Liberisti, brigatisti, farmacisti e monopolisti (M.Pirani)

09/07/2007
    lunedì 9 luglio 2007

    Pagina 20 – Commenti

      LINEA DI CONFINE

      Liberisti e brigatisti
      farmacisti e monopolisti

        MARIO PIRANI

        Anni orsono sostenni un progetto di legge per la liberalizzazione delle farmacie. Per questa legge, che non andò mai in porto, si battevano i laureati in chimica farmaceutica, i quali, pur in possesso del titolo di studio e dei capitali necessari, rivendicavano invano di poter aprire una farmacia. Anche l´Antitrust aveva emesso due delibere, sostenendo che il sistema italiano contrastava coi principi di concorrenza dell´Unione europea. Esso era (ed è a tutt´oggi) basato sul numero chiuso, la pianta organica, i concorsi ed altri artifici che rendono assai arduo aprire una nuova farmacia. Un approccio parziale fu tentato quando i sindaci di molte città, sia di centro sinistra che di centro destra, a cominciare da Milano (retta da Albertini, CdL) decisero di mettere sul mercato le farmacie comunali. Molti farmacisti e laureati senza farmacia si associarono, raccolsero i capitali necessari, presentarono regolare domanda. L´esito fu significativo: i sindaci di ogni colore, a cominciare da Milano dove ben 84 esercizi erano in palio, preferirono cedere gli interi pacchetti alle multinazionali del settore, in primo luogo la tedesca Gehe e l´inglese Alliance UniChem.

        Quando Bersani rilanciò le liberalizzazioni recuperai un po´ di ottimismo in materia. Mi accorsi, però, ben presto, che le «lenzuolate» non rispondevano certo alle speranze dei 60.000 laureati in sempiterna attesa di accedere al libero esercizio della loro professione.

        D´altra parte la vendita nei supermercati dei prodotti da banco e per l´automedicazione presenta il vantaggio per i consumatori di poter acquistare questi generi a prezzo scontato. Nessun vantaggio, nessuna giustificazione, notevoli guasti presenta, per contro, l´emendamento alla Bersani-ter (la terza «lenzuolata») in discussione in questi giorni al Senato. L´emendamento è stato presentato alla Camera (e approvato dalla maggioranza) da quell´on. Sergio D´Elia, noto per il passato brigatista e la condanna a 25 anni di carcere. Dopo aver dichiarato di sentirsi molto lontano dai tempi in cui «metteva nel conto la possibilità e, ahimé, anche la necessità di operare l´omicidio politico come forma di lotta politica», il neo-parlamentare radicale ha pensato bene di applicare il suo zelo civile alla riforma del mercato dei farmaci. Fulcro del suo emendamento è il permesso alla libera vendita nei supermercati ed altri esercizi anche dei farmaci di fascia C, oggi a carico totale del cliente ma per i quali vige l´obbligo di ricetta, speciali norme di conservazione (temperature differenziate, armadi chiusi a chiave) e di distribuzione (registri di carico e scarico, ecc.). Si tratta, tra l´altro, di stupefacenti, anabolizzanti, antitumorali, ecc. o anche di farmaci troppo cari per essere ammessi al rimborso (come il vaccino contro il tumore della cervice dell´utero). Questi farmaci rappresentano il 12,6% del fatturato farmaceutico per un ammontare di 3 miliardi di euro. A differenza, però, dei prodotti da banco e di automedicazione, per quelli di fascia C (come per quelli rimborsati dal Ssn, destinati logicamente a finire presto nel calderone pseudo liberalista) è d´obbligo il prezzo di vendita fisso, determinato dalle autorità sanitarie. Neppure un centesimo di sconto andrebbe, quindi, ai consumatori. Viceversa il grande distributore, dato il volume degli acquisti, può ottenere alti sconti dall´industria e alti profitti nelle vendite. Le farmacie marginali (quelle rurali, dei piccoli centri, di periferia) dovrebbero chiudere. Le altre, indebolite, sarebbero facile preda delle multinazionali e delle grosse cooperative. Il ministro della Salute, Livia Turco, ha espresso il più fermo dissenso chiedendo di bocciare l´emendamento. «Far uscire le medicine dalla farmacia – ha affermato – vuol dire non comprendere il sistema di garanzie che oggi viene assicurato da tali esercizi». Bersani, però, tace (e acconsente? O no?).

        Per capire chi si avvantaggerà di questa finta liberalizzazione basta leggere l´intervista a "Capital" (giugno 2007) di uno dei più grandi e sconosciuti miliardari al mondo, l´italiano Stefano Pessina, che, già alla testa dell´Alliance UniChem, ha appena acquisito per 17 miliardi di euro l´Alliance Boots, gigante mondiale della distribuzione di farmaci e prodotti di bellezza. In Europa ha già 3000 punti vendita. Gli è stato chiesto: «Lei ha dichiarato che il mestiere dei vecchi farmacisti è un mestiere finito?», «La farmacia non è finita. Basta che si adegui…. Noi abbiamo continuato a espanderci e a comprare farmacie…. Il nostro è un mercato tranquillo: la farmacia non perde e non fallisce». Buon per lui e per chi lo aiuta.