“Lettera” Il lavoro che non rende liberi (Mons.Charrier-don G.Fornero)

29/09/2003



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sabato 27 settembre 2003
Il lavoro che non rende liberi

di 
Mons. Fernando Charrier
don Giovanni Fornero


Lettera aperta della Pastorale Sociale e del lavoro del Piemonte al Ministro del lavoro

Caro signor ministro, i temi del lavoro e della flessibilità sono da anni al centro di un confronto sociale, sfociato anche in aperto conflitto. Non ci siamo sentiti finora di intervenire perché troppi fattori esterni inquinavano il dibattito e le relazioni tra sindacati. Siamo ormai alla vigilia della attuazione della «riforma Biagi» e riteniamo importante prendere la parola per offrire riflessioni che devono avere, a nostro avviso, un peso nelle decisioni che saranno prese. Siamo i membri della Commissione regionale per pastorale sociale del lavoro del Piemonte, laici e sacerdoti.
Che operano nelle diverse diocesi, con alle spalle lunghe storie di lavoro, di impegno in associazioni cattoliche, di militanza sindacale o di attività dirigenziale. Ci sono tra di noi i rappresentanti di tutte le categorie del lavoro. Il nostro compito è studiare i problemi sociali a servizio delle Diocesi piemontesi e promuovere l’annuncio del Vangelo fra i lavoratori.
Il Vangelo ci spinge a essere in mezzo agli uomini del lavoro, a condividere la loro ricerca di una vita degna, a segnalare i peccati sociali, a sostenere modelli di vita e di lavoro sempre più solidali e partecipativi. Lo facciamo nello spirito di Marco Biagi, la cui ispirazione cristiana è da noi pienamente condivisa, che ci spinge a disapprovare un liberismo senza regole e a respingere soluzioni che non riteniamo consone con la dignità e la libertà dell’uomo.
Ci permettiamo perciò di esprimere il nostro parere con questa lettera aperta, essendo consapevoli che la questione del lavoro è davvero «la chiave essenziale della questione sociale» (Laborem Exercens n. 3), ragione che rende opportuno favorire un dibattito pubblico, talora difficile, ma doveroso. Non è, la presente, una lettera contro qualcuno, ma l’opportunità per offrire un contributo su un tema così delicato.
Le esprimeremo, sig. Ministro, il nostro pensiero su undici problemi.
Perché i giovani possano ancora fare dei progetti di vita. Le varie forme contrattuali previste dalla riforma, che prefigurano una sorta di salario d’ingresso, non sono da demonizzare e non vengono neppure rifiutate dai giovani; siamo però colpiti dal fatto che i giovani continuino in una precarietà del lavoro che va oltre i 30-35 anni. Così viene compromessa seriamente la possibilità di pensare a una famiglia, a una casa, ai figli. I vari contratti a tempo devono avere dei limiti; per di più, pare di capire che una larga fascia di giovani sta lavorando senza una reale copertura pensionistica. Qui ci sono varie cause, fra cui un certo egoismo degli adulti. Comunque è un fatto inaccettabile. Occorre trovare una soluzione concertata e globale prima che la situazione diventi irresolubile.
Cosa si può fare per i disoccupati e gli «esclusi»? Gli espulsi dal lavoro a causa delle crisi occupazionali, e coloro che, in particolare al Sud, non hanno ancora mai avuto un rapporto regolare di lavoro o gli ultra trentenni disoccupati presenti anche tra di noi, trovano sempre più difficoltà a rientrare o a entrare nel circuito lavorativo. Non vi erano ingenti investimenti, promessi a suo tempo, per ridefinire un nuovo welfare verso il lavoro e per un accompagnamento al re-inserimento in esso?
È necessario rafforzare la ricerca e l’innovazione poiché ci è difficile credere che la flessibilità sia tutto un «espediente» del capitalismo selvaggio. Le sfide che ci vengono dal resto del mondo e in particolare dall’Asia sono reali e costringono il nostro sistema produttivo ad una evoluzione profonda e, talora, dolorosa. La priorità assoluta va data al finanziamento della ricerca scientifica e al sostegno verso la innovazione tecnologica; solo su questo terreno si potrà reggere l’enorme onda d’urto che viene dalla Cina. Anche qui però sono necessari investimenti ingenti e urgenti.

Per una flessibilità nella solidarietà ci sono varie forme contrattuali che possono essere utili, tuttavia non si può permettere che esse intacchino la coesione sociale e che creino uno stato di precarietà e di insicurezza. Per questo pare essenziale ricordare l’importanza di dare il dovuto spazio al rapporto con le parti sociali: la flessibilità non può essere imposta, ma va contrattata. Il pensiero sociale cristiano ritorna più volte sull’indispensabile ruolo del sindacato.
La flessibilità deve essere regolata. Si è soddisfatti dalla scomparsa dei famigerati Co.co.co. Però abbiamo il fondato timore che venga fuori dalla legge-delega una riforma senza sufficienti regole; infatti una flessibilità eccessiva è nociva anche alle imprese che curano la valorizzazione della risorsa umana. Siamo molto d’accordo sull’estensione del part-time ma questo va concordato a livello aziendale poiché in passato è stato oggetto di troppi, ingiustificati sospetti. Inoltre i contratti atipici fino a quante volte possono essere reiterati? C’è un tetto percentuale a questi contratti nelle aziende? In altre parole, pensiamo che si debba mettere mano rapidamente a un vero e proprio Statuto dei lavori.
Per quanto riguarda la formazione per la qualificazione e per il ri-orientamento, ci pare non vi sia ancora molta chiarezza: molti affermano cose straordinarie e esemplari per quanto riguarda la Formazione Professionale; ma, poi, alla prova dei fatti, si investe poco e si rischia di spendere in modo sbagliato. Ci domandiamo che cosa succederà quando non vi saranno più i Fondi europei. Non basta mettere tutto a «bando» per avere la qualità e l’affidabilità necessaria; ci vogliono investimenti e discernimento. Ci sono, inoltre, i fondi interprofessionali per la formazione: su questo c’è poca informazione. Oltre a ciò, sono ancora troppo pochi gli apprendisti che partecipano ai corsi di formazione.
Le Cooperative sono un modello prezioso, quando non sono usate come strumento per sfruttare i lavoratori; per questo ci vuole maggior vigilanza da parte di tutti. Questo non toglie che le cooperative siano un modello per la loro stessa architettura istituzionale; molto vicino, peraltro, alla dottrina sociale della Chiesa per la capacità di reinserire nel mercato del lavoro soggetti deboli, per la dinamicità e creatività imprenditoriale che manifestano, per la valorizzazione del singolo lavoratore. Per questo vanno incoraggiate, concretamente sostenute e non certo penalizzate.
Gli artigiani e le piccole aziende sono un pilastro importante del nostro sistema produttivo; hanno per questo bisogno di un sostegno per l’aggiornamento tecnologico e informatico, per la creazione di nuove forme di collaborazione, se si vuole reggere nel grande mercato europeo e di fronte alle sfide dei paesi emergenti.
Per aiutare gli agricoltori che sono una risorsa preziosa bisogna andare oltre le emergenze, per qualificare il ruolo dell’agricoltura, sottolinearne le eccellenze produttive, senza esasperare inutilmente il concetto elitario di nicchia e per rispondere anche alle esigenze di tutela dell’ambiente e della montagna.
Il lavoro nero è un problema ancora irrisolto; a nostro avviso finora si è fatto ancora troppo poco per una sua riemersione; e questo ha frenato lo sviluppo civile del paese. È necessario definire nuove strategie.
Per i lavoratori stranieri è in corso una grande azione di legalizzazione e di inserimento. È tuttavia bene ricordare, a proposito di questi lavoratori, anche il «contratto di soggiorno»; il lavoratore, a nostro avviso, e crediamo anche da parte vostra, non è una merce, inoltre ha normalmente una famiglia con cui desidera congiungersi e di conseguenza può desiderare col tempo un lavoro stabile.
Ill.mo sig. Ministro, l’elenco è lungo ma riteniamo realistico; corrisponde infatti a problemi che mettono in difficoltà le persone e le famiglie, e rallentano lo sviluppo. Un’azione forte dell’Esecutivo, attenta al dialogo sociale e alla concertazione e interessata alla coesione sociale è molto utile e, crediamo, eticamente, auspicabile.

Mons. Fernando Charrier, vescovo delegato
Don Giovanni Fornero, incaricato regionale Pastorale Sociale e del lavoro del Piemonte