L’Europa va piano, l’Italia è ferma

21/01/2003





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lunedi 20 Gennaio 2003
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Ormai circola un nuovo pessimismo, Un po’ c’entra la guerra. ma non solo. Gli esperti si stanno accorgendo che anche in tempi di economia globale, quando le crisi si "avvitano", poi per uscirne ci vuole molto tempo

L’Europa va piano, l’Italia è ferma


GIUSEPPE TURANI


Ormai circola, a proposito dell’Italia, dell’Europa e anche delle Borse, una sorta di nuovo pessimismo. Un po’ c’entra la guerra. Ma non si tratta solo di questo. Un fondo di pessimismo circolava anche nei giorni in cui sembrava che la guerra irachena fosse lontana, se non addirittura evitabile e evitata. La verità è che gli esperti (che sono gli unici a tentare di guardare avanti) vedono più nero di qualche tempo fa. Come mai?
Certo, probabilmente c’entra il fatto che più di un anno fa tutti avevano annunciato l’avvio della ripresa economica mondiale per il secondo semestre dell’anno (2202). E oggi si ritrovano, passato e sepolto quel secondo semestre, a dover rispondere ancora alla stessa domanda: ma quando arriva la ripresa che avevate annunciato un anno fa? I più disinvolti se la cavano dicendo: ma perbacco nel secondo semestre del 2003. Insomma, ci eravamo sbagliati di un anno, ma questa volta, vedrete, facciamo centro.
L’errore dell’anno scorso, come si è detto, un po’ gioca sul pessimismo di adesso. ma c’è di più. C’è il fatto che gli esperti si stanno accorgendo che, anche in tempi di economia globale (anzi, forse proprio per questo), quando le economie si avvitano, poi per tirarle fuori ci vuole del tempo. Caso tipico è l’America che, forse, non andrà di nuovo in recessione (come qualcuno sostiene), ma che comunque avrà una ripresa molto lenta e molto sofferta (basta guardare i risultati delle aziende). Al punto che di una vera ripresa, sfavillante e con tanto entusiasmo, si parla solo per quanto riguarda il 20042005 (meglio essere un po’ vaghi, a questo punto, sulle date). Per il 2003, se tutto va bene, gli Stati Uniti dovrebbero fare una modesta crescita del 2,5 per cento.
L’Italia, che non ha avuto una secca recessione, ma che di fatto ha rasentato la crescita zero nel 2002 (0.40,8 per cento di crescita), è in un certo senso vittima del suo stesso insuccesso. Nel 2000 era cresciuta del 2,9 per cento, poi è scesa di colpo all’1,8 per cento e infine allo 0,4 per cento, mentre si aspettava una crescita "ufficiale" del 3 per cento (poi via via ridimensionata, ma mai scesa sotto l’1,5). E quindi sta capitando un po’ come a quel ragazzino a cui avevano promesso un panettone intero, ma che si vede consegnare solo un biscottino e per di più senza crema. La gente è di colpo portata a vedere nero.
Ma vede nero anche perché intorno non si vedono elementi di successo, di cambiamento. L’area euro continua a procedere lentamente. Nel 2003 (previsioni Banca Intesa) se va bene crescerà dell’1,1 per cento. E nel 2004 arriverà, forse, al 2 per cento. Siamo, come si vede, nelle zone basse dell’economia. E, se l’Europa va così, come immaginare che l’Italia vada più svelta? Che cosa abbiamo in mano per provocare una crescita super in Italia, al di sopra di quella media europea? Non certo un fortissimo rilancio della domanda interna. Il ministro Tremonti fa i salti mortali (anche tripli) per tagliare un po’ di tasse e rilanciare un po’ di domanda interna. Ma il nostro rimane il paese più indebitato d’Europa e quindi salti mortali, carpiati, avvitamenti multipli non possono non tenere conto di questo fatto: gli spazi per il rilancio della domanda interna sono modesti, quasi nulli. E quindi, se l’Europa crescerà quest’anno dell’11,2 per cento l’Italia nella migliore delle ipotesi farà altrettanto.
Ma, forse, anche meno. Infatti stanno arrivando a maturazione alcune crisi (come quella, enorme, della Fiat, ad esempio). Ma non è detto che tutto finisca lì. Da qualche tempo sinistri segnali stanno arrivando anche dall’area del "made in Italy", che incomincia a incontrare qualche difficoltà. All’estero si fa fatica a vendere perché, bene o male, ogni anno si perde un po’ di competitività: l’Italia ha regolarmente uno 0,5 per cento di inflazione in più rispetto alla media europea. Poi, come se questo non bastasse, c’è anche questo dollaro che continua a scendere. E, infine, anche gli italiani sono diventati assai più attenti nei loro acquisti. Nelle boutique del "made in Italy" si sono fiondati, effettivamente, ma solo quando sono cominciati i saldi. Prima ne sono stati giudiziosamente alla larga. D’altra parte, un po’ vedono nero, e un po’ hanno gli armadi pieni. La Borsa, tanto per chiudere il cerchio, sono tre anni che li delude e quest’anno, se tutto andrà bene, salirà dell’89 per cento. E si sa già che la campagna dividendi delle aziende quotate sarà magrissima: forse con il 1015 per cento di soldi in meno.
Insomma, ci stiamo avvicinando alle ragioni vere del nuovo pessimismo. Gli italiani sono stretti fra un presente modestissimo (fatto più che altro di insuccessi: chi non ha perso il posto, certo non ha avuto gratifiche o aumenti di stipendio, tutte le aziende stanno realizzando controlli maniacali dei costi) e un futuro che rinvia ogni possibile ripresa forte, eccitante, a non prima del 2005. Una data molto lontana, troppo lontana.
E’ come essere entrati in una galleria buia e piena di buche. In fondo in fondo si vede una luce, ma è troppo lontana perché la gente si metta a correre. E allora si diventa tutti un po’ pessimisti. Se le aziende controllano le spese al centesimo, anche le famiglie fanno altrettanto. Si spera che accada qualcosa, ma per adesso all’orizzonte non si vede alcuna alba colorata di rosa e rinfrancata da caldi venti del sud. L’aria rimane fredda e poco invitante.