“Libro” L’albero del sindacato: tutti i nomi della Cgil

19/03/2007
    domenica 18 marzo 2007

    Pagina 16 – Economia & Lavoro

    L’albero del sindacato:
    tutti i nomi della Cgil

      LE DONNE E GLI UOMINI che in un secolo di storia hanno fatto “grande” il movimento sindacale italiano, in una mappa-catalogo (pubblicata da Ediesse): tanti dirigenti, noti e meno noti, comunisti, socialisti, cattolici, che si sono avvicendati alla testa di segreterie, federazioni, camere del lavoro…

        di Bruno Ugolini

          Par di vederli sfilare. Sono le donne e gli uomini della Cgil, quelli che hanno fatto il maggior sindacato italiano. Centinaia e centinaia di nomi. Sono entrati in un volume edito dall’Ediesse, curato da Andrea Gianfagna, con prefazione di Carlo Ghezzi, il presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio. È il sigillo a tante iniziative svoltesi in occasione del "Centenario". Molte dedicate a nomi prestigiosi della storia operaia: Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama, Agostino Novella, Fernando Santi, Luciano Romagnoli. Ma anche a quegli esponenti del sindacalismo cattolico che hanno intrecciato le loro vicende con quelle del sindacalismo "rosso". Ora arrivano tutti insieme, comprese le seconde, le terze file, per così dire. È una rassegna che parte dal Patto di Roma, dal 1944, per arrivare al 2006.

          Con certosina pazienza sono stati raccolti e "schedati" i gruppi dirigenti eletti dai congressi, nel corso di ben sessantadue anni. Ed ecco l’avvicendarsi di nomi noti e meno noti nelle segreterie confederali, nelle Federazioni di categoria (dai chimici fino al Nidil dei nuovi lavori) nelle Camere del lavoro (da Aosta a Trapani), nelle segreterie regionali. E in aggiunta i dirigenti d’istituti collaterali come l’Inca (il patronato con sedi sparse in tutto il mondo), come l’Ires (prezioso fornitore di studi e ricerche).

          Una mappa preziosa estesa per 860 pagine. Che fa capire, come spiegano gli autori, Gianfagna e Ghezzi, mutamenti e sviluppi di un’organizzazione forte e vitale. Qualcuno l’ha spesso etichettata come un elefante monolitico, qualcun altro l’ha paragonata, per le sue dimensioni e per la sua ramificazione, al potere esteso della Chiesa. Basta viaggiare all’interno del volume, nome per nome, per capire che siamo di fronte ad un fenomeno singolare. Ad una specie di miracolo, specie se si pensa a vicende e destini d’altri "contenitori" che si collocano nella sinistra italiana. La Cgil ha, infatti, resistito a mutamenti, intemperie, divisioni, con continui sforzi di rinnovamento. Certo con passi falsi, errori, ritardi, ma il quadro che ne esce è quello di un colosso che ha saputo resistere. E la sua storia non è certo quella di donne e d’uomini che avevano consegnato, come si usava dire, il cervello all’ammasso. Lo si capisce meglio prendendo in esame la composizione "politica" dei gruppi dirigenti. Il sindacato, questo sindacato, è stato un crogiuolo di culture ed esperienze diverse.

          Così troviamo, fin dall’inizio, accanto a comunisti come Giuseppe Di Vittorio, democristiani come Achille Grandi e Giulio Pastore, e poi socialisti come Fernando Santi, uomini del Psiup come Oreste Lizzadri. Ma anche repubblicani come Enrico Parri, socialdemocratici come Domenico Bianco. E anche dopo la "separazione" e la nascita di Cisl e Uil, riscontriamo una componente di "cristiano sociali" guidati da Federico Rossi, uno dei vicesegretari dal 1949 al 1965. C’è altresì una presenza di Anarchici con, ad esempio, Attilio Sassi, segretario nazionale dal 1945 al 1958 della Federazione italiana lavoratori industrie estrattive (i minatori). Mentre nel 1973 compare, con Elio Giovannini nella segreteria confederale, la cosiddetta "terza componente". E anche dopo lo scioglimento delle componenti (sotto l’egida di Bruno Trentin), dal 1990, la mappa mostra l’adesione alle diverse aree programmatiche: Essere sindacato, Alternativa sindacale, Lavoro e società-Cambiare rotta.

          Altre scoperte fanno meglio intuire una storia composita. Qui sono passati personaggi che hanno segnato il Paese. C’è un primo ministro come il democristiano Arnaldo Forlani, nel 1944, componente della segreteria della Camera del lavoro di Pesaro, mentre un altro Dc, Dionigi Coppo, ha un’esperienza, nel 1946, presso la Camera del lavoro di Brescia. Per non parlare di Giuliano Amato, già presidente dell’Ires Cgil. E come non ricordare il comunista Emanuele Macaluso, segretario della Camera del Lavoro di Caltanisetta e poi segretario regionale in Sicilia, prima di lasciare la mano a Pio La Torre? Oppure i ministri socialisti Brodolini e Pieraccini? O studiosi insigni come Gino Giugni (già presidente della Fondazione Di Vittorio)?

          È una galleria infinita. Arriviamo ai nostri anni, con Luciano Lama vicepresidente del Senato, e poi Fausto Bertinotti presidente della Camera. Con uomini di governo come Fausto Vigevani, Alfiero Grandi, Giorgio Maciotta, Antonio Pizzinato. Ministri come Cesare Damiano. Fitta anche la presenza in Parlamento di donne già dirigenti Cgil, a partire da Teresa Noce e Nives Gessi per arrivare a Lina Fibbi e Nella Marcellino.
          E poi, tra gli uomini, Vittorio Foa, Emilio Pugno, Sergio Garavini, Bruno Trentin, Claudio Cianca, Mario Berlinguer, Carlo Venegoni, Stefano Rodotà. Tra i parlamentari europei Aldo Bonaccini, Mario Didò, Gianni Cervetti. Per poi passare ai sindaci: da Sergio Cofferati, a Sergio Chiamparino, Bruno Cerofolini, Ugo Vetere, Gaetano Sateriale. E ai presidenti di regione come Ottaviano Del Turco e Gian Franco Bartolini. C’è perfino una presenza di giornalisti importanti che hanno trascorso una parte della loro esistenza nella casa della Cgil, come Romolo Caccavale (poi per molti anni inviato dell’Unità) e Antonio Tatò (direttore di Rassegna sindacale e quindi portavoce di Enrico Berlinguer). Qualcuno, certo, ha voltato le spalle. È il caso di Fabrizio Cicchitto già segretario dei tessili, diventato braccio destro di Silvio Berlusconi.

          Escono dunque, da questo caleidoscopio, i tratti di un’organizzazione che ha servito il Paese, ricca di pluralismi politico culturali. Essi derivano, come fanno notare i curatori, da storie diverse di categoria e di territorio molto marcate. I metalmeccanici di Milano non assomigliavano ai torinesi o ai bresciani o ai napoletani. E nei gruppi dirigenti c’erano personalità forti, protagoniste di confronti anche aspri. Magari poco pubblicizzati. Eppure è stata mantenuta un’unità non fragile, nonostante i passaggi difficili (basti pensare al referendum sulla scala mobile nel 1984).

          Non si sono mai ipotizzate scissioni. Rare anche le radiazioni od espulsioni come quella di Gallori, alla nascita dei Cobas tra i ferrovieri. È sempre stata cercata e trovata una sintesi, come sottolinea Carlo Ghezzi, tra gruppi dirigenti che non hanno mai avuto bisogno di "staff" personali, seguendo una pratica cara ai partiti politici.

          Un elemento decisivo è derivato dalla "formazione continua", anche attraverso pratiche di mobilità molto estese come sottolinea Gianfagna. Basta seguire alcuni nomi, attraverso il susseguirsi degli organigrammi, per vedere lunghi viaggi da strutture territoriali a categorie le più diverse.

          Un volume, una mappa, insomma, che può servire anche oggi. Non a caso il proposito è quello di portare la ricerca a spasso per l’Italia, per suscitare confronti anche tra generazioni. Per capire le radici e immaginare il futuro di un sindacato che finora è stato in piedi con orgoglio e passione. Cercando di non accontentarsi mai di vecchie immagini e delle vecchie medaglie.