Lettera dal cuore della depressione

31/03/2003

            31 Marzo 2003
            Lettera dal cuore della depressione
            New York vede nero. La guerra nasconde e moltiplica la crisi dell’economia. E c’è chi fugge dalla Grande Mela
            CLAUDIO MEZZANZANICA
            NEW YORK
            Allan è un agente immobiliare di New York. Lo conosco da pochi minuti ma mi sta gia investendo di tutti i suoi problemi. E’ un torrente in piena, come lo sono alcuni uomini d’affari nella Grande Mela in questi giorni: nervosi e pronti a esplodere appena li stai ad ascoltare. La guerra ha messo in secondo piano i problemi economici del paese, anzi li sta peggiorando, ma in questo momento, essi non hanno alcuno spazio nell’agenda politica del paese e nel dibattito delle istituzioni. Anzi, come mi dice Allan, «se ne fregano se da mesi in questa città non si vende una casa», se tutte le trattative sono sospese, se non si affitta piu un ufficio. Neppure dopo l’11 settembre il quadro era apparso cosi depresso. Allora c’era l’orgoglio a spingere verso la ripresa, oggi, mi racconta, dopo mesi di campagna per tenere alta l’attenzione contro gli attacchi terroristici, abbiamo come risultato che a New York la gente ha qualche dubbio se continuare a viverci, perché «è questa città il luogo piu probabile, piu simbolico dove si possono ripetere degli attentati». Ora, a sessant’anni sta meditando di ritirarsi dagli affari. Del resto, mi dice, tanto lui che la moglie hanno cominciato a permettersi weekend lunghi, perché «non c’e nulla da fare, si può partireil venerdi e tornare in ufficio il lunedi mattina, con comodo». Solo due anni fa, questo era un lusso che pochi potevano permettersi e ora l’agente immobiliare rimpiange i momenti di super lavoro. Addirittura, Allan sta pensando anche lui di lasciare New York, «una città che va bene solo per lavorare», mi ripete, ma con il mercato immobiliare depresso rischia di perdere troppo se vende il suo appartamento ora, ammeso che trovi qualcuno che lo compri. «La guerra – dice sconsolato – non è un buon affare» e del resto lui Bush non l’ha votato, come, mi ricorda, non l’ha votato il 70% deli abitanti di questa città. Ha sperato che la guerra fosse di pochi giorni, perché questo avrebbe permesso di tornare rapidamente alla normalità, ma se siprolunga, scuote la testa sconsolato, per i suoi affari, ma anche – e mi indica con il braccio i negozi dall’altra parte della strada – per il commercio, le cose andranno male. Allan non è un profeta di sventura ma il prototipo dell’americano medio, quello che viene testato, per esempio, dall’Università del Michigan per il famoso indice delle aspettative dei consumatori, che non a caso, due giorni fa segnava il piu basso livello degli ultimi dieci anni.

            E che la crisi economica sia aggravata dalle scelte di guerra dell’amministrazione Bush e non trovino attenzione da parte del governo, lo provano le cronache degli ultimi giorni. Dopo la United Airlines, altre due grandi compagnie aeree, la US Airways e l’America Airlines stanno pensando di ricorrere all’articolo 11 che permette di avviare un procedimento di bancarotta pilotato. In parole povere, il trasporto aereo che ha subito un vistoso calo è in uno stato comatoso. Le compagnie hanno tagliato il 15% dei voli negli ultimi due anni, nella speranza di tornare in utile, ma la domanda ha continuato a scendere. L’articolo 11 diventa la strada obbligata per evitare il fallimento vero e proprio, perché permette di presentare un piano di ristrutturazione e di contrattare i tagli salariali con le Union. Ma gli scettici rispetto a questa strada sono ormai molti nel mondo finanziario, perché i tagli del costo del lavoro hanno effetti di breve periodo e non affrontano il problema principale, che è e resta la caduta della domanda.

            Proprio la guerra, del resto, spingerà a una riduzione del mercato stimata tra il 5 e il 12 %. E in questa settimana, tutte e sei le piu grandi compagnie aeree hanno annunciato nuovi tagli nei voli . Il governo ha respinto ogni richiesta di intervento da parte delle compagnie, a partire dalla richiesta di riduzioni fiscali e sta opponendosi anche alle manovre di concentrazione favorite dalle banche, sempre più preoccupate dalle montagne di debiti che si stanno accumulando. Le perdite totali per l’anno in corso, già ora sono stimate in quasi undici miliardi di dollari.