“Lettera” «Senza la comunità internazionale questo intervento resta illegittimo» (R.Prodi)

29/03/2004






sabato 27 marzo 2004

LA LETTERA
«Senza la comunità internazionale questo intervento resta illegittimo»

di ROMANO PRODI*
      Egregio direttore,
      le ultime settimane sono state cariche di avvenimenti e di tensione: i terribili attentati di Madrid, le elezioni spagnole con il successo del Partito socialista, le manifestazioni in Italia per la pace e contro il terrorismo con la contestazione al segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino. Il tutto sullo sfondo di un Iraq e di un Medio Oriente segnati, giorno dopo giorno, dalla violenza e dalla morte.
      A questi argomenti lei ha dedicato, domenica scorsa, il suo editoriale e, mercoledì, su di essi è intervenuto Ernesto Galli della Loggia. All’Ulivo che vuole proporsi come novità politica lei ha posto tre interrogativi: che ne è, di fronte al tema della guerra e della pace, della vostra unità? Quali garanzie darebbe di una politica internazionale all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo un futuro governo dell’Ulivo? Come reagite ai violenti che vi potete trovare come compagni di strada nel vostro cammino politico?
      * Presidente della Commissione europea
      Troppe volte, in questi giorni, nel fuoco delle polemiche, da una parte e dall’altra, si sono date risposte appiattite sulla questione della presenza delle nostre truppe in Iraq. Come se su questa vicenda si potessero seriamente esprimere giudizi e, quando e se necessario, assumere decisioni, senza avere prima elaborato una visione generale della pace e della guerra nel mondo di oggi.
      E’ da qui, dunque, dalla necessità di una «dottrina» alla quale ancorare le nostre scelte, che voglio partire. Muovendo il passo da quello che mi pare sia il punto di riferimento più solido che si offre a noi italiani, la nostra Costituzione. All’articolo 11 – vorrei citarlo per intero -, essa stabilisce che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
      Sono parole che, in oltre cinquant’anni, non hanno perduto nulla del loro valore ma, anzi, sono andate assumendo, col tempo, un’attualità sempre più forte. Il riferimento alla libertà dei popoli è coerente con una visione delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica, che riconosce la persona come valore supremo da tutelare. Il richiamo alle organizzazioni internazionali si adatta mirabilmente tanto ad un’Unione Europea ormai prossima a darsi una Costituzione e ad un’Italia che solo nell’Europa può costruire il proprio futuro, quanto ad un mondo il cui governo sfugge alla capacità di controllo di qualsiasi singola nazione e, per ciò stesso, richiede lo sforzo e il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale, a partire da Europa e Stati Uniti, senza la cui alleanza non esiste pace sulla terra.
      Quali sono, dunque, i principi che possiamo trarre dalla Costituzione? Credo che possano essere i seguenti: primo, che la guerra, ogni guerra portata contro un altro popolo o un altro Stato è bandita e respinta come illegittima e immorale; secondo, che le controversie internazionali devono essere risolte ricorrendo agli strumenti della politica; terzo, che l’uso della forza è consentito quando e soltanto se esso è indispensabile per portare pace e giustizia ed è approvato dalla comunità internazionale.
      Si tratta di principi tutt’altro che neutri o generici. Essi richiedono, tuttavia, di essere ulteriormente precisati per definire quali siano i tipi di intervento armato che siamo pronti a considerare come giustificati dalla necessità di assicurare pace e giustizia fra le nazioni e quale approvazione da parte della comunità internazionale giudichiamo sufficiente per considerare legittimi quegli eventuali interventi.
      Quanto alla sostanza, l’uso della forza potrebbe e dovrebbe essere ammesso solo in quei casi in cui essa servisse a proteggere delle popolazioni: uomini, donne, famiglie, bambini, anziani. Stiamo, dunque, parlando dei casi, e solo dei casi nei quali si tratti di offrire protezione da atti di genocidio, da una guerra civile, dall’aggressione ad uno Stato sovrano, da atti di terrorismo. In nessun modo si dovrebbe accettare come giustificato l’uso della forza qualora esso dovesse servire a risolvere una controversia internazionale o a determinare un cambio di regime in un altro Stato.
      Affinché il termine protezione conservi un significato autentico, si dovrebbe, peraltro, ammettere che questo tipo di interventi possano essere attuati, quando indispensabile, anche in forma preventiva. Contrasterebbe, infatti, con ogni elementare regola di coscienza una regola che imponesse di attendere che il genocidio fosse in atto per muoversi a protezione delle popolazioni interessate.
      Quanto al metodo per definire la legittimità internazionale, il criterio più ovvio è quello che la fa dipendere dall’approvazione delle Nazioni Unite. Le regole che governano il funzionamento del Consiglio di Sicurezza e che danno a ciascuno dei suoi membri un effettivo diritto di veto su ogni risoluzione espongono, tuttavia, al rischio che un’azione, per quanto pienamente giustificata e giustificabile, sia bloccata per motivi che nulla hanno a che fare con la protezione delle popolazioni in pericolo. Un più elastico riferimento ad un’approvazione della comunità internazionale che tenga in conto le dimensioni regionali dell’eventuale intervento può, dunque, a volte essere indispensabile.
      Se proviamo ad applicare questi principi ai casi che abbiamo vissuto negli anni più recenti, possiamo vedere come essi forniscano un metro di giudizio abbastanza preciso per giudicare le scelte assunte nelle diverse occasioni.
      La necessità di proteggere contro un genocidio in atto è stata la ragione che ha condotto all’intervento per la protezione delle popolazioni del Kosovo dalle violenze dei serbi. Il caso di una guerra civile legata al disfacimento di uno Stato è quello che ha giustificato gli interventi a Timor Est, in Albania con la missione Alba guidata dagli italiani e, prima ancora, quello, purtroppo non altrettanto fortunato, in Somalia. Il caso dell’aggressione ad uno Stato sovrano è quello che ha spinto la comunità internazionale a difendere il Kuwait dall’invasione dell’Iraq. L’urgenza di offrire una protezione dagli atti di terrorismo è stato l’elemento che ha portato un’ampia coalizione internazionale all’intervento armato in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre. Il caso di un intervento preventivo è, infine, quello della Macedonia, dove l’invio tempestivo di truppe ha consentito, di fronte ad un sostanziale collasso dell’organizzazione statuale, di evitare l’esplosione di una guerra civile altrimenti quasi certa.
      In ognuno di questi casi salvo uno, l’approvazione della comunità internazionale aveva assunto la forma di una formale autorizzazione da parte dell’Onu, alla quale si erano aggiunte, per l’Albania e Timor Est, le richieste di intervento avanzate dai due governi nazionali. In un caso, quello del Kosovo, di fronte al veto opposto al Consiglio di sicurezza dell’Onu dalla Russia, amica tradizionale della Serbia, e in considerazione dell’area geografica delle operazioni, l’intervento fu approvato dalla Nato con il particolare sostegno di un’Unione Europea impegnata a far prevalere in tutto il continente il rispetto dei diritti umani.
      Per tanti interventi che si debbono considerare giustificati e legittimi e che la comunità internazionale può ascrivere a proprio merito come esempi di un positivo e coraggioso impegno a favore di popoli esposti a gravi pericoli, ce ne sono almeno due, nella storia recente, nei quali, invece, ci siamo tutti macchiati della colpa della passività, mancando di intervenire là e quando avremmo avuto il dovere di farlo. Mi riferisco alla Bosnia, dove la comunità internazionale si risolse ad intervenire con le forze della Nato per fermare le violenze dei serbi soltanto dopo il massacro di Srebrenica. E, a pochi giorni dal 6 aprile che segnerà il decimo anniversario di quella tragedia, mi riferisco al Ruanda, un genocidio che il pronto invio di poche migliaia di soldati avrebbe quasi certamente permesso di evitare e che, con il suo orrore, toccò talmente in profondità le coscienze di tutti da spingere, poi, alla costituzione del Tribunale penale internazionale.
      I medesimi principi che ci portano ad approvare l’uso della forza deciso per l’Afghanistan ci inducono, invece, a considerare tanto ingiustificata quanto illegittima la recentissima guerra in Iraq, quella che, sotto forma di occupazione, vediamo ancora in corso in questi giorni. Mentre né la necessità di distruggere armi di distruzione di massa, peraltro mai trovate, né la volontà di abbattere il regime di Saddam Hussein potevano essere considerate come valide giustificazioni, la mancata approvazione dell’Onu o di qualsiasi altro organismo internazionale toglieva legittimità all’intervento.
      A chi chiede, alla luce delle vicende irachene, quali sarebbero o sarebbero state in circostanze analoghe le scelte di un eventuale governo dell’Ulivo, quali le garanzie di una sua tenuta nel campo della politica internazionale, mi sento, dunque e in tutta coscienza, di dire che un governo dell’Ulivo non avrebbe né dato la propria approvazione né assicurato la propria partecipazione alla guerra in Iraq.
      Perché di guerra, e non di operazione di pace, si è trattato e si tratta. Una guerra che – come sappiamo bene noi italiani che non dimentichiamo i nostri morti di Nassiriya – ha lasciato e continua a lasciare una lunga scia di morte e di dolore. Una guerra che non avrebbe dovuto essere iniziata e contro la quale si sono espressi tutti i popoli europei, quali che fossero gli orientamenti dei loro governi.
      E se, per un Ulivo che si trovasse oggi, da un giorno all’altro, a dover assumere la responsabilità del governo, il problema fosse quello di decidere se continuare o interrompere la partecipazione a questa guerra, non ho esitazione a dire che la scelta sarebbe quella di porre fine all’intervento. Perché, nelle sue forme attuali, l’occupazione è la continuazione di una guerra ingiustificata e illegittima e non è visibilmente capace di riportare pace e sicurezza in Iraq.
      Ma non è in questi termini che va posto il problema. Nelle condizioni di anarchia e di disordine determinate dal collasso dello Stato iracheno, le popolazioni di quelle terre sono esposte alla realtà di una violenza di massa, di una guerra civile nella quale si inseriscono e si possono inserire terrorismi di ogni tipo.
      Ci troviamo, pertanto, di fronte ad una di quelle ipotesi nelle quali è pienamente giustificato e, anzi, indispensabile l’intervento della comunità internazionale. Un intervento che dovrebbe essere innanzitutto umanitario, volto alla protezione delle popolazioni e alla ricostruzione materiale e istituzionale del Paese ma che, nella situazione attuale, per essere attuato, dovrebbe necessariamente essere armato e prevedere l’uso della forza.
      Condizione essenziale perché quest’intervento fosse considerato legittimo sarebbe, ovviamente, che esso fosse approvato e, poi, messo in atto sotto l’autorità dell’Onu. Mentre, per essere realmente efficace, esso richiederebbe una collaborazione la più ampia possibile, con la partecipazione di tutti i Paesi pronti all’intervento: europei ed extraeuropei, atlantici ed extratlantici. Uno sforzo particolare dovrebbe essere messo in atto per coinvolgere e mobilitare i Paesi islamici, tanto al fine di dare un volto più familiare all’opera di ricostruzione, quanto al fine di isolare i gruppi di terroristi all’interno dei loro stessi territori.
      Questa è la strada stretta di fronte alla quale ci troviamo. Una strada che, com’è ovvio, prevede l’utilizzo di tutti gli strumenti politici utili a forzare il passaggio alla nuova e finalmente legittima fase dell’intervento umanitario, compresa la fissazione di date limite per il trasferimento all’Onu, come proposto dall’Unione Europea, e anche per il ritiro delle truppe.
      Lungo questo cammino – e con questo vengo al tema dell’unità dell’Ulivo -, sono certo che si troverebbero tutti coloro, partiti, associazioni, movimenti, cittadini, che hanno raccolto l’idea e, poi, lanciato il progetto della Lista unica. E penso che, in questa prospettiva, al loro fianco si potrebbero con naturalezza ritrovare anche coloro che, con una scelta di non violenza, chiedono la fine immediata della guerra e il ritorno dei soldati, e coloro che, guardando con generosità all’enorme bisogno di protezione e assistenza della popolazione, chiedono, al contrario, che si vada tutti a Nassiriya.
      Nessuno è autorizzato a leggere in queste posizioni un atteggiamento di debolezza nei confronti del terrorismo. Il terrorismo è una minaccia per tutto il mondo libero. Il nostro obiettivo non può che essere quello della completa eradicazione del terrorismo, né più né meno.
      Per concludere, vorrei venire all’ultimo interrogativo relativo all’atteggiamento dell’Ulivo nei confronti dei violenti e della violenza. C’è bisogno di ripetere che nei loro confronti non c’è alcuna tolleranza, alcuna disponibilità, alcuna possibilità di dialogo? No, non credo davvero che ce ne sia bisogno
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