“Libri” Tutte le voci del sindacato

24/01/2006
    martedì 24 gennaio 2006

    Pagina 24 – Commenti

    Il testo è tratto dalla prefazione al libro «La democrazia instabile» (Edizioni Ediesse) di Cesare Damiano, Pietro Gasperoni e Piero Pessa. Il libro verrà presentato a Roma oggi alle 17 al Centro Convegni «Palazzetto delle Carte Geografiche» in Via Napoli 36. Oltre agli autori saranno presenti Tiziano Treu, Mimmo Carrieri, Paolo Ferrero Carmelo Barbagallo, Sergio Betti e Mauro Guzzonato

      Tutte le voci del sindacato

        Mimmo Carrieri

          Eventi recenti, che hanno riguardato in special modo i metalmeccanici – contratto nazionale separato, vertenza di Melfi – ma non solo essi, hanno riproposto gli interrogativi derivanti dall’«incerta rappresentanza» dei soggetti sindacali.

            Se i sindacati italiani hanno giocato un ruolo di primo piano nel periodo 1993-2001 questo si deve anche – ma non solo – alle prassi di «democrazia dialogica», cioè di coinvolgimento anche se intermittente dei lavoratori nei processi decisionali, e di decentramento di alcuni momenti organizzativi (Rsu, patti territoriali), che hanno tenuto sotto controllo i rischi di scollamento tra leader e base, tra rappresentanti e rappresentati.

              Ma quando si parla di democrazia sindacale si entra in uno spazio concettualmente e teoricamente minato. Intanto perché non è né chiaro né condiviso cosa si possa intendere per democrazia dentro sistemi di rappresentanza degli interessi. E in secondo luogo perché sono mobili, e non definiti una volta per tutte, i confini dei cittadini della rappresentanza sindacale, e sono variegate le tecniche a cui possono ricorrere per esercitare un controllo effettivo sui rappresentanti.

                Questo ovviamente non significa che i meccanismi di democrazia sindacale non possano essere migliorati: in particolare in direzione di una maggiore trasparenza ed istituzionalizzazione di procedure già praticate in modo informale ed incostante (come verifiche referendarie e simili).

                  D’altro canto le organizzazioni sociali, e tra esse i sindacati, hanno appreso la necessità di essere rispondenti (o reattive) verso i loro iscritti se non vogliono incorrere nei rischi dell’exit, cioè dell’abbandono da parte dei membri delusi. E possiamo aggiungere, sulla scia di Olson, che esse sono obbligate ad essere rispondenti ed efficaci se, oltre a non voler perdere iscritti, ragionano in chiave di allargamento della loro base associativa e della loro influenza.

                    Uno degli aspetti più importanti su cui riflettere è che la rivendicazione di maggiore democrazia non produce soluzioni che favoriscono automaticamente una partecipazione più diffusa dei lavoratori interessati. Il male di cui soffrono le organizzazioni post-democratiche è quello di una ridotta partecipazione, di spazi più ristretti a disposizione dei singoli da investire nella vita associativa e nelle decisioni intorno a beni semipubblici. La possibilità di votare è ovviamente importante, ma è solo un gradino iniziale nella scala di partecipazione democratica. E spesso questo gradino è utilizzato non per allargare la partecipazione democratica ad altri momenti organizzativi, ma esattamente per il suo contrario: per conferire una delega permanente ad un rappresentante e liberarsi così della necessità e dei fastidi della partecipazione. Proprio per questo le risposte, e le polemiche, su tale nodo sembrano appartenere ad una concezione statica, piuttosto che dinamica della democrazia sindacale. Di scontro tra diverse opzioni sindacali e non di allargamento degli strumenti e dello spazio della partecipazione.

                      Questo risulta evidente dalla parabola dei sostenitori della democrazia diretta, la cui intelaiatura è sempre restata vaga, se non indefinita, nelle procedure, per definizione spontaneiste. Solo negli ultimi anni lo strumento prescelto, e circondato di alone salvifico, è stato il referendum.

                        Ma si tratta di uno strumento dall’uso scivoloso, che qualche volta rischia di uccidere il malato, invece di curare la malattia.

                          Infatti esso può radicalizzare le posizioni, favorendo atteggiamenti incrementali e aspettative crescenti e non soddisfatte: insomma coagulare i dissensi contro le scelte sindacali, piuttosto che promuovere una discussione democratica, o delle proposte.

                            A questo riguardo possono valere due tipi di considerazioni.

                              La prima è che il referendum, se si vogliono tenere sotto controllo i suoi effetti perversi, andrebbe inserito dentro un disegno di «democrazia deliberativa». In altre parole, il referendum può essere utile, e anche più, se è inserito all’interno di una ginnastica democratica che consente di arrivare a orientamenti e decisioni ben informati: altrimenti l’alternativa consiste nella contrapposizione di posizioni schematiche, che riflettono ideologie ed appartenenze.

                                La seconda è che il referendum in questa chiave deve essere letto come uno strumento d’aiuto al sindacato per la rilevazione del consenso. Integrativo e non sostitutivo. Come uno strumento per rafforzare il dialogo indispensabile tra lavoratori e leader. La sua istituzionalizzazione ne preciserebbe i contorni e ne ridurrebbe il carattere problematico. Solo in alcuni casi, estremi e contemplati con precisione, diventerebbe un passaggio necessario, e quindi sottratto al potere di disposizione delle associazioni. È l’ipotesi contemplata dall’Avanprogetto della Commissione Romagnoli del 1993, insediata per dare attuazione al Protocollo di luglio. Secondo questo documento il referendum diventava obbligatorio «solo se l’ipotesi d’accordo maturata otteneva consensi inferiori ai due terzi» della delegazione trattante (misurata secondo i criteri di rappresentatività): si tratta di una soglia orientativa che può essere variamente modulata a secondo degli scopi che ci si prefigge. Ma questo non toglie che in alcuni momenti critici le organizzazioni possano comunque decidere di farvi ricorso (o di attivare altri canali di espressione democratica) anche in mancanza delle soglie numeriche, o possano decidere di costruire in ogni caso percorsi di coinvolgimento democratico, anche se meno rigidi e meno perentori.

                                  In conclusione appare realistico affermare che non disponiamo – anche gettando uno sguardo comparato – di un campionario perfetto di democrazia sindacale, replicabile in ogni luogo e in ogni circostanza. Questa piuttosto si materializza attraverso un lungo training fatto di prove ed errori e di approssimazioni successive.

                                    Ciò deriva dal fatto che essa non solo è diversa dalla democrazia politica, ma anche più complessa. Quindi si deve tradurre in meccanismi che siano idonei ad assicurare contemporaneamente rispondenza alle domande sociali (la vicinanza sociologica), e capacità di sintesi decisionale (che richiede invece una distanza sociologica, e la rielaborazione delle richieste immediate).

                                      Da questo difficile – ma necessario – equilibrio dipende la riuscita del lungo gioco della rappresentanza sindacale.