“Lettera” Epifani: O di qua o di là? Falsa domanda

27/03/2003




        27 marzo 2003

        LA LETTERA

        O di qua o di là? Falsa domanda

            Caro Direttore,
            prendo carta e penna per intervenire in un dibattito dai toni molti singolari che si è sviluppato in queste ore, non da ultimo sulle colonne del Corriere , a seguito di alcune mie riflessioni sulla guerra e sulla pace. Vi sono tre interrogativi a cui bisogna provare a dare una risposta di fronte alla guerra in atto, alle implicazioni che essa trascina, ai sentimenti che muove, ai problemi che propone. Il primo interrogativo riguarda il formarsi oggi di un fronte così largo contro la guerra, così composito per provenienza culturale e politica, per estensione territoriale, per diversa situazione di reddito e di professione. Il movimento per la pace che rifiuta la logica di questa guerra non è paragonabile a nessun altro del passato. E, per quanto riguarda gli ultimi conflitti, né alla situazione della guerra nel Kosovo né alla guerra in Iraq nel ’91. Tutto questo nasce, probabilmente, da due fattori concomitanti, che si sostengono a vicenda. L’assenza, percepita chiaramente a livello di coscienza generale, di ragioni fondate che possano giustificare l’intervento armato e l’accentuarsi di un clima di preoccupazione e di incertezza che dopo i tragici fatti dell’11 settembre vive nelle persone e nelle famiglie. Questa guerra diventa così non giustificata, non legittimata dalle Nazioni Unite, divide i Paesi europei fra di loro e gli Stati Uniti d’America da molti tradizionali alleati europei e costituisce un pesante interrogativo sulla capacità di ricostruire un ordine internazionale fondato su principi e diritti validi per tutti, sul rifiuto della forza come risoluzione dei conflitti. Per di più in Paesi come il nostro, proiettati nel Mediterraneo, con una tradizionale funzione di cerniera fra tradizioni e Paesi di diverso orientamento culturale e religioso, l’uso non motivato della forza diventa possibile ragione di ulteriori e future divisioni, di instabilità politica nell’area mediorientale e di alimento – non voluto ma indiretto – alle cosiddette ragioni del fondamentalismo islamico.
            Se si ritiene quindi questa azione di guerra ingiusta e sbagliata, secondo un principio molto caro e corretto dell’etica della responsabilità, si pone immediatamente per le persone, per i movimenti, per i partiti e per le istituzioni il problema – ed è la seconda questione a cui bisogna provare a rispondere – di come si possa mantenere questo giudizio e contemporaneamente non essere schiacciati o coinvolti nella logica di contrapposizione e di schieramento che ogni guerra propone, secondo il binomio «o si sta da una parte o si sta dall’altra». E’ evidente che la questione non riguarda, come scioccamente qualcuno ha voluto dire, una equidistanza di giudizio su diversi sistemi politici e democratici, questione ovviamente neanche da porsi, ma se esiste un criterio di valore che possa far vivere un punto di vista autonomo e critico, in grado di evitare che una semplificazione del dilemma (di qua o di là, per quanto attiene esclusivamente la guerra) porti a conseguenze paradossali e inaccettabili.
            E’evidente, allora, che se si assume un principio di valore non astratto, ma desunto dal meglio della tradizione liberaldemocratica occidentale e rifiutato in gran parte dalla cultura e dall’etica pubblica dei Paesi di fondamento islamico, in base al quale i diritti fondamentali fanno capo a ogni singola persona e a nessun altro, il diritto di un prigioniero ad essere trattato secondo la convenzione di Ginevra vale sia per i soldati anglo-americani sia per i soldati iracheni. E che ogni persona ferita o morta ha esattamente lo stesso valore e merita la stessa pietà o rispetto. In questo senso, così come è necessario distinguere tra le responsabilità di una amministrazione e quella dei cittadini di quel Paese, essere contro le ragioni che hanno portato l’amministrazione degli Usa a schierarsi per la guerra non può assolutamente essere scambiata, o diventare sostegno, a una persona e a un regime come quello iracheno che si è macchiato di responsabilità e crimini atroci verso altri Paesi e verso altri popoli. Il problema quindi non è quello come si è voluto forzare fra una equidistanza fra due persone (Bush e Saddam), ma come applicare con rigore, se si rifiuta la logica di guerra, un unico criterio di valutazione morale e di valore, nei comportamenti e nei giudizi. Punto questo che diventa assolutamente fondamentale nelle responsabilità e nella funzione dell’informazione.
            Infine la terza domanda: come può un movimento per la pace non rappresentare una pure importante testimonianza civile, etica, religiosa, ma rappresentare una forza in grado di costituire un punto di riferimento nella creazione di un diverso governo mondiale che consenta all’organizzazione internazionale di avere responsabilità, strumenti, principi e criteri capaci di evitare l’unilateralismo di chi ha la forza (oggi o domani, è uguale) e di garantire una efficace, universale funzione di prevenzione dei conflitti e delle controversie. In fondo, se una critica va rivolta al funzionamento dell’Onu negli ultimi anni, è che c’è stato in troppe parti del mondo troppo poco intervento dell’Onu: basta pensare ai conflitti a base tribale nell’Africa.
            Queste sono le considerazioni, insieme ad altre che riguardano il rapporto nella cultura occidentale fra l’idea e il ruolo della guerra e quello dello sviluppo e del divenire, che ho trattato nel corso di un seminario intitolato «Lezioni di pace». Se si vuole polemizzare, lo si faccia con queste idee e con questi contenuti e non su quello che diventa comodo assumere in un orizzonte della politica e dell’informazione che mi pare sempre più distante dai travagli, dai dubbi e dalla ricerca di risposte che interrogano la persona, laica o credente, ai nostri giorni.


            P.S.
            Dimenticavo, come si vede da queste righe, che la formula «né con Bush né con Saddam», di cui tutti hanno discettato e discusso, non è stata ovviamente pronunciata.

            di GUGLIELMO EPIFANI*
            *Segretario generale Cgil

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            La frase, purtroppo, è stata detta. Bastava ammettere che perlomeno era infelice. Molto infelice.