“Libri” Cos’è il «fiscal drag» (F.Kostoris Padoa-Schioppa)

06/07/2006
    gioved� 6 luglio 2006

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      Anticipiamo, per gentile concessione dell’autrice, il capitolo sul tema che apparir� nel libro �Lessico dell’economia, parte III�, casa editrice la Luiss University Press

      ITALICA. ANALISI DELLA RICHIESTA �SALARIALE� PER ECCELLENZA

        Cos’� il �fiscal drag� e, soprattutto,
        come si recupera

          I sindacati avevano indicato al governo Berlusconi ter che la priorit� era la restituzione del drenaggio fiscale. E tale � oggi l’atteggiamento della Triplice verso il governo Prodi

            di Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa

              Le prime reazioni dei sindacati, particolarmente Cgil e Cisl, alle ipotesi programmatiche del governo Berlusconi ter in favore di tagli all’Irap e di detassazioni sugli incrementi salariali per il 2006 erano state piuttosto fredde. I leader dei due sindacati, Epifani e Pezzotta, avevano entrambi indicato che la priorit�, in questo campo, � la restituzione del fiscal drag. E tale � ancora oggi l’atteggiamento della Triplice sindacale, anche di fronte al governo Prodi. A questa parola, fiscal drag, che in italiano si traduce con �drenaggio fiscale�, ma che si usa regolarmente anche nel nostro Paese nella dizione inglese, � dedicata l’odierna puntata del Lessico dell’Economia III (che qui pubblichiamo integralmente, ndr.). Con il termine fiscal drag si intende quell’incremento dell’aliquota media dell’imposta pagata sul reddito (e in mancanza di aggettivi si parla di quello nominale), dovuto al fatto che essa cresce in presenza di inflazione, senza che il reddito reale necessariamente salga. L’aumento dell’aliquota media sul reddito nominale, a parit� del reale, dipende da due elementi: che vi sia progressivit� nell’imposizione e che non sussista un’indicizzazione sulle deduzioni dal reddito imponibile, sulle detrazioni di imposta, e sugli scaglioni di reddito cui corrispondono aliquote marginali via via pi� elevate a pi� alti livelli di reddito, cio� sui tre elementi atti a creare progressivit�. Per convincersi che questo sia il caso, mostriamo con un esempio, da un lato, che se c’� progressivit� e assenza di indicizzazione fiscale, si produce un incremento dell’aliquota media anche in assenza di innalzamento del reddito reale; dall’altro lato, che, in condizioni inflazionistiche analoghe e senza variazioni del reddito reale, il fiscal drag non si produce se vi � indicizzazione nel sistema fiscale o se esso non � progressivo ma proporzionale. Partiamo da un caso assai simile a quello che rappresentava il target di fine legislatura annunciato dal governo Berlusconi nel 2001: due aliquote marginali, al 23% fino a un reddito definito convenzionalmente pari a 100 euro e 33% per redditi superiori. Se questi due scaglioni, il primo fino a 100 euro, il secondo al di l� di tale soglia, non sono indicizzati, ci� significa che i limiti rimangono costanti in valore nominale, in particolare tali restano i 100 euro di soglia, indipendentemente dal livello dei prezzi modificato dall’inflazione. Studiamo allora l’imposta media pagata da una persona con un reddito reale misurato in potere d’acquisto pari a 100, ma in due diverse condizioni, l’una con prezzi unitari, l’altra con prezzi doppi. A prezzi pari a 1, il reddito � effettivamente 100, ma con prezzi doppi, per mantenere inalterato il potere d’acquisto, il reddito diviene 200. L’imposta totale pagata nel primo caso � 23 e l’aliquota media � 23%; invece l’imposta totale pagata nel secondo caso � in valore nominale 56, cio� 23+33 (con un valore reale di 28) e l’aliquota media sale alla percentuale di 56/200, cio� diviene 28%, maggiore del 23% originario. Come si vede, il fiscal drag produce un innalzamento dell’aliquota media di cinque punti percentuali, senza che il percettore di reddito sia diventato pi� benestante, soltanto perch� il suo guadagno si gonfia nominalmente a causa dell’inflazione. � chiaro per� che se gli scaglioni di reddito fossero indicizzati, le cose cambierebbero. Infatti, se si stabilisse che esistono due aliquote marginali, una del 23% fino a un reddito misurato in potere d’acquisto pari a 100 euro (non pi�, come prima, fino a 100 euro nominali) e una del 33% per ogni potere d’acquisto superiore, quel contribuente che si vede raddoppiare i propri redditi solo perch� i prezzi raddoppiano senza per� alcun guadagno in termini reali, a queste nuove condizioni continuerebbe a subire un’aliquota del 23% (non una del 28%) e verserebbe un’imposta del valore reale di 23: ovviamente quando i prezzi si moltiplicano per un fattore 2 e il reddito nominale passa a 200, un valore reale di imposta di 23 euro corrisponde a un livello impositivo nominale di 46 euro (cio� il doppio), il che implica che l’aliquota media sia costante, essendo 46/200 esattamente uguale a 23/100. Mostriamo, per concludere questa parte teorica, che il fiscal drag non opererebbe se, coeteris paribus, l’imposta fosse proporzionale e non progressiva. Come gi� sappiamo da una precedente puntata del Lessico dell’economia II dedicata alle varie forme di progressivit� fiscale, un’imposta � proporzionale quando l’aliquota media � costante al crescere del reddito: nel nostro esempio, l’aliquota media sarebbe pari al 23% per redditi minori, uguali o maggiori di 100 euro (ma il discorso sarebbe analogo se fosse costantemente del 33%). Ripetiamo l’esercizio e domandiamoci ora che cosa succederebbe quando il contribuente si trovasse in due condizioni identiche dal punto di vista del reddito misurato in termini di potere d’acquisto, ma diverse quanto al valor nominale, cio� con un reddito di 100 se i prezzi sono unitari, con uno di 200 se i prezzi raddoppiano. A reddito 100, l’imposta pagata � 23 e l’aliquota media � il 23%. A reddito 200, l’imposta pagata diviene 46 e l’aliquota media � ancora il 23%. Nessun fiscal drag si produce perch� l’imposta � proporzionale. � quindi provato che il drenaggio fiscale richiede che sussista progressivit� e manchi l’indicizzazione ai prezzi degli scaglioni di reddito (e delle deduzioni e detrazioni fiscali, se queste esistono). Infine chiediamoci perch� questo tema � improvvisamente ridiventato caldo nel nostro dibattito politico-sindacale. La risposta dipende dal fatto che si � dimostrato, grazie anche al lavoro di due studiosi, Massimo Baldini e Paolo Bosi, che hanno pubblicato un articolo dal titolo �I tagli se ne vanno in fiscal drag� su lavoce.info del 25 aprile 2005, che le riduzioni sull’Irpef realizzate con i due passati moduli della riforma tributaria del governo Berlusconi hanno provocato uno sgravio effettivo decisamente minore di quello teorico introdotto dall’esecutivo, proprio a causa del fatto che il fiscal drag si � mangiato circa un punto percentuale della diminuzione del 3% nell’aliquota media di cui hanno beneficiato il 2�, 3� e 4� decile di reddito. Ci� � precisamente dovuto al fatto che, contrariamente a quelle che erano le intenzioni del Premier manifestate nella campagna elettorale del 2001, egli � stato costretto – a causa delle rilevanti pressioni sia dell’opposizione, sia dei suoi stessi alleati – ad aumentare la progressivit� anzich� a diminuirla, concentrando i massimi sgravi sui redditi medio-bassi anzich� su quelli alti, come egli avrebbe voluto, rendendo pi� forte la differenza fra aliquote marginali minori e maggiori, sebbene tutte venissero ridotte dal suo intervento. Oggi questo gli viene paradossalmente rimproverato con l’affermazione secondo cui �la progressivit� dell’imposta � nel complesso aumentata, ma in misura relativamente pi� forte per i redditi medio-bassi�. Tre sono allora le cure ipotetiche, non quelle realistiche per un anno di fine legislatura come il nostro. La prima, espressa non a caso dai sindacati, consiste nel puntare alla cosiddetta �restituzione del fiscal drag�, cio� nel proporre sia ridato ai contribuenti medio-bassi un 1% del loro reddito, perch� s� hanno guadagnato il 2% dai due passati moduli tributari, ma avrebbero ottenuto benefici del 3% se non ci fosse stato il fiscal drag: questa procedura avrebbe per� il difetto di avvantaggiare ulteriormente solo le classi di reddito che hanno gi� goduto dei maggiori vantaggi fiscali, senza eliminare pro futuro le cause del fiscal drag. Un governo di destra di stampo thatcheriano renderebbe invece meno forte il drenaggio fiscale, concentrando oggi, visti i due moduli precedenti, tutti gli sgravi sui redditi medio-alti, perci� agevolando in eguale misura i diversi percettori di reddito e dunque abbassando la progressivit�: il che comporterebbe, per�, di alterare quest’ultima al di l� della volont� politica maggioritaria nel Paese. La soluzione tecnica ineccepibile �, dopo quanto detto, una terza via ed � semplice: basta indicizzare ai prezzi sia gli scaglioni di reddito che le deduzioni e le detrazioni, al fine di fissarli in valore reale anzich� nominale; la curva della progressivit� non muterebbe e il problema del fiscal drag sarebbe risolto per sempre.