Liberalizzazioni La guerra dei medicinali

04/04/2011

Le parafarmacie vogliono una rappresentanza garantita. Ma l’Ordine non ci sta: niente quote DI ISIDORO TROVATO
D a quando il ministro della Giustizia Angiolino Alfano ha aperto un tavolo di trattative per la riforma degli ordini professionali, tutte le categorie hanno iniziato a pensare a possibili cambiamenti o ammodernamenti di organismi ormai obsoleti. Il fenomeno riguarda anche le professioni sanitarie (che sono di competenza del ministro Fazio). Non è un caso che da qualche tempo ci sia un po’ di malumore all’interno dei farmacisti il cui assetto è stato stravolto nel 2006 con l’approvazione dele liberalizzazioni di Bersani. Con l’istituzione delle parafarmacie è stata creata una nuova categoria all’interno dell’Ordine e ciò oggi crea qualche diatriba un po’ come accade ad architetti e ingegneri con i laureati triennali. Al punto che alcuni «ribelli» della categoria hanno deciso di inoltrare un protesta ufficiale alla Federazione degli ordini dei farmacisti italiani. La protesta «Noi chiediamo che all’interno dell’Ordine si applichino le stesse norme adottate in politica o nei cda delle aziende — sostiene Rosaria Dipietrantonio, prima firmataria della lettera — che disciplinano la tutela delle parti meno rappresentate, consentendo la presenza minima ma significativa di parti "più deboli"raramente presenti, come le quote rosa, che impongono la presenza di rappresentanti donne in tali ambiti. Noi quindi chiediamo che in ogni lista di potenziali eletti per il rinnovo dei rappresentanti degli Ordini dei Farmacisti, sia prevista una quota riservata alle figure professionali che si affiancano a quella dei titolari di farmacia, compresa la nostra, cioè quella dei titolari di parafarmacia» . La risposta Le obiezioni vanno girate al presidente dell’Ordine, Andrea Mandelli, uno dei più giovani eletti a capo di un Ordine professionale. «Sono contrario a distinzioni all’interno di un unico Ordine professionale — obietta Mandelli —. La nostra inoltre è una struttura nata, nel lontano ’ 46, con lo scopo di garantire la tutela della qualità professionale a vantaggio del cittadino. Non siamo un sindacato e pertanto non possiamo pensare a categorie protette o a quote garantite di rappresentanza. Chi ha interesse a essere presente, si candidi e cerchi di essere eletto. Del resto ci sono già molti presidenti di Ordini che, per esempio, non sono titolari di farmacie: penso a Crotone, Siena o Aosta, giusto per fare qualche nome» . È una bocciatura a qualsiasi progetto innovativo all’interno dell’ordine? «Sia chiaro — precisa Mandelli — se il ministro Fazio deciderà di avviare un processo di riforma io sono assolutamente favorevole. Ma sono altre le priorità: per esempio modulare meglio la capacità di intervento nei provvedimenti disciplinari» . La previdenza Altro tema molto sentito è legato alla questione previdenziale «Chi ha aperto gli esercizi commerciali prima del gennaio 2008 — scrivono i firmatari della lettera di protesta — ha iniziato pagando l’Inps come lavoratore autonomo e la parte di spettanza Enpaf. Con una quota di 700 euro si arriva a percepire una pensione di 100 euro dopo 40 anni di versamenti. Noi titolari di parafarmacia abbiamo iniziato pagando Inps ed Enpaf ma nel gennaio 2008 arriva la famigerata circolare n. 8 che spiega in poche parole che bisogna cancellarsi dall’Inps e passare tra le braccia dell’Enpaf. A nulla sono valse le proteste e i ricorsi ai giudici ancora pendenti per alcuni. Per noi non è valsa la legge della prevalenza delle merci, ma solo il fatto che essendo farmacisti dobbiamo pagare la quota intera dell’Enpaf. Il problema è che molti di noi hanno versato per anni all’Inps la quale garantiva comunque una pensione ragionevole mentre quella dell’Enpaf è ridicola. Inoltre nessuno ha capito cosa succederà quando i primi di noi andranno in pensione perché se l’ultimo ente rimane Enpaf noi andremo a perdere molti soldi» . Il tema pensionistico, naturalmente, non è di competenza dell’Ordine, ma è ugualmente spia di un disagio interno alla categoria. «Prima erano dei dipendenti e stavano all’Inps — spiega Mandelli — poi sono diventati imprenditori ed è giusto che passassero all’Enpaf. Se invece vogliamo introdurre la necessità di una riforma previdenziale, il tema diventa molto più ampio e non riguarda solo la nostra categoria. Ma probabilmente andrebbe affrontato in altre sedi» .