L’Europa chiude la porta alla Maastricht delle pensioni- A.Recanatesi

23/06/2003


23 Giugno 2003

CADUTA A SALONICCO L’IPOTESI DI UN INTERVENTO COMUNE

L’Europa chiude la porta
alla Maastricht delle pensioni

di Alfredo Recanatesi



SE si eccettua qualche accenno dettato più dalla cortesia che dalla convinzione, al vertice di Salonicco sembra del tutto caduta l’ipotesi, o più semplicemente l’idea, di una Maastricht della previdenza europea, ossia della istituzione di un vincolo comunitario alla sostenibilità dei sistemi previdenziali dei paesi membri. L’idea è quella di far discendere da una decisione sovranazionale le riforme della previdenza che i singoli governi hanno serie difficoltà a varare, come dimostrano le resistenze che si vanno manifestando in tutti i paesi nei quali queste riforme sono state annunciate o stanno per esserlo.
Concorrenza
L’idea di una Maastricht delle pensioni in effetti non è realizzabile, perché la circostanza che quasi tutti i paesi hanno un problema di sostenibilità del proprio sistema previdenziale non comporta affatto che ciascuno di essi sia interessato, oltre che alla soluzione del proprio problema, anche alla soluzione di quelli degli altri. Semmai avviene il contrario, nel caso delle pensioni come di molte altre questioni aperte. Prendiamo l’esempio di una qualsiasi attività svolta in regime di concorrenza, diciamo una lavanderia. Ogni lavanderia si impegna per prosperare, ma questo non implica affatto che ciascuna sia interessata a che anche le altre prosperino, perché il suo interesse è, all’opposto, quello che le altre chiudano, specie le più prossime, per poterne rilevare la clientela.
Tra i partner della Ue c’è un’analoga seppure più articolata competizione, e per quanto ciascuno possa avere interesse a vivere in un contesto generale di prosperità e di equilibrio, in una molteplicità di casi specifici avviene che le difficoltà di uno vengono colte come opportunità a vantaggio di uno o più degli altri. Nessuno si avvantaggia per il fatto che un partner realizzi le riforme volte a rendere sostenibile il proprio sistema previdenziale; anzi, se non le realizzerà avrà problemi di finanza pubblica, dovrà distogliere risorse da altri impieghi, rimarrà attardato come sistema paese, e dunque finirà per essere un concorrente meno influente e meno temibile.
Il trattato di Maastricht è cosa ben diversa. La necessità era di porre un limite alla possibilità che un paese membro perseguisse un proprio interesse (il ricorso al comune mercato finanziario) danneggiando gli altri (sottraendo risorse impiegabili più produttivamente e rendendole più costose). Nel caso della previdenza questa condizione non ricorre: l’eventuale dissesto previdenziale di un paese membro non può riversarsi sul comune mercato finanziario perché lo impedisce il trattato (e l’annesso patto di stabilità), e dunque non può nuocere agli altri. Anzi, ogni paese ha interesse che i partner mantengano il più a lungo possibile sistemi previdenziali generosi, perché così viene alimentata la domanda interna della quale, a motivo della unicità dei mercati, tutti hanno la stessa possibilità di approfittare.
Cosa analoga accadde per la cosiddetta Maastricht dell’occupazione quando, in un impeto di buonismo solidarista, al vertice di Lisbona fu approvato un obiettivo di occupazione che i paesi membri avrebbero dovuto perseguire. È rimasto sostanzialmente lettera morta e non è difficile comprenderne il perché: ogni paese ha interesse che aumenti la propria occupazione, ma non quella degli altri che sono, si diceva, competitori, per cui è una questione che nella sostanza è e rimane nazionale.
Quali risorse
Il problema della previdenza, per altro, non è di risorse (dal momento che agli anziani è comunque riconosciuto il diritto ad una vita possibilmente agiata e comunque serena), ma del modo attraverso il quale devono essere reperite, se attraverso l’obbligatorietà e la fiscalità generale ovviamente pubblica, oppure attraverso una consistente quota affidata a decisioni volontarie e gestioni private. Le tensioni sociali che percorrono l’Europa nascono dal tentativo dei governi di alleggerire i compiti del settore pubblico trasferendone, implicitamente, l’onere al privato. Sono, dunque, questioni la cui natura e le cui prospettive dipendono da fattori sociali, politici, culturali assai differenziati e difficilmente riconducibili a denominatori comuni sui quali imbastire una comune politica di intervento.
I denominatori comuni sono solo due: l’aumento della popolazione inattiva su quella attiva, e l’inclinazione dei governi a girare su un capro espiatorio l’impopolarità di un intervento su un fattore come il sistema previdenziale così rilevante e così peculiare della concezione europea della civiltà, della solidarietà, dell’ordine civile. Troppo poco per immaginare politiche ed obiettivi comuni.