“Lettera” Piccole aziende non crescono – di Giampaolo Galli

02/07/2002


 
MARTEDÌ, 02 LUGLIO 2002
 
Pagina 15 – Commenti
 
Piccole aziende non crescono
 
 
 
La soluzione al problema: trovare un equilibrio tra la tutela dei lavoratori e la soglia dei 15 addetti
Le imprese con pochi addetti sono flessibili ma non tengono il passo con la concorrenza
 
GIAMPAOLO GALLI

Caro direttore, nell´editoriale del 23 giugno, Eugenio Scalfari chiede se non sia vero che il nanismo delle imprese fosse un fenomeno rilevantissimo già negli anni cinquanta e sessanta, quando non c´era l´articolo 18 e "il lavoro era flessibile al 1000 per cento".
Rispondo volentieri. L´osservazione di Scalfari è ovviamente corretta e indica che sarebbe riduttiva una spiegazione del nanismo delle nostre imprese incentrata solo sulle rigidità del lavoro. Ma la questione da spiegare è perché la dimensione delle nostre imprese sia cresciuta sino ai primi anni settanta e sia crollata successivamente.
La quota di occupati nelle piccole imprese manifatturiere (sotto i 100 addetti) scese dal 53 al 49% negli anni sessanta, ed è poi risalita, sino quasi al 70%, nel trentennio successivo. E´ invece rimasta abbastanza stabile, fra il 20 e il 30%, negli altri principali paesi. Specularmente, la quota di occupati nelle grandi imprese (sopra i 500 addetti) in Italia è crollata dal 32 al 15% nell´ultimo trentennio, a fronte di valori compresi fra il 40 e il 65% negli altri paesi. Talché, oggi, la distanza fra la nostra struttura produttiva e quella degli altri principali paesi è enormemente maggiore che negli anni sessanta. Probabilmente non c´è un´unica spiegazione (ad esempio, pesano su questi andamenti i fallimenti delle partecipazioni statali e dell´industria chimica), ma i dati indicano chiaramente l´esistenza di una correlazione fra rigidità del lavoro e quota delle piccole imprese.
Lo conferma una rigorosa analisi statistica dell´Ocse, che tiene conto di molti altri fattori (fisco, peso della regolazione, concorrenza, struttura della contrattazione, ecc.) che possono influire sulla struttura dimensionale delle imprese (G. Nicoletti, A. Bassanini et al. Dicembre 2001).
Sebastiano Brusco, autore nei primi anni settanta di un´indagine della Fiom emiliana sul decentramento produttivo visto come conseguenza dell´autunno caldo e dello statuto dei lavoratori, scrisse: "…L´impossibilità per un imprenditore di licenziare costituisce un grosso costo. .. Questo significa che … l´imprenditore tende a giocare le sue carte su fabbriche sempre più piccole". La frammentazione dell´apparato produttivo rappresenta in effetti un fattore di flessibilità del sistema anche quando la piccola impresa sia soggetta alle stesse norme e agli stessi costi delle imprese maggiori, per il fatto che le rigidità normative e sindacali si applicano all´interno dell´azienda e non nei rapporti di mercato fra diverse aziende. Se l´azienda A non è soddisfatta dell´azienda B che le fornisce un certo semilavorato, essa si rivolge ad un´altra azienda. Nessuno viene licenziato, ma se l´azienda B – sia essa sotto o sopra la soglia dei 15 dipendenti – fallisce, i suoi lavoratori vanno per strada e nessun sindacato è in grado di difenderli.
Quanto alla misurazione dell´effetto soglia dei 15 dipendenti – l´altra questione posta da Scalfari – osservo che le statistiche Istat, di necessità, misurano concetti che sono piuttosto lontani da quelli rilevanti ai fini della legislazione, per quanto riguarda la definizione di dipendenti (ad esempio, gli apprendisti sono esclusi dal computo ai fini dell´articolo 18), delle soglie (in realtà l´articolo 18 menziona ben tre diverse soglie: 5, 15 e 60) e delle unità di riferimento (il normale concetto di impresa cui fa riferimento l´Istat è molto diverso dalle categorie "sede, stabilimento, ufficio o reparto autonomo" citate nella legge). Date queste differenze, è quasi sorprendente che le statistiche riescano a cogliere, come nota l´Istat a pag. 75 dell´ultimo Rapporto Annuale, alcune anomalie, anche se statisticamente poco significative, nell´addensamento delle imprese attorno alla soglia dei 15 dipendenti.
Se una qualche conclusione si può trarre da questi dati, questa è che nella realtà l´effetto soglia è davvero rilevante. Come denunciano tutti i giorni i piccoli imprenditori. Per qual motivo non bisognerebbe credergli?
La conclusione è antica come il mondo: di fronte a norme poco sensate, il mercato ritrova un proprio equilibrio. Ma questo equilibrio è sub-ottimale. Dal punto di vista economico, perché le piccole imprese, per quanto flessibili e dinamiche, stentano a tenere il passo con la competizione internazionale, specie sul piano dell´innovazione basata sulla ricerca scientifica. E dal punto di vista sociale, perché le norme che avevano come fine quello di proteggere i lavoratori hanno sortito l´effetto opposto: quello di esporre più che mai i lavoratori alle leggi del mercato e alle sue durezze. Tant´è che su 23 milioni di occupati, secondo la contabilità nazionale, solo cinque milioni e mezzo lavorano in imprese in cui si applica lo statuto dei lavoratori. A parte i tre milioni e mezzo di addetti alle pubbliche amministrazioni, tutti gli altri sono dipendenti di piccolissime imprese, autonomi, precari o sommersi: tutte categorie di lavoratori su cui deteniamo record europei o addirittura mondiali. Tutte categorie più numerose al Sud che nel resto del paese. Mi pare un pessimo risultato, che dovrebbe indurre chiunque abbia passione civile e consapevolezza dei fatti economici ad auspicare un equilibrio più sensato fra tutele, che sono comunque sempre necessarie, e flessibilità.


L´autore è capo economista della Confindustria