L’esercito del lavoro atipico

10/05/2001

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Pony, creativi e neomanager
l’esercito del lavoro atipico

In Italia sono già 5 milioni, 35% in più del 1997. Le statistiche non riescono a "intercettarli", ma dettano uno stile di vita

RICCARDO DE GENNARO


Roma – Per primi vennero i «pony express». Anni Ottanta. Sorpresero tutti: con la consegna a domicilio di lettere e plichi, complice l’inefficienza delle Poste italiane (Internet, le email e gli sms non esistevano ancora), i giovani che non amavano la catena di montaggio ma che non avevano intenzione di fare a meno della «protezione» di papà e mamma, riuscivano a mettere insieme i soldi per il cinema, la pizzeria, la discoteca. Non lo sapevano, ma erano i pionieri del lavoro flessibile. Nella breccia aperta dai «pony boys» si è infilato di tutto: minimanager per piccole imprese, piazzisti porta a porta con computer a tracolla, televenditori, telesondaggisti, voci che raccontano fiabe per conto della Telecom, Cipputini del NordEst che affittano la loro forza lavoro, friggitori di polpette con la casacca a stelle e strisce.
Negli ultimi tre anni, da quando anche la sinistra ha deciso che il posto fisso è in declino e la flessibilità una risorsa, il popolo degli «atipici» o «precari» è cresciuto a dismisura e ha allargato il ventaglio delle tipologie: sono dipendenti part time, lavoratori «in affitto», parasubordinati (a cavallo tra il lavoro autonomo e quello dipendente), «usa e getta» del contratto a termine. È un magma composto da 5 milioni di lavoratori (+35 per cento tra il ‘97 e il 2000), anche se le statistiche e i sindacati riescono a malapena a intercettarli. Si va dai consulenti che si pagano tutto ma cominciano ad avere un potere contrattuale e prospettive di carriera all’esercito intrappolato nei cosiddetti «Mac jobs», bassissima professionalità, niente tutele, niente possibilità di crescita professionale e salariale, sfruttamento, ricatti. Giovanna Altieri, direttrice dell’IresCgil, parla di un continuum dove è possibile individuare due poli: a un estremo c’è il gruppo delle professioni di tipo «esecutivooperativo» (lavoratori con qualificazione debole), all’altro estremo gli «intellettuali». Nel mezzo ci sono impiegati, programmatori, fisioterapisti, assistenti sociali.
Insomma, se si vuole schematizzare al massimo, la mela dell’atipico – il frutto che dovranno mangiare i nostri figli – è spaccata in due: da una parte i collaboratori coordinati e continuativi, l’area del lavoro parasubordinato, dall’altra i «forzati del lavoro interinale». I primi sono circa due milioni, come dice l’elenco del Fondo Inps creato appositamente per loro. Nel ‘98, tre anni dopo l’istituzione del prelievo contributivo del 10 per cento, poi elevato al 12 e successivamente al 13 per cento, perché altrimenti la pensione sarebbe ridicola, erano un milione e mezzo. Che cosa fanno? Il 38 per cento è amministratore di società: sono i più anziani, età media sopra i 40 anni, si danno da fare per una o più imprese che non si possono permettere l’ufficio contabilità. Il 7,7 per cento sono venditori a domicilio, il 6 per cento tengono i corsi di formazione professionale per neoassunti, e via via, mentre scende l’età media, i «co.co.co» – orrendo neologismo – diventano operatori turistici, animatori, addetti al marketing e al telemarketing, pubblicitari, istruttori di sport, professionisti che lavorano nel settore della moda e dello spettacolo. Lire poche: se hanno meno di 30 anni gli uomini guadagnano in media 15 milioni annui, le donne meno di nove; se ne hanno più di 50 gli uomini mettono insieme 38 milioni, le donne 23 o poco più.

I lavoratori in affitto sono, invece, 220 mila, «gestiti» da una trentina di «agenzie» interinali sorte come funghi in Italia dopo il via alla legge che consente il lavoro temporaneo. Oltre il 60 per cento ha meno di 29 anni. Sono soprattutto uomini, ma ora avanzano anche le donne (quasi il 50 per cento degli avviati nel 2000). Utilizzati soprattutto dall’industria, la stragrande maggioranza, pari al 74 per cento, ha la qualifica di operaio: al Nord le aziende si strappano i Cipputini l’una con l’altra. Uno su quattro viene assunto a tempo indeterminato alla fine di più «missioni» lavorative, ma molti – imparato il mestiere – salutano e si mettono in proprio.