“Lettere” Epifani: «Sul reddito minimo il dialogo può ripartire»

09/12/2002





8 dicembre 2002

Il segretario generale della Cgil scrive al presidente del Consiglio
Le scrivo memore della promessa che fece in campagna elettorale di occuparsi degli ultimi
«Sul reddito minimo il dialogo può ripartire»

«Si cominci prolungando al 2003 la già positiva sperimentazione»
di Guglielmo Epifani*
      Onorevole presidente, le distanze fra le scelte del suo governo e le opinioni dell’organizzazione che rappresento sono state, in tutti questi mesi, fino alle ultime ore sulla vicenda Fiat, rilevantissime. Sull’insieme degli argomenti che sono stati oggetto del nostro confronto ci siamo, infatti, ritrovati su posizioni contrapposte.
      È successo, sia nel caso delle problematiche del lavoro, nelle quali è parso a noi evidente un attacco esplicito ai diritti delle persone che lavorano e una volontà di rendere ulteriormente precaria la condizione di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori, sia quando si sono affrontate questioni di politica di bilancio, come nel caso dei provvedimenti dei primi cento giorni o, da ultimo, della Finanziaria, con le scelte in essa contenute che, mentre non porteranno alcun aiuto allo sviluppo del Paese, produrranno tagli consistenti al sistema di protezione sociale e alla esigibilità concreta di diritti di cittadinanza.
      Abbiamo contrastato limpidamente le politiche dell’Esecutivo da lei presieduto, in quanto non all’altezza di invertire un preoccupantissimo declino del Paese, la cui evidenza denunciammo oltre un anno fa. Anzi, le politiche di questi mesi ne hanno ulteriormente aggravato la portata.
      Queste distanze hanno, infine, contraddistinto anche la vicenda Fiat, fino a determinare la rottura del negoziato, allorquando il suo governo, con una prassi che non ha precedenti nella storia delle relazioni industriali di questo Paese, non solo ha sposato totalmente la tesi di una sola parte ma ha esautorato il sindacato dalla sua funzione negoziale.
      Nonostante queste profondissime divergenze, mi rivolgo oggi a lei – memore di una sua promessa fatta in campagna elettorale, circa il fatto che si sarebbe occupato «degli ultimi» – per sottoporle una questione di alto valore sociale: il reddito minimo d’inserimento (Rmi).
      La Legge Finanziaria 2003 sta sopprimendo questo istituto. Come lei ricorderà l’Rmi fu istituito da un Decreto legislativo del 18 giugno del 1998 che ne disciplinò l’introduzione in via sperimentale come misura di contrasto alla povertà e alla esclusione sociale.
      Lo scopo della legge era quello di perseguire attraverso programmi personalizzati e trasferimenti monetari, l’integrazione sociale e l’autonomia economica dei soggetti destinatari.
      La sperimentazione è stata effettuata in una prima fase in 39 comuni, poi è stata estesa ad altri 265 comuni inseriti nei patti territoriali, con lo scopo di collegare l’azione di inserimento sociale alla programmazione dello sviluppo economico dei territori.
      Tutte le ricerche e le azioni di monitoraggio effettuate per valutare gli effetti di questa fase di sperimentazione dell’Rmi riportano dati positivi sui risultati ottenuti: migliaia di persone hanno avuto l’occasione di uscire dalla miseria e dall’emarginazione partecipando a corsi di inserimento sociale pre-lavorativo e lavorativo.
      Le amministrazioni comunali che hanno gestito l’Rmi in questi anni, siano esse amministrate dal centrosinistra che dal centrodestra, ritengono importante l’esperienza fatta perché ha permesso loro di uscire da una logica assistenziale tradizionale e intraprendere percorsi di recupero sociale attraverso progetti che, tra l’altro, hanno consentito di impegnare e sviluppare le migliori energie degli enti locali e riqualificare i servizi sociali delle amministrazioni.
      Credo che i risultati ottenuti siano confermati anche dal monitoraggio promosso dal governo che avrebbe dovuto riferire in Parlamento sulla fase di sperimentazione per una decisione definitiva, dopo aver sentito la Conferenza unificata delle Regioni e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
      In assenza di un intervento di rifinanziamento dell’Rmi i 39 comuni della prima fase della sperimentazione cesseranno la loro attività alla fine dell’anno in corso e gli altri 265 della seconda fase della sperimentazione stessa, nel corso del 2003.
      Si concluderebbe così una esperienza, a nostro giudizio, riformatrice che mette l’Italia sullo stesso piano degli altri Paesi europei i quali gestiscono analoghi istituti da alcuni anni.
      La richiesta della mia organizzazione è, da tempo, quella di concludere la sperimentazione, mettere a regime la misura ed estenderne l’applicazione in tutto il territorio.
      Mi rendo conto, però, che, a pochi giorni dall’approvazione della legge Finanziaria, è impossibile un percorso di discussione governo-sindacati, prima e di coinvolgimento del Parlamento per la decisione finale, poi.
      Le chiedo, quindi, onorevole presidente, più semplicemente, di prevedere in Finanziaria un finanziamento finalizzato al prosieguo della sperimentazione per il 2003 al fine di non interrompere, così repentinamente e senza aver predisposto alcuna alternativa, l’erogazione di un sussidio che rappresenta per migliaia di donne e uomini, in particolare del Mezzogiorno, l’unica speranza di non ripiombare nella povertà e di poter aspirare ad un inserimento nel mondo del lavoro.
      Si tratta di poche risorse, davvero per gli «ultimi», la parte meno fortunata dei cittadini di questo Paese.

      *Segretario generale della Cgil