico appassionato, che dietro uno stile compassato, elegante, è protagonista di svolte spesso imprevedibili: prende la tessera del Psi nel ‘45, a diciott’anni, si dichiara contro l’Msi di Almirante ma anche contro il compromesso storico, sfiora la candidatura a Presidente della Repubblica dopo Cossiga, è ministro del lavoro con Ciampi nel ‘93.

    La storia di Giugni è l’immagine di un moderato capace di severe prese di posizione, come quando, ai tempi dell’inchiesta di Mani pulite, denunciò in Parlamento «eccessi giudiziari» e si pronunciò contro lo scarso rispetto della riservatezza, dell’immagine e della presunzione d’innocenza. Come tutti i politici di vaglia, sapeva guardare al di là dello stretto interesse di partito o della pura subordinazione alla legge del consenso: «La ricerca del consenso – disse sull’opposizione dei sindacati alla riforma della scala mobile – non può essere la ricerca dell’unanimità, perché a un certo punto, se il consenso non si sblocca, occorre dimostrare di saper comunque governare». Una fermezza di tal fatta gli costò l’attentato delle Br.