“Libro.1″ Cavaliere, mi consenta (G.Berta)

10/02/2006
    venerd� 10 febbraio 2006

    Pagina 33 – Cultura e Spettacoli

    IN �TEMPO SCADUTO� DI LUCA RICOLFI UN’ANALISI SENZA PREGIUDIZI DEI SUCCESSI E DEGLI OBIETTIVI MANCATI DAL GOVERNO BERLUSCONI. CON QUALCHE SORPRESA

      Cavaliere
      mi consenta

        Il �Contratto� cinque anni dopo

        Giuseppe Berta

          NELL’INTRODUZIONE al suo nuovo libro (Tempo scaduto. Il �Contratto con gli italiani� alla prova dei fatti, Il Mulino, pagg. 144, e10), dedicato all’asso vincente della campagna elettorale di Silvio Berlusconi nel 2001, Luca Ricolfi ammonisce i lettori che hanno tra le mani un libro da cui facilmente verranno delusi. Non piacer�, scrive l’autore, n� ai sostenitori del centrodestra n� a quelli del centrosinistra e forse, in fondo, procurer� qualche amarezza anche a coloro che non sono schierati perch� mantengono un’idea pi� alta della politica, che non vedono rispecchiata nel confronto in atto fra i due poli. Ma soprattutto non si cada nell’errore di prospettiva di saltare subito alle conclusioni di Tempo scaduto, per stabilire se, al termine di una meticolosissima disamina dello stato di effettiva attuazione del �Contratto� lanciato da Berlusconi nella trasmissione di Bruno Vespa di cinque anni fa, Ricolfi riconosca il buon diritto del Cavaliere di ricandidarsi alla guida del Paese anche nelle politiche del prossimo aprile.

            In quell’epica serata televisiva a Porta a porta, Berlusconi aveva affermato che si sarebbe ricandidato soltanto se alla fine della sua esperienza di governo avesse realizzato almeno quattro su cinque dei punti del suo Contratto. Per Ricolfi i conti non tornano: dopo aver passato in rassegna le questioni fondamentali del programma di Berlusconi (la riduzione delle tasse, il contenimento dei reati, l’aumento delle pensioni minime, l’incremento dei posti di lavoro, la realizzazione delle grandi opere), sostiene che il grado di realizzazione effettiva non va al di l� del 60 per cento. Dunque, se Berlusconi tenesse fede alle sue promesse, non dovrebbe riproporre la propria candidatura, avendo mancato l’obiettivo.

              Ecco, forse Ricolfi avrebbe potuto suggerire ai lettori antiberlusconiani di Tempo scaduto di fermarsi qui, accontentandosi di questa verifica d’insufficienza. Ma il fatto � che Ricolfi arriva alla conclusione dopo aver sottoposto al setaccio uno per uno, sulla base di tutta l’evidenza empirica disponibile, i punti del Contratto e il suo risulta un bilancio tutt’altro che univocamente negativo. Anzi, arriva a riconoscere al governo in carica di aver colto il bersaglio almeno su due aspetti importanti come quelli della creazione di nuovi posti di lavoro e dell’elevamento delle pensioni minime alla cifra di 516 euro mensili, quel milione che Berlusconi aveva enfaticamente promesso al salotto di Vespa. Per il resto, invece, il rendiconto finale stilato da Ricolfi � assai meno positivo: la pressione fiscale non � stata affatto ridotta di un’entit� significativa (il calo dell’Irpef � stato in gran parte controbilanciato dall’incremento di altre forme di tassazione); i reati non sono diminuiti e la valutazione finale dello stato delle grandi opere infrastrutturali � quantomeno controversa.

                Resta tuttavia vero che, secondo i numeri elaborati da Ricolfi, almeno due delle promesse del Cavaliere non devono essere considerate mancate: le pensioni minime, giacch� di esse soltanto si trattava, sono state aumentate e gli occupati sono cresciuti. Per giunta, i nuovi posti di lavoro non sono precari, temporanei e flessibili, come sostengono i detrattori della politica sociale del governo: sono posti di lavoro di quelli che si dicono veri, poich� il tasso di precariet� si � contratto rispetto al periodo in cui al governo c’era il centrosinistra. Da questo punto di vista, Ricolfi sostiene che il �pacchetto Treu� ha creato senza dubbio pi� precari della discussa �Legge Biagi�, che s’� attirata tanti strali dal sindacato.

                Ma proprio qui incominciano i problemi. Perch� non � soltanto la sinistra a non riconoscere la validit� della politica sociale di Berlusconi: le rilevazioni di Ricolfi non trovano riscontro nel senso comune, non solo diffuso fra la popolazione, ma fra gli operatori e i commentatori economici, in Italia come all’estero. Ben pochi, forse anche fra gli elettori del centrodestra, sono disposti ad ammettere che oggi vi sia meno precariet� nelle relazioni di lavoro e che la condizione dei pensionati poveri sia migliorata. Anche per questa ragione, probabilmente, del Contratto con gli italiani si parla poco: nelle file dell’opposizione perch� lo si considera una mera mossa elettorale, ma anche presso gli ambienti di governo, che non si mostrano troppo sicuri di poter difendere con vigore il loro operato di questi cinque anni.

                Peccato, commenta Ricolfi, che alcuni meriti sembra propenso a riconoscerli al Contratto di Berlusconi. In fondo, aveva posto dei criteri di giudizio dinanzi all’azione di governo. Aveva invitato, pur in maniera disinvoltamente propagandistica, a misurare il grado di efficacia delle scelte dell’esecutivo. Una lezione che, non soltanto secondo Ricolfi, sarebbe bene non dimenticare.

                Eppure, resta il dilemma del motivo per cui, ottima arma nelle Politiche del 2001, il Contratto non ricompaia pi� nell’imminenza della nuova tornata elettorale.

                Forse la causa deve essere cercata nella stessa disaffezione che si manifesta di fronte alle questioni dell’occupazione e delle pensioni. Quegli obiettivi avevano il loro significato se correlati alla promessa pi� grande di cui s’era fatto portatore Berlusconi, quello della crescita economica. I posti di lavoro e le pensioni non vennero colti come finalit� di per s�, ma come il prodotto naturale di un’impennata nello sviluppo economico che non si � poi avuta. Berlusconi aveva evocato davanti agli occhi degli italiani un rilancio del miracolo italiano, una visione di ricchezza che si sarebbe poi sostanziata in redditi pi� elevati, in imposte pi� lievi, in un accesso pi� facile al lavoro. Il punto cruciale del suo Contratto era quello non enunciato, ma che sorreggeva tutto il programma: il ritorno a un velocit� di crescita dell’economia che disancorasse l’Italia dalle secche recenti e tornasse a far volare il Paese.

                Invece, la realt� amara � stata quella di un sistema bloccato, fermo alla crescita zero, pi� incerto quanto alle prospettive future, inchiodato al palo da una serie di disfunzioni strutturali. Che vale la promessa di grandi opere come il Ponte sullo stretto di Messina o il Corridoio ferroviario che, nelle parole del nostro premier, dovrebbe correre fra una ventina d’anni �dall’Atlantico al Pacifico�, quando la quotidianit� degli italiani � compromessa da treni che non partono e non arrivano e da aerei che non decollano?

                  � probabile che, nel 2001, la forza di Berlusconi e l’efficacia del suo Contratto non siano scaturite tanto dal presentare degli obiettivi specifici e circoscritti anche sotto il profilo quantitativo, ma dall’essere riuscito a evocare presso gli elettori un’immagine accattivante dell’Italia e del suo futuro possibile. Rivisitati oggi, infatti, i punti del Contratto, realizzati in tutto, in parte o per nulla, sembrano farsi evanescenti e suonano poco persuasivi. Quando diviene gioco di massa e agita le grandi competizioni elettorali, la politica – come ricorda una linea di pensiero che si snoda da Walter Bagehot a Graham Wallas fino a Joseph Schumpeter – fa leva in primo luogo sugli istinti e gli impulsi degli uomini, su componenti della natura umana che non sono incapsulabili in un nucleo razionale. Per avere successo la politica ha bisogno, pi� che di programmi, di capacit� di visione e poi, per governare, di interventi in grado di accompagnare, passo dopo passo, l’evoluzione dell’economia e della societ�.