“Lettere” Ma Biagi non voleva lo scontro sociale

01/07/2002


LUNEDÌ, 01 LUGLIO 2002
 
Pagina 8 – Interni
 
MA BIAGI NON VOLEVA LO SCONTRO SOCIALE
 
 
MICHELE TIRABOSCHI

Caro direttore,
i toni del confronto (ma sarebbe più giusto dire scontro) politico-sindacale alimentati dalla pubblicazione delle lettere di Marco Biagi hanno oramai superato ogni limite di decoro e civiltà e rischiano seriamente di oltrepassare il livello di guardia. Certo, quantunque fosse da tempo noto che Marco Biagi si era più volte lamentato della mancata concessione di una scorta, era inimmaginabile che la pubblicazione delle sue lettere passasse sotto silenzio. Stupisce tuttavia che tutti – dagli osservatori più distaccati ai politici e sindacalisti coinvolti – si siano lasciati irretire in un vortice di accuse, diffamazioni, repliche e contro-repliche che poco giovano non solo alla riforma del mercato del lavoro ma, prima ancora, alla stessa stabilità del quadro politico-istituzionale e alla immagine del nostro Paese.
È inutile aggiungere benzina sul fuoco, e per questo ritengo doveroso evitare di cadere nella trappola delle precisazioni e rettifiche rispetto a molte delle inesattezze e delle enormi banalità apparse in questi giorni sugli organi di stampa. Sarà la magistratura a stabilire – si spera davvero in tempi rapidi – le gravi responsabilità di chi non ha saputo (o voluto) valutare il pericolo in cui versava il professore bolognese. Ogni battaglia sui giornali non solo è inutile, ma rischia seriamente di complicare il lavoro dei magistrati e distogliere l´opinione pubblica da quello che è il vero "problema": perché a Marco Biagi è stata negata anche una pur minima forma di tutela?
Per chi conosceva il valore e la competenza professionale di Marco Biagi c´è un solo modo, invece, per fare giustizia di questa ulteriore e inutile violenza catapultata, una volta ancora, sulla famiglia, sugli amici e sui suoi più stretti collaboratori: occorre tornare al più presto, senza esitazioni o dietrologie, al merito del confronto. Lo affermano a chiare lettere Maroni e Sacconi che, nella dichiarazione congiunta di ieri in risposta alle stupefacenti dichiarazioni di Scajola, auspicano una rapida conclusione del negoziato per quel patto per il lavoro tra Governo e parti sociali che Biagi aveva fortemente voluto e per il quale aveva assiduamente lavorato.
Per far questo occorre, una volta per tutte, fare chiarezza su quelle che, sin dall´inizio del confronto, sono state delle vere e proprie inesattezze, abilmente date in pasto da smaliziati provocatori a una opinione pubblica comprensibilmente allarmata in quanto poco familiare con i tecnicismi del giurista del lavoro.
Primo: la riforma dell´articolo 18, sia nella versione messa a punto dal professor Biagi sia nella versione più ridotta in via di definizione in queste ore, non lede alcun diritto fondamentale dei lavoratori. L´opinione non è di parte, ma è stata recentemente formulata dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 36/2000), chiamata a decidere in merito alla ammissibilità del referendum dei radicali nel corso della passata legislatura. Diritto fondamentale del lavoratore è, infatti, quello di non essere ingiustamente licenziato, e tale garanzia prevista dalla legge n. 604/1966 non è mai stata messa in discussione da nessuno (anzi, essa rappresenta uno dei punti cardine della proposta di Statuto dei lavori contenuta nel Libro Bianco del Governo). Altra cosa, invece, sono le conseguenze (risarcimento e/o reintegrazione) del licenziamento privo di giustificazione che, secondo la Corte Costituzionale, rientrano nella piena discrezionalità del legislatore ordinario.
Secondo: l´articolo 18 non è dunque da annoverare tra le norme a contenuto costituzionalmente vincolato, e cioè tra quelle leggi che vertono su disposizioni la cui abrogazione/modificazione si traduce in una lesione di principi costituzionali. L´articolo 18, più semplicemente, è manifestazione di un indirizzo di progressiva garanzia del diritto al lavoro previsto dalla Costituzione, la cui attuazione compete esclusivamente alla discrezionalità del legislatore, non solo quanto alla scelta dei tempi, ma anche dei modi d´attuazione (sentenze nn. 194/1970, n. 129/1976 e n. 189/1980).
Terzo: sbaglia pertanto, ed è in mala fede, chi reputa "eversivo" ogni tentativo, soprattutto se di carattere sperimentale e limitato nel tempo, di perseguire l´obiettivo dell´incremento dei tassi di occupazione del nostro Paese (tra i più bassi d´Europa) attraverso misure, come quella del non computo dei nuovi assunti ai fini della determinazione del campo di applicazione dell´articolo 18, che la Costituzione affida alla piena discrezionalità del legislatore ordinario. La misura in questione potrà magari rivelarsi inutile, o persino controproducente, ma in sé e per sé non ha nulla di eversivo tanto più che, come noto, l´istituto della reintegrazione non è generalmente previsto negli altri ordinamenti europei.
Senza avere chiari almeno questi tre punti il confronto è inevitabilmente destinato ad alimentare un dialogo tra sordi e a degenerare in uno scontro sociale che non giova a nessuno, tantomeno ai lavoratori e alle persone in cerca di occupazione. E non c´è peggior sordo – è noto – di chi non vuol sentire le ragioni della controparte.

L´autore è direttore del Centro studi internazionali e comparati "Marco Biagi" e insegna all´Università di Modena. Era, oltre che amico, il più stretto collaboratore del professore assassinato. Ne è l´erede scientifico ed ha tenuto la commemorazione ufficiale in occasione del trigesimo della morte all´Università di Modena