“libri” Diritti sotto tiro – di Sergio Cofferati

07/04/2003
              ex libris
              sabato 5 aprile 2003

              L’anticipazione
              Diritti sotto tiro
              Quale futuro?

              il libro
              Il saggio di Sergio Cofferati, dal
              titolo «Il lavoro, i diritti, il
              sindacato» (di cui qui accanto, per
              gentile concessione dell’editore,
              pubblichiamo alcuni stralci), fa parte
              del volume «Attacco ai diritti.
              Giustizia, lavoro, cittadinanza sotto
              il governo Berlusconi» (Editori
              Laterza, a cura di Livio Pepino,
              pagine 220, euro 10,00) da oggi in
              libreria.
              Il libro, oltre a quello di Cofferati,
              raccoglie una serie di interessanti
              contributi di esperti e studiosi di vari
              campi che portano i nomi di Maria
              Giuliana Civinini, Angelo Caputo,
              Carlo Federico Grosso, Paolo Ferrua,
              Ignazio Juan Patrone, Nicola
              Tranfaglia, Nello Rossi, Mario
              Dogliani e Gaetano Silvestri.
              Correda il volume un’utile
              appendice, curata da Stefano Erbani,
              che illustra e commenta una serie di
              provvedimenti legislativi varati dal
              governo Berlusconi: dalla riforma sul
              falso in bilancio alle leggi sulle
              rogatorie e Cirami, dal progetto di
              riforma dell’ordinamento giudiziario
              alla Bossi-Fini e alle deleghe sul
              mercato del lavoro.

              Sergio Cofferati
              Da anni la centralità del lavoro si è colpevolmente appannata nella cultura della sinistra italiana. Soprattutto, è apparso meno visibile il valore sociale del lavoro. E tutti abbiamo pagato, sia pure in modo diverso, questa «distrazione», imputabile a processi imitativi delle posizioni o degli atteggiamenti di altri, a una idea distorta di «modernizzazione» in un paese già «modernamente» complesso e articolato nelle sue strutture economiche e sociali. Solo ora una
              parte di questo ritardo si sta recuperando: più vistosamente nei partiti e nelle organizzazioni della rappresentanza politica della sinistra
              e del centrosinistra (ché, in verità, il movimento sindacale ne ha sempre avuto consapevolezza, anche quando non ha trovato dall’altra parte interlocutori adeguatamente attenti ed efficaci).
              Il tema è diventato, com’era inevitabile, di straordinaria importanza con l’avvento del governo di centrodestra, dopo le elezioni politiche del 13 maggio 2001. E la cultura della destra, l’idea storicamente tipica della
              funzione subalterna del lavoro all’impresa, ha infine catalizzato molte energie di opposizione.
              Ciò che ora occorre è una scelta di campo precisa, non delegabile al solo sindacato (che pure negli ultimi anni e mesi ha posto il problema con particolare determinazione).
              L’azione di contrasto a politiche finalizzate a indebolire i diritti e le tutele e tese ad alterare o cancellare regole e prassi democratiche del
              confronto sociale non può, infatti, andare disgiunta da un impegno di ordine culturale perché, innanzitutto nella sinistra, torni ad avere visibilità e importanza il tema del lavoro: non si può ragionare degli assetti sociali senza partire da quelli economici e, ragionando
              di questi, occorre tener conto, sempre, del valore del lavoro e dei problemi delle persone che lavorano e producono la ricchezza del
              Paese. Negli ultimi mesi è tornato di grande attualità il tema, conteso
              e controverso, dei diritti nel lavoro. Tra le ragioni di questa rinnovata
              attenzione c’è, senza dubbio, l’accelerazione dei processi di interdipendenza tra le economie del mondo.
              Nel mercato globale si confrontano – schematizzando – due modelli
              di sviluppo e di competizione. C’è un modello che considera come
              centro motore dello sviluppo, e dunque dei processi di accumulazione,
              la possibilità per i soggetti che vi operano di agire senza regole e senza vincoli, nella convinzione che ciò sia un alto gradiente di libertà e, contemporaneamente, il miglior modo per consentire alle imprese di
              conquistare spazi di mercato e di vendervi le loro merci: questa impostazione porta con sé l’obiettivo unico e sistematico di ridimensionare i costi della produzione, e dunque di incrementare il valore dei prodotti e di contenerne il prezzo. Dall’altra parte c’è un modello alternativo che persegue una competizione nella quale esiste il concetto di limite e assume, come punto di riferimento e baricentro,
              l’idea della qualità nella accezione più vasta del termine: qualità dei prodotti offerti, qualità dei modi di produzione, qualità del vivere (perché anche la coesione sociale, e dunque le regole che definiscono gli assetti sociali, sono una parte importante del sistema di competizione). La contrapposizione tra questi due modelli è insita nei processi di globalizzazione: la si ritrova sia nelle dimensioni nazionali, che ancora vivono, sia in quelle sovranazionali, che si vanno creando.
              (…)
              Un modello che ha come riferimento la qualità non può che avere al suo interno anche il concetto di limite: che è, anzitutto, consapevolezza di non poter puntare su uno sviluppo economico indistinto e di dover agire, nel promuovere lo sviluppo economico e l’accumulazione di ricchezza da destinare ai cittadini, entro soglie invalicabili. Gli esempi
              sono agevoli. Il rapporto tra economia e ambiente deve essere impostato tenendo presente che nessuna performance economica positiva giustifica il saccheggio dell’ambiente, perché ciò produce, nel breve e nel medio-lungo periodo, danni inenarrabili. E lo stesso vale
              per le tutele dei diritti: le tutele che garantiscono la coesione sociale e i diritti che fondano la dignità delle persone hanno da sempre dei costi, e le democrazie liberali si sono da tempo orientate ad assicurare tutele per la coesione, «diritti per la dignità», destinando una quota consistente della ricchezza prodotta per assicurare questi tratti di civiltà (che sono alla base dei vari modelli di democrazia compiuta sperimentati nella storia). È evidente che chi non accetta questo modello di competizione, e dunque non assume fin dall’inizio
              il concetto di limite (soglia invalicabile per l’ambiente, per le tutele e per i diritti), finisce col mettere in campo un modello diverso
              e opposto, nel quale tutto ciò che costa viene aggredito per assicurare condizioni più favorevoli alla singola impresa o al sistema delle imprese.
              Ecco perché nella competizione originata dalla globalizzazione c’è chi sostiene che è il mercato l’unico regolatore accettabile. È l’estremizzazione neoliberista che porta a tante incertezze, a tante paure e anche a danni sociali particolarmente pesanti. Queste conseguenze – è bene dirlo con chiarezza – sono tanto orribili quanto inevitabili:
              il lavoro dei bambini costa meno del lavoro degli adulti, lo sfruttamento dei detenuti (tema per noi lontano, ma che in alcuni
              paesi ha dimensioni di massa) è uno degli strumenti della possibile competizione. E la negazione della libertà associativa, della possibilità
              di difendersi attraverso forme di organizzazione collettiva è un’altra delle terribili brutture che vengono teorizzate, oltre che praticate, in tanti paesi del mondo.
              (…)
              Oggi nel nostro paese sono in discussione – come si è detto – i diritti delle persone, e dunque i diritti individuali, ma sono attaccati anche i diritti collettivi. Una parte non irrilevante di ciò che il governo intende fare in materia di mercato del lavoro muove dal presupposto che ci sia una rappresentanza arbitraria dei lavoratori e cioè che il peso e la
              dimensione delle organizzazioni della rappresentanza sociale non siano validati da un atto democratico. Non c’è alcuna intenzione di applicare l’art. 39 della Costituzione, e si prevede addirittura, in modo esplicito, che la legittimazione delle parti venga solo attraverso atti negoziali, fondando su ciò il tentativo di emarginare l’organizzazione sindacale più rappresentativa, cioè la Cgil.
              E, in un crescendo inarrestabile, si susseguono comportamenti che, pur senza realizzare un esplicito attacco alle libertà costituzionali,
              mettono a serio repentaglio la democrazia sostanziale.
              Penso anzitutto a quanto è accaduto dopo gli scioperi promossi dalla sola Cgil. Sono stati chiesti, tramite i carabinieri – ed è una novità inquietante che sia avvenuto facendo ricorso a corpi di polizia -dati
              sulla partecipazione allo sciopero. In alcuni casi sono stati addirittura chiesti gli elenchi degli iscritti ai sindacati. È oggettivamente
              intimidatorio che sia una stazione dei carabinieri a telefonare alle aziende per sapere qual è stata la percentuale di adesione allo
              sciopero o quanti e chi sono gli iscritti a un sindacato: non è una normale rilevazione statistica; è un’altra cosa, estranea – tra l’altro – alle
              attribuzioni degli organi di polizia.
              E penso, poi, al carattere che si tenta di imporre alle dinamiche relazionali, con accenti di vera e propria barbarie. Se una organizzazione promuove un’azione di contrasto contro dei provvedimenti del governo, quell’organizzazione ha diritto al massimo rispetto e le sue osservazioni di merito devono essere contrastate con altre osservazioni di merito, oppure con atti legittimi da parte
              dell’esecutivo o del Parlamento. Ma nessuno si può sorprendere se la disparità di opinioni produce conflitto nel rispetto delle regole e
              della democrazia. Quando, di fronte al contrasto che il sindacato determina, si introducono sospetti infamanti o, peggio ancora, si
              aggiunge al sospetto l’insinuazione che il contrasto possa produrre azioni violente proprie della sfera del terrorismo, quando – come
              pure è accaduto – si attribuiscono alle opinioni del sindacato e della Cgil effetti produttivi di azioni violente, quando si fanno operazioni
              di questa natura, non si commette soltanto un atto grave e un errore, non si mette in campo solo un comportamento inaccettabile
              e offensivo verso una grande organizzazione democratica, ma si instaura un sistema di relazioni che produce barbarie.
              Èun modo di procedere intollerabile, così come è intollerabile che il confronto venga progressivamente svuotato degli argomenti di merito e caricato di una polemica astratta e strumentale. Eppure accade. E così la Cgil viene accusata di abbandonare il terreno sindacale per scendere su quello politico quando promuove scioperi sui tempi più genuinamente sindacali: le pensioni, le politiche sanitarie, i diritti delle persone che lavorano. E accade anche ad altri: a cominciare dai magistrati, accusati di pregiudiziale opposizione politica se, con gli strumenti loro consentiti dall’ordinamento, scendono in campo per difendere l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione, definendo
              così non solo un tratto fondamentale del loro lavoro e della loro attività, ma contribuendo ad assicurare ai cittadini la certezza
              di essere giudicati da magistrati autonomi e indipendenti.
              È la sostituzione agli argomenti dell’uso strumentale e violento delle parole che introduce inquietanti profili di barbarie nelle relazioni sociali e istituzionali. C’è un nesso tra il «vento liberista» e i rischi di riduzione degli spazi democratici che attraversano l’Italia e l’Europa e la più generale tendenza che caratterizza la globalizzazione.
              Quest’ultima infatti, così come si sta manifestando, mette in discussione anche alcuni fondamenti della democrazia, almeno della
              democrazia sostanziale, perché molte delle decisioni che riguardano le dinamiche economiche e sociali prodotte dall’interdipendenza
              sono definite, oltre che dalle imprese, da nuovi soggetti sovranazionali che sono, a volte, delle semplici aggregazioni nate per ragioni
              politiche o per ragioni economiche. Questi soggetti – dal Wto (World Trade Organization), preposto alla regolamentazione dei rapporti
              commerciali nel mondo, al G8 – sono dimensioni prive, allo stato, di un fondamento di democrazia sostanziale definito secondo le regole che hanno dato vita alla democrazia liberale.
              Ovviamente tra questi livelli il tessuto, le regole e la tenuta democratica sono diversi, ma il tema è uno dei primi che gli Stati devono affrontare se si vuole che le dinamiche dell’interdipendenza generino vantaggi ed effetti positivi per le persone che vivono nel mondo.
              La globalizzazione senza regole produce rotture, tensioni e preoccupazioni; e la scrittura delle regole di governo democratico
              della interdipendenza è un compito straordinario, di grande fascino ma particolarmente difficile.
              Mi limito a un esempio. È legittimo che dei capi di Stato si riuniscano (sono soggetti democraticamente espressi) e decidano e coordinino
              le loro politiche, ma a patto che queste politiche riguardino l’esercizio del loro mandato di rappresentanza e cioè l’area che rappresentano. Quando invece, come nel caso del G8, le decisioni assunte coinvolgono direttamente gli esclusi e la stragrande maggioranza
              del mondo si apre un delicato e decisivo problema di democrazia. Allo stesso modo, anche in organismi meglio definiti, se non c’è un esplicito rimando di democrazia con una cessione di sovranità dei soggetti eletti, si introduce un problema delicato di potenziale lesione delle dinamiche democratiche. La cessione di sovranità è questione assai delicata ma da essa non si può prescindere (sia che riguardi la nuova patria europea sia che riguardi l’organizzazione mondiale del
              commercio). Inutile dire che, anche questa, non è una questione ecnica ma una decisione che rimanda ai modelli di democrazia.