L´Europa mai così lontana

18/03/2003

        martedì 18 marzo 2003
        L´Europa mai così lontana

        ALEXANDER STILLE

        QUESTO è un periodo difficile, schizofrenico, per molti americani che hanno stretti legami con l´Europa e, pur fortemente critici nei confronti dell´amministrazione Bush, guardano con preoccupazione crescere nel mondo l´antiamericanismo. Il mio amico Ethan, cantante d´opera, mi ha raccontato le sensazioni provate a una cena dopo le prove di uno spettacolo a Lucca di fronte alle pesanti battute dei colleghi italiani su Bush. «Non erano molto diverse da quelle che puoi sentire tra amici negli States, ma ero a disagio e quando io stesso ho raccontato una barzelletta facendo il verso al presidente mi sono sentito in colpa». È un po´ come con i parenti, noi possiamo anche dirne peste e corna, ma se lo fanno gli altri ci dispiace.

                Ne ho parlato recentemente con Victor Navasky, direttore di The Nation, prestigiosa rivista di opinione della sinistra americana. Mi ha raccontato come rispose a un gruppo di giornalisti greci che gli chiedevano un giudizio sullo stato delle libertà civili negli Usa. Ricorse a un aneddoto che aveva per protagonisti due contadini. Uno chiede all´altro: «Com´è tua moglie?», e quello risponde: «Rispetto a chi?». «Rispetto alla maggioranza dei paesi, negli Usa le libertà civili godono di una salute eccellente: puoi permetterti di attaccare duramente il governo senza finire dentro, ma rispetto al periodo ante Bush la situazione è notevolmente peggiorata».
                Il problema ha in parte a che fare con la sensazione che a volte le critiche e l´astio siano in qualche modo indiscriminati, che si parli degli "americani" come se una nazione vasta e complessa di trecento milioni di abitanti fosse un monolito con sopra la faccia di Bush. L´estate scorsa, la passeggera che mi sedeva a fianco sul treno Roma-Torino, una signora gentile e gradevole, a un certo punto disse: «Ma gli americani si rendono conto di quanto è odiata l´America nel mondo per le azioni del suo governo?».
                Pronunciate dopo l´11 settembre, ma prima della minaccia di invadere l´Iraq, quelle parole sembravano indicare che l´attacco al World Trade Center, per quanto deplorevole, era comprensibile e in un certo senso giustificato. "Se lo sono meritato" è infatti il titolo di un libro pubblicato in Grecia che illustra la reazione locale all´11 settembre. L´antiamericanismo è particolarmente pronunciato in paesi in cui il governo americano ha fatto poco danno (Corea del Sud e Brasile ad esempio) mentre è sorprendentemente ridotto in paesi che hanno patito le azioni Usa (Vietnam, Iran e, fatto curioso, persino l´Iraq). Dopo l´11 settembre, il filosofo francese Jean Baudrillard scrisse che la tragedia celava uno sporco segreto, gran parte dei non americani si rallegrò in cuor suo per la distruzione di un simbolo della superpotenza Usa (dimenticando che insieme a quel simbolo furono sgretolate e incenerite tremila vite umane). Il saggio di Baudrillard fece il pieno di critiche e non credo che all´epoca esprimesse un punto di vista ampiamente condiviso; ma oggi, a un anno e mezzo di distanza, con l´amministrazione Bush che preme per invadere l´Iraq, mi aspetto che il partito del "se lo sono meritato" sia cresciuto e che un attacco terroristico sia considerato in molti casi una giusta punizione per l´arroganza e l´unilateralismo politico di Bush.
                Amici di ritorno da viaggi in Europa mi hanno raccontato di incontri con persone che non avevano potuto fare a meno di riversare su di loro l´astio che provavano nei confronti della politica americana. Molti sono contro la guerra, ma si sono sentiti bersaglio di un ardore, di una sottesa ostilità personale (Voi americani!) che li ha urtati. Con mia grande sorpresa mia sorella e il marito hanno deciso per la prima volta in quindici anni di non fare le vacanze estive in Europa. Non perché siano irritati dal rifiuto di Chirac e della Francia di appoggiare la risoluzione Usa all´Onu. Al contrario, sono decisamente contro la guerra. «Non voglio sentirmi oggetto di ostilità in vacanza proprio quando dovrei rilassarmi», spiega mia sorella. Allo stesso tempo non sopporta Bush. «Non riesco a guardare la tv, a sentirlo mi ribolle il sangue».
                Quando il resto del mondo vede Bush sul teleschermo, vede il volto dell´Amerika. Ma molti di noi americani non ci riconosciamo in quel volto: vediamo solo un individuo, al limite il rappresentante di una fetta del Partito Repubblicano, un politico che si è distaccato radicalmente dalle posizioni dei suoi predecessori, compreso suo padre.
                La maggior parte di noi, addirittura la maggior parte di quel 50 per cento circa che si è dato la pena di andare alle urne, non ha votato per Bush. È vero (benché mi risulti personalmente incomprensibile) che una maggioranza degli americani oggi esprime approvazione per il presidente, ma è un consenso seguito all´attacco dell´11 settembre e non è affatto certo che si trasformerà in voti al momento del rinnovo del suo mandato tra due anni. Quello che secondo la nostra sensibilità manca nei commenti stranieri sull´America, è il senso della complessità. Complessità riferita in primo luogo alla nostra nazione. Gli Stati Uniti sono un grande paese, un continente intero, per dimensioni e varietà paragonabile all´Europa stessa. Le differenze tra il New England e il Mississippi sono profonde quanto quelle tra la Lombardia e la Calabria. E per molti versi io mi sento più spaesato in Texas che in Sicilia.
                L´elettorato americano è spaccato tra una minoranza decisamente pro-Bush, una minoranza decisamente anti-Bush e una maggioranza di indecisi al centro. In caso di dubbio la maggior parte degli americani tende ad avere fiducia nel presidente e se il presidente ripete che l´attacco all´Iraq è necessario per assicurare la pace nel mondo, sono pronti a credergli, seppur con ampie riserve. Se le dichiarazioni dell´amministrazione Bush traboccano di arroganti certezze e la guerra vi appare come un´idea fissa, in realtà negli Usa l´intervento militare suscita ben pochi entusiasmi. Persino chi si schiera a fianco del presidente lo fa per una sorta di senso del dovere e motiva così il proprio sostegno: «Be´, se davvero è necessario, credo che dovremmo andare avanti…». Niente istinti sanguinari o proclami sciovinisti.
                Tutto sommato credo che il movimento pacifista in Europa abbia avuto un ruolo positivo nell´affermare il diritto del resto del mondo a impedire una presa di posizione che potrebbe non essere necessaria. Ma il concetto che molti hanno degli Stati Uniti e le posizioni di tanti pacifisti europei difettano quanto a complessità. È così facile e comodo gridare «no alla guerra!». Che piaccia o no, gli Usa si trovano in una posizione di responsabilità, che impone loro di gestire il proprio potere e di reagire in pratica a ogni crisi importante. Se scoppia una carestia, una guerra civile, di fronte a un genocidio, la prima domanda che viene alle labbra è: «Che intenzioni hanno gli americani?». Le critiche arriveranno comunque. Molti, dapprima o indignati che gli Usa permettessero i massacri in Bosnia, criticarono ferocemente l´intervento militare. «No alle bombe» era il ritornello dei miei amici italiani di sinistra. Ora che la Bosnia vive da parecchi anni una pace relativa, sono poche le critiche e ancor meno le autocritiche da parte di chi predisse che l´intervento sarebbe sfociato in un disastro.
                Molti criticarono la decisione dell´amministrazione di invadere l´Afghanistan, alcuni, (come Noam Chomsky) arrivando addirittura ad accusare gli Usa di tentato genocidio. Oggi che i centri di addestramento dei terroristi sono stati smantellati ed è stata data prova dei legami esistenti tra i Taliban e Al Qaeda, in pochi resterebbero dell´opinione che si è trattato di un´aggressione ingiustificata.
                Personalmente, sono dell´opinione che un intervento militare ora non sia strettamente necessario e che potrebbe riversare su di noi troppe conseguenze negative, ma credo sia importante che i contrari alla guerra comprendano la reale complessità della situazione. Il regime di Saddam Hussein non è semplicemente uno dei tanti governi autoritari al potere nel mondo. Saddam ha scatenato e combattuto due guerre senza aver subito provocazioni, ha buttato fuori dall´Iraq gli ispettori Onu e ha iniziato a collaborare con loro solo nel momento in cui gli Usa hanno dimostrato di essere pronti ad intervenire con le armi. Per alcuni versi tuttavia il problema tocca anche molti di noi americani. Non sopportiamo Bush e l´America che rappresenta e facciamo fatica a impedire che questo sentimento condizioni un´analisi razionale del caso Iraq. Se fosse Clinton a premere per un intervento e ad adoperarsi per creare una coalizione internazionale, avremmo una visione altrettanto negativa? Il movimento contro la guerra sulle due sponde dell´Atlantico farebbe bene ad abbandonare un po´ del suo astio, del suo senso di sicurezza e di superiorità morale.

                (Traduzione di Emilia Benghi)