“Liberalizzazioni” Intervista a Linda Lanzillotta

11/06/2007
    lunedì 11 giugno 2007

    Pagina 10 – Politica

    Intervista

      “Liberalizzazioni, stop
      ai ricatti dei partitini”

        Lanzillotta: “Governo e Partito democratico rischiano grosso Se non facciamo le riforme, l’antipolitica ci spazzerà via”

          ALESSANDRO BARBERA

          ROMA
          Marcia indietro sui taxi, sull’abolizione del Pra, i notai fanno muro sulla norma che avrebbe dovuto sottrargli le compravendite sotto i centomila euro. E c’è la questione dell’affidamento dei servizi idrici. Linda Lanzillotta tesse la tela, trova un compromesso con Rifondazione, poi arriva un emendamento dei Verdi che blocca tutto. Il ministro degli Affari Regionali non si scompone: «Un passo indietro grave. Quel testo era frutto di un accordo e un vincolo a non modificarlo».

          E invece ora l’affidamento dei servizi resta sospeso «fino all’adozione della riforma del settore». Cioè sine die.

            «Bisogna tornare su quella decisione».

            Ministro, lei dice che le liberalizzazioni «non sono un optional», «vanno a vantaggio dei più deboli, tutelano dai privilegi e dalle rendite». Stando così le cose è un fallimento.

              «E’ evidente che se non facciamo uno scatto in avanti su questo punto ne pagheranno un prezzo altissimo il governo e il Partito Democratico».

              Che è successo?

                «In alcuni passaggi il governo si è forse distratto. Le riforme, trovata la sintesi in Consiglio dei ministri, vanno presidiate in Parlamento. La maggioranza finora non le ha portate avanti con sufficiente determinazione».

                Dunque?

                  «Il presidente del Consiglio richiami tutta la maggioranza alla responsabilità. Il programma confermato dal vertice di Caserta e dal dodecalogo Prodi va attuato».

                  E se il premier non lo facesse?

                    «Avrà la meglio l’antipolitica. La credibilità del governo si gioca sulla capacità di portare a termine le riforme che propone. Non può cedere ai ricatti dei piccoli partiti o delle lobby».

                    Che c’entra l’antipolitica con le liberalizzazioni?

                      «La difficoltà di fare queste riforme è l’altra faccia della polemica sui costi della politica. Io non credo la gente abbia repulsione verso le istituzioni, ma verso ciò che fanno o non fanno».

                      Intende dire che i cittadini chiedono risultati?

                        «La gente percepisce la politica e le istituzioni come un buon investimento se prendono decisioni nell’interesse generale. Se il costo è a fronte dell’incapacità di decidere si genera disincanto e antipolitica. Leggo il cattivo risultato alle amministrative anche in questo senso».

                        Lei è ancora ottimista? La cronaca descrive l’incapacità di avere la meglio persino sulla lobby del Pra.

                          «Per quanto riguarda il mio disegno di legge sui servizi pubblici locali abbiamo trovato un punto di equilibrio accettabile: è affermato il principio secondo il quale ogni volta che c’è l’affidamento di un servizio all’esterno ci debba essere una gara».

                          C’è voluto un anno per approvarlo in Commissione. E se in aula ci fossero nuove modifiche?

                            «C’è voluto troppo tempo. Per me quello è il compromesso massimo. Se dovessimo modificare ancora il testo, sarei io a dire che è meglio non fare nulla. Non c’è bisogno di finte riforme».

                            Le liberalizzazioni varate finora sono arrivate per decreto. E’ l’unica strada per imporle?

                              «Ci vuole una riflessione sulle procedure parlamentari. E forse anche sulla tecnica dello Zibaldone».

                              Per Zibaldone intende le lenzuolate di Bersani?

                                «Hanno pregi e difetti. La legge dei grandi numeri fa sì che su cento proposte una parte passino, ma a perderci è la visione d’insieme. La logica della mediazione fa saltare alcune norme, spesso le più importanti. Meglio puntare su singoli provvedimenti».

                                Il problema, lo dice lei, è nella maggioranza e nella capacità del governo di produrre una sintesi buona per tutti. Non c’è bisogno di un colpo di reni come sta accadendo in Francia?

                                  «Vedo che Sarkozy comincia ad avere qualche difficoltà. Anche quello è un Paese difficile da riformare. Ma il motore riformista di quel governo è più solido: è un regime presidenziale con un sistema elettorale che garantisce maggioranze certe. Qui c’è da mettere d’accordo dieci partiti. Al Senato abbiamo un voto di maggioranza e l’opposizione trova sempre una scusa buona per distinguersi».

                                  Quando parla del «potere di ricatto» dei piccoli partiti si riferisce a Rifondazione?

                                    «Rifondazione è il terzo gruppo della maggioranza. Poi ci sono altri cinque o sei gruppi».

                                    Larghe intese?

                                      «Sono ministro di questo governo e credo si possa recuperare consenso andando avanti con le riforme».

                                      Le categorie protestano e il governo fa marcia indietro sugli studi di settore dopo pochi giorni.

                                        «Sarebbe pesante imporre retroattivamente i nuovi parametri. Il sistema fiscale resta troppo complesso, richiede molti adempimenti e può generare evasione. Va distinta l’evasione dall’allargamento della base imponibile. Dobbiamo cioè capire se le misure che abbiamo scelto servono a far pagare più tasse a chi già le paga o a far emergere i veri evasori. L’esasperazione delle categorie viene da qui».

                                        La settimana scorsa ad un tavolo con gli enti locali ha proposto di tagliare indennità, poltrone, consigli di amministrazione. Loro hanno risposto «cominciate voi». Sui costi della politica arriverà qualcosa entro l’estate?

                                          «Sto lavorando con Santagata ad un accordo a tutti i livelli istituzionali. Entro giugno ci sarà un disegno di legge su numero e indennità dei consiglieri degli enti locali, di riduzione di enti e società pubbliche. Per diminuire il numero dei parlamentari o dei consiglieri regionali saranno necessarie leggi costituzionali e modifiche statutarie».