Libere professioni: Scelta obbligata per il contributivo

17/12/2002

              17 dicembre 2002

              LIBERE PROFESSIONI
              PREVIDENZA

              Scelta obbligata
              per il contributivo

              DI ELSA FORNERO
              Le Casse previdenziali dei liberi professionisti sono state privatizzate nel 1994 con un provvedimento poco lungimirante che ha consentito il mantenimento sia della ripartizione, ossia di un "contratto" che impegna anche le generazioni future, sia della formula retributiva di calcolo della pensione. La privatizzazione è stata così realizzata in
              un quadro di potenziale insostenibilità finanziaria, di pensioni indebitamente generose, di redistribuzione poco equa, e senza adeguati vincoli a rispettare un piano, ancorché graduale, di riforma.
              La maggior parte delle Casse — forti della presenza di avanzi correnti di gestione e di riserve superiori alle cinque annualità di pensioni previste dalla legge — ha così risposto in modo insufficiente
              alla pressione riformatrice delle proiezioni tecnico-attuariali, che stimano in 15-20 anni l’arco di tempo prima che si inizi a intaccare il patrimonio.
              Per una gestione previdenziale, tuttavia, 3-4 lustri costituiscono un periodo troppo breve, e le relative proiezioni una sorta di "illusione" nella quale è facile cadere, in particolare quando si tratti di gestioni poco "mature", caratterizzate da rapporti attivi-pensionati particolarmente favorevoli.
              Ed è scorretto disegnare le regole su tali favorevoli rapporti in quanto essi sono destinati, presto o tardi, a peggiorare: non è infatti concepibile che la dinamica degli iscritti e del reddito pro capite degli avvocati, dei medici, dei commercialisti, degli architetti, dei giornalisti, possa situarsi sistematicamente a livelli superiori a quelli della popolazione e del reddito pro capite dell’intera economia. In un’ottica prudenziale, l’arco delle proiezioni non può perciò essere inferiore a 50 anni, soprattutto se si tiene conto del fatto che le riforme che si renderanno necessarie nel momento del peggioramento dei rapporti non potranno incidere più di tanto sui "diritti acquisiti" e avranno pertanto lenti effetti di riequilibrio. Se si adotta l’ottica di lungo periodo e, soprattutto, si ipotizzano dinamiche coerenti con quella media del sistema economico si perviene sia a una diagnosi di insostenibilità di lungo termine degli attuali disegni previdenziali, sia a chiare indicazioni di riforma.
              Queste ultime non possono che prevedere il passaggio al metodo contributivo, in modo da rafforzare la corrispondenza tra contributi e prestazioni, e il rafforzamento della capitalizzazione, con la possibile
              trasformazione — da realizzarsi in ogni caso con gradualità — in veri fondi pensione.
              A categorie che non possono certo definirsi sfortunate è doveroso chiedere più lungimiranza che non ad altre, meno favorite sotto il profilo occupazionale e del reddito. Occorre che si rendano conto che
              l’esigenza della riforma è tanto più difficile da cogliere quanto più dilazionato nel tempo appare il momento della "resa dei conti", e perciò tanto più meritevole è lo sforzo in tale direzione.