Libero commercio, punto e a capo

10/12/2003


11 dicembre 2003 Anno XLI N.50

 

Attualita italiana




Libero commercio, punto e a capo
 
di
 Antonio Galdo

5/12/2003

 
 

Varata cinque anni fa, la riforma Bersani prometteva libertà nell’orario di apertura e abolizione della licenza per gran parte dei negozi. Ma da allora non è cambiato nulla. Per colpa di tribunali, regioni, comuni e lobby degli esercenti. Che, invece di un’opportunità, vi hanno visto una minaccia.

 
Era proprio una bella riforma quella firmata, nel 1998, dal ministro ulivista Pierluigi Bersani. Una svolta per il commercio, con una parola d’ordine suggestiva: libertà di orario e di licenza. Ovvero porte aperte al mercato, alla concorrenza e innanzitutto agli interessi dei consumatori.
Tutto grazie a una legge che affidava alle regioni e ai comuni la responsabilità di liberalizzare il settore e di trovare un equilibrio tra un moderno sviluppo di nuovi poli commerciali e la difesa, specie nei centri urbani, dei piccoli negozi.

A distanza di sei anni, la riforma Bersani non c’è più. Non è stata abrogata con un referendum popolare né spazzata via da una nuova legge del governo polista: è stata semplicemente cancellata da un infernale vortice di programmazioni regionali che, in perfetto stile bipartisan, hanno prodotto un unico effetto: non liberalizzare nulla. E riportare l’Italia del commercio, che sognava l’America, nella palude del dirigismo economico, quello che non esiste più neanche nell’ex Unione Sovietica.

Le regioni avevano un anno di tempo, dall’approvazione della riforma nazionale, per recepirla. Friuli-Venezia Giulia, Molise e Sardegna hanno fatto prima: per queste amministrazioni la Bersani non è mai esistita.
Lombardia, Piemonte, Toscana, Umbria, Basilicata e Sicilia hanno girato la soluzione ai comuni nel nome delle «compatibilità territoriali» e all’insegna della delega.
Così per aprire un supermercato, un discount, o anche un semplice negozio, bisogna aspettare i piani regolatori, cioè le norme che tutti i sindaci sognano di notte e rinviano di giorno. Risultato: centinaia di domande sono rimaste bloccate in attesa di un eventuale miracolo urbanistico.

Quando i paletti delle amministrazioni diventano insuperabili, anche nell’Italia del commercio si fa ricorso a due tradizionali scorciatoie. Una sentenza del tar oppure un condono. Ma i tribunali amministrativi, come le regioni, hanno orientamenti diversi, talvolta perfino contrapposti.
L’azienda Andros uomo moda è riuscita a spuntarla sul Comune di Monza e il Tar della Lombardia, sezione di Milano, ha sentenziato che «il diniego di autorizzazione per l’ampliamento di un esercizio commerciale è illegittimo se motivato dalla mancanza delle necessarie disposizioni degli enti locali». Al contrario, la ditta F. di Castelmassa, in provincia di Rovigo, non ha potuto ampliare il suo negozio perché secondo il Tar del Veneto soltanto i comuni «possono formulare valutazioni relative al dimensionamento delle strutture di vendita».

Quanto ai condoni, il Belpaese è uno, dal Nord al Sud. Il colosso Auchan ha costruito un centro commerciale di 15 mila metri quadrati a Rescaldina, in provincia di Varese, proprio accanto a una discarica abusiva.
Zona a rischio, dove non si poteva piazzare neanche una capanna. Dopo qualche anno di guerriglia giudiziaria, e con centinaia di dipendenti già assunti, l’Auchan, grazie alla sua forza di multinazionale del commercio, ha vinto la battaglia. E il centro di Rescaldina ha aperto grazie al magico timbro di una sanatoria.

In Sicilia, dove i rischi delle infiltrazioni mafiose sono tuttora altissimi, il condono è praticamente automatico, visto che i comuni forniti di un piano regolatore sono pochissimi.
Per polverizzare una storica riforma ci sono poi le piccole furbizie della quotidiana tendenza degli amministratori-programmatori a giocare con i numeri e con le classificazioni. Tutti i limiti della Bersani, per aprire nuovi punti vendita o per accorpare quelli già esistenti, sono stati rivisti. Cioè peggiorati.




Sergio Billè, presidente della Confcommercio, l’associazione di categoria più rappresentativa e potente.


In Veneto, per esempio, si può creare una nuova «media struttura» di vendita soltanto concentrando quattro negozi autorizzati dalla precedente legge regionale che risale al 1971. In Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Lazio per ogni gruppo merceologico è previsto un contingentamento, attraverso tabelle che sono partorite con la tecnica dei cruciverba. Un incastro di settori (alimentare, abbigliamento, elettrodomestici, prodotti per la casa), di autorizzazioni (la media è cinque per ogni punto vendita) e di scoraggianti costi per istruire le pratiche.

Eppure, la riforma Bersani aveva previsto un’elementare semplificazione, dividendo il commercio soltanto in due ambiti: alimentare e non alimentare.
Quando si parla di spesa, il consumatore collega subito il luogo dell’acquisto al problema del parcheggio. È giusto quindi che, nei piani per il commercio, gli amministratori locali tengano conto del rapporto tra il numero dei potenziali clienti di un punto vendita e gli spazi riservati alla sosta delle auto.

Purché non si esageri con le formule, come hanno fatto alla Regione Liguria per scoraggiare l’allargamento del mercato e l’arrivo di pericolosi concorrenti. Sono pagine di norme e di circolari che richiedono la traduzione da parte di un premio Nobel per le scienze matematiche.
Sono formule, per un parcheggio standard, come questa: (Salim x SValim) + (Snonalim x SVnonalim) / SVtot. Dopo avere decifrato le sigle (alimentare, non alimentare, vendita totale) e ottenuto i numeri, chi volesse aprire un nuovo punto vendita in Liguria arriverebbe a una sola conclusione: rinunciare e dedicarsi ad altro.

Intanto, e qui i numeri diventano semplici, il mercato ligure della grande distribuzione è concentrato nelle mani di un solo gruppo, la Cooperativa Italia, che controlla tutti gli ipermercati e il 43 per cento dei grandi supermercati.
Altro che concorrenza, come prometteva il miraggio della legge nazionale varata trionfalmente nel 1998.

D’altra parte il federalismo fai-da-te, che ha polverizzato la Bersani, ha prodotto almeno due danni enormi al mercato. Il primo lo pagano gli imprenditori che vogliono crescere, oppure solo investire, nel settore del commercio.
Un sistema così rigido e regolato ha fatto il gioco dei grandi gruppi stranieri, che ormai avanzano nel commercio come in molti ambiti industriali: la loro quota nel mercato italiano della distribuzione dei prodotti di largo consumo è passata dall’1 per cento del 1995 al 24 per cento del 2003.
Il secondo conto è già arrivato nelle case di tutti gli italiani, come la televisione degli spot commerciali.
Dopo l’introduzione dell’euro, tra il dicembre 2001 e l’autunno del 2003, l’inflazione in Italia, secondo l’Istat, è cresciuta del 4,3 per cento, ma il latte fresco è aumentato addirittura del 20 per cento e la farina di un altrettanto rispettabile 15 per cento.
Sono dati che fanno riflettere anche i componenti dell’Osservatorio nazionale del commercio, un centro studi creato proprio per discutere gli effetti della legge Bersani.
Ne fanno parte i rappresentanti dei vari settori dell’universo commerciale e i delegati di tutte le regioni che si incontrano a Roma, almeno una volta al mese con una bella gita rimborsata, «in uno spirito di grande collaborazione».Peccato che parlino di una riforma che non esiste più.