L’Fmi vede nero per l’Italia

22/09/2005

    giovedì 22 settembre 2005

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    PREVISIONI LA DIFESA DI URSO: «I GIUDIZI DEL FONDO SI BASANO SU DATI VECCHI. NEL 2004 SIAMO MIGLIORATI»

      L’Fmi vede nero per l’Italia
      «Export e conti al collasso»

        Washington denuncia una nuova perdita di competitività

          Alessandro Barbera

          ROMA
          Male il deficit e il debito, che ritorna a salire. Malissimo la competitività del sistema Paese, «in persistente deterioramento». Pessimo l’export, il cui «collasso» a partire dal 2002 pesa sulla crescita. La fotografia che il World Economic Outlook del Fondo monetario offre dell’Italia è piuttosto allarmante.

            Ai numeri già anticipati sull’andamento dei conti pubblici (limati ancora un po’ al ribasso con la previsione di deficit al 5,1% nel 2006) l’istituzione di Washington aggiunge altri elementi di preoccupazione. Fra i quali c’è anche la situazione della Banca d’Italia. «Una complessa vicenda che speriamo si chiarisca presto», ha detto ieri il capoeconomista del Fondo, Raghuram Rajan.
            A riempire un quadro a tinte fosche bastano comunque i dati strutturali sulla situazione dell’economia: la caduta della produttività del lavoro e l’aumento dei costi di produzione, fattori che hanno pesantemente ridotto la capacità di competere dell’Italia non solo nei mercati mondiali, ma soprattutto nei confronti di Francia e Germania.

            Una caduta di competitività evidente nell’export, e che dal 2002 pesa sulla crescita. Il Fondo dedica all’argomento proprio un confronto fra l’Italia e i due grandi vicini. A differenza di quanto accaduto in Germania – dicono gli esperti di Washington – per noi la forte domanda di questi anni «è stata insufficiente a prevenire un collasso delle vendite all’estero». E del resto l’Italia, come la Francia, concentra il proprio l’export sui beni di consumo, un settore molto vulnerabile alla pressione dei Paesi emergenti.

            Il viceministro al Commercio estero, Adolfo Urso, contesta il dato. «Il Fondo non tiene conto dell’andamento degli ultimi due anni». Perché invece «dal 2004 abbiamo ampiamente recuperato terreno e nei primi sei mesi di quest’anno le esportazioni sono cresciute del 6,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, il miglior risultato fra i più grandi Paesi europei».

            Poiché i mali di tutti si insinuano spesso anche nei comportamenti di singoli, il Fondo punta il dito contro gli imprenditori italiani i quali, più che subire l’apprezzamento dell’euro, in buona sostanza ne avrebbero approfittato.
            «Sulle esportazioni hanno influito negativamente anche i comportamenti degli esportatori». In che modo? «In Italia hanno reagito all’apprezzamento dell’euro trasferendo ai prezzi all’export una percentuale dell’incremento del costo del lavoro per unità di prodotto superiore alla media. Così hanno mantenuto la redditività di prima».

            Sul versante conti pubblici si confermano le anticipazioni di questi giorni: crescita zero per quest’anno, +1,4% nel 2006, il rapporto deficit-pil toccherà il 4,3% quest’anno, il 5,1% l’anno prossimo. Quest’ultimo dato, il più significativo, è stato rivisto al ribasso di un ulteriore 0,1%. Se si dà credito a questa stima per scendere al 3,8% indicato dallo stesso governo, non basterebbe un aggiustamento dello 0,8% (circa 11,5 miliardi) come promesso nel Dpef e alla Commissione europea, ma dell’1,3%, pari a 17 miliardi di euro. Quello che il Fondo definisce «un significativo, e ancora non identificato (nei contenuti, ndr) aggiustamento».

            Di certo, dicono i tecnici dell’organismo, quello del governo italiano sarà un «test» per il nuovo Patto di Stabilità europeo. Una prova per capire se «la maggiore flessibilità concessa» non sarà usata dai Paesi che l’hanno ottenuta «per posporre del tutto» l’obiettivo del rigore di bilancio.

              Dulcis in fundo, c’è l’amaro capitolo del debito pubblico, che per la prima volta da anni torna a salire: il 105,5% del pil quest’anno, il 107,1% nel 2006. In questo caso siamo in ottima compagnia: il Fondo è preoccupato anche per lo stock tedesco (nel 2006 il 70,1%) e quello, stellare, del Giappone. Secondo le stime di Washington il debito nipponico nel 2006 raggiungerà il 177,8% del Pil. Mal comune, mezzo gaudio.