“Lettera” Angeletti: Uil, governo e art.18 le ragioni dell´accordo

26/06/2002


MERCOLEDÌ, 26 GIUGNO 2002
 
Pagina 14 – Commenti
 
Uil, governo e art.18 le ragioni dell´accordo
 
 
 
Ma secondo noi la deroga non avrà effetto sull´occupazione
 
LUIGI ANGELETTI

      Egregio dottor Scalfari, nell´analizzare il testo proposto dal governo, Lei ha provato a discutere di merito e non si è limitato a prender partito "a prescindere", evitando così un atteggiamento che non ha mai portato fortuna e ha sempre indotto a mettersi dalla parte sbagliata. Anch´io, dunque, provo a rispondere sul merito.
      Come Lei sa, la proposta in questione non modifica l´articolo 18: tutti i lavoratori da esso tutelati e coloro i quali saranno assunti, in futuro, in quelle stesse aziende, continueranno a fruire di questo diritto. Le aziende poi che hanno meno di quindici dipendenti e alle quali comunque non si applica l´articolo 18 potranno, per tre anni, assumere, superare quella soglia e continuare a non applicarlo. Ciò che conta per la Uil e per gli oltre sette milioni di lavoratori che ricadono nella sfera di applicazione di quell´articolo, è che il "18" non è stato toccato.
      Ma perché Confindustria e governo hanno voluto la deroga all´applicazione per quelle aziende che superano la soglia dei 15 addetti? C´è chi sostiene che l´articolo 18 costituisca un freno alla crescita delle aziende e che sia la causa del nanismo aziendale e del radicamento del capitalismo bonsai nel nostro paese. Credo, invece, che tutto ciò non sia affatto vero e le Sue stesse argomentazioni, peraltro, dimostrano la discutibilità di quell´assunto. Su questo punto, politicamente decisivo, la pensiamo dunque allo stesso modo. Ma chi fa il sindacalista, ha dovuto fare un passo in più: ha voluto scommettere sul fatto che questa sperimentazione triennale sarà del tutto inutile. Tale modifica non avrà alcun effetto né sulla struttura delle imprese né (purtroppo) sull´occupazione. Tuttavia, essa non arrecherà alcun danno.
      Una proposta nient´affatto pericolosa e, probabilmente, inutile. Legittima allora la domanda: perché, dunque, non respingerla? Altrettanto semplice la risposta: perché l´accordo è l´unica arma a disposizione del sindacato per evitare effettive e pericolose manomissioni. Dopo lo sciopero del 16 aprile abbiamo costretto il governo a fare un mezzo passo indietro. Ma il parlamento avrebbe comunque potuto legiferare in materia se, come e quando lo avesse ritenuto opportuno. L´unica strada a disposizione del sindacato per evitare questo "rischio" era quella di costringere il governo ad un accordo che sancisse, almeno per tutta la vigente legislatura, l´immutabilità degli attuali diritti.
      Peraltro, l´originaria proposta di modifica dell´articolo 18 congiunta al ripudio della concertazione avrebbe schiacciato in un angolo il sindacato confederale dando la stura, per questa via, ad un progetto di progressiva e costante compressione delle tutele. Non era forse questa, dottor Scalfari, la linea politica che abbiamo dovuto contrastare?
      Mi permetta, allora, di consigliarLe di farsi inviare il testo che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha letto in apertura della riunione del 18 giugno. Vi troverà un´esaltazione della concertazione e un´affermazione sulla necessaria ed effettiva inviolabilità dei diritti da non lasciar alcun dubbio. Quel testo è il "frutto" degli scioperi che abbiamo fatto unitariamente ma anche – come sempre è accaduto – della trattativa a cui, in questo caso, la Cgil si è purtroppo voluta sottrarre.
      C´è poi una ragione di principio che ci ha indotto a non respingere la proposta del Governo. Noi apparteniamo a quella cultura politica di sinistra che ha sempre contrastato la teoria del "tanto peggio, tanto meglio" fondata sull´idea che più danni vengono provocati ai lavoratori, più essi saranno disponibili alle lotte. Noi vogliamo semplicemente trovare soluzione ai problemi che, inevitabilmente e quotidianamente, si parano dinanzi ai lavoratori che rappresentiamo. Null´altro. Così è sempre stato, così sempre sarà.
      Perciò abbiamo avuto ragione quando abbiamo voluto tutelare i salari piuttosto che gli automatismi, quando abbiamo difeso la riforma delle pensioni piuttosto che accedere a soluzioni falsamente solidaristiche, quando abbiamo sottoscritto il contratto dei metalmeccanici piuttosto che far imbarcare i lavoratori in scioperi rivelatisi poi inutili e dispendiosi. Credo che anche questa volta avremo ragione.
      Vede dottor Scalfari – per tornare al merito – anche quegli scenari di scomposizione e ricomposizione delle imprese, i presunti rischi di incostituzionalità, i ventilati esiti negativi della sperimentazione, mi appaiono sinceramente preoccupazioni eccessive. Innanzitutto perché l´articolo 18 non è il paradigma sul quale le imprese basano le loro scelte organizzative. In secondo luogo perché le stesse deroghe esistono già nel nostro ordinamento e non si è mai generato alcun irrimediabile sconquasso.
      Il comma 4 dell´articolo 20 della legge 223 del 1991, a proposito dei contratti di reinserimento dei lavoratori disoccupati stabilisce che quei lavoratori se assunti siano "esclusi dal computo dei limiti numerici previsti da leggi e contratti collettivi per l´applicazione di particolari normative ed istituti". In questo caso, anzi, la deroga si estende anche ai diritti sindacali oltre che all´articolo 18! Eppure nulla è accaduto, così come nessuno sfascio è scaturito dall´applicazione delle medesime deroghe previste nel decreto legislativo 28 febbraio 2000, n. 81 in merito ai lavori socialmente utili. Un decreto quest´ultimo che reca, peraltro, le firme di D´Alema, Salvi, Amato, Visco, Bassanini, Bellillo.
      Sono certo, comunque, che i cambiamenti e i chiarimenti che ci apprestiamo a chiedere scioglieranno del tutto i residui dubbi sull´effettiva temporaneità della sperimentazione.
      Mi consenta un´ultima brevissima considerazione. Da vecchio liberale, quale Lei stesso si definisce, converrà sul fatto che il nostro modello sociale di riferimento non può che essere quello europeo. Ebbene, in materia di sistemi contrattuali, di enti bilaterali e di fondi pensionistici integrativi si va consolidando in Italia un modello molto simile a quello che caratterizza paesi dalle antiche e solide tradizioni socialdemocratiche come la Germania e la Svezia. In Europa, inoltre, come Lei sa benissimo, non esiste una competizione tra due modelli di sindacato per il motivo molto semplice che quello a cui fa riferimento la Cgil non ha alcun futuro nelle società post-industriali.
      L´unico confronto possibile in Europa, dunque, è quello tra un sindacato figlio di una cultura autenticamente riformista, da un lato, e gli assertori di politiche liberiste, dall´altro.

      IL Segretario della Uil, in questa sua cortese lettera, sostiene che il patto sull´articolo 18 sarebbe volto a dimostrare l´assoluta inefficacia del patto stesso. Confesso che fino a questo punto la mia fantasia non era arrivata. Potrebbe sembrare una tesi comica. A me francamente suscita tenerezza.
      E.S.