L’equivoco dell’art.18 – di Alfredo Recanatesi

11/03/2002








(Del 10/3/2002 Sezione: Economia Pag. 16)
L´EQUIVOCO DELL´ART. 18

IN settimana il governo riformulerà la sua proposta sulla riforma dell´art. 18 percorrendo lo stretto sentiero tra l´opportunità, ormai riconosciuta dalla maggioranza, di evitare tensioni sociali gravi, e la difesa del principio della tangibilità di questo articolo-cardine dello Statuto dei lavoratori. La soluzione che verrà trovata si vedrà quando sarà stata definita e sarà stata resa pubblica. Occorre dire fin d´ora, però, che quella soluzione dovrà costituire anche una risposta ad una domanda che è legittimo e doveroso porsi. A questo punto della vicenda occorre cioè chiedersi se il governo ha affrontato la questione dell´art. 18 consapevole del suo reale e rilevantissimo contenuto, oppure, dopo il patto stretto in campagna elettorale con la Confindustria di D´Amato («Il vostro programma è il mio programma»), perché si è fidato delle ragioni con le quali la stessa Confindustria di D´Amato ha motivato l´esigenza di incominciare ad intervenire sull´art. 18. Se, infatti, si è fidato di Confindustria il governo può aver fatto al massimo la figura dell´ingenuo. Secondo la Confindustria, infatti, l´obbligo del reintegro nei licenziamenti privi di giusta causa verrebbe abolito solo per quei lavoratori che, essendo sommersi o precari, non ne sono comunque tutelati, per cui il costo dell´abolizione sarebbe nullo. Per contro – sostiene sempre la Confindustria – quell´art. 18 blocca la crescita delle piccole imprese oltre la soglia al di sotto della quale non si applica; quindi si oppone alla potenziale nuova occupazione che potrebbero creare e penalizza la competitività delle imprese (e di tutto il paese) ostacolando un superamento del loro nanismo. Sono argomentazioni deboli, il che non ha impedito ad opinion leader di varia autorevolezza di tacciare di massimalismo, di rigidità, di antistoricità chi non ne condividesse la logica. E tuttavia, un governo che cerca nell´attivismo e nella concretezza propri caratteri distintivi può aver creduto nel buonsenso che, per chi non si chiede troppi perché, sembra trasparire dalle posizioni confindustriali. Diverse sarebbero le conclusioni da trarre se, invece, fosse stato cosciente della reale portata di una iniziativa volta a disgregare – o cominciare a disgregare – le tutele offerte dall´art. 18. Senza questo articolo nulla impedirebbe che un imprenditore usasse della possibilità di licenziare, sia pure con un indennizzo economico, per chiedere ai dipendenti prestazioni superiori a quelle stabilite dai contratti. Se questa possibilità si aprisse, le pattuizioni contrattuali verrebbero scavalcate e drasticamente ridotto, di conseguenza, il potere contrattuale dei dipendenti e delle loro organizzazioni. Questa è la partita che si gioca sull´art. 18; questo il piatto che la Confindustria di D´Amato ora vede sfumare e che ne ha, quindi, provocato reazioni tanto stizzite. Se il governo fosse stato cosciente di questa rilevanza, sarebbe criticabile non solo sotto il profilo politico avendo dato una ulteriore dimostrazione di interpretare il mandato elettorale come il dovere di premiare l´elettorato che l´ha votato anziché ricercare un più generale interesse del paese. Sarebbe criticabile soprattutto per la politica economica che finirebbe per realizzare, ossia perché favorirebbe la competitività di imprese – quelle medio-piccole, poiché le grandi non hanno bisogno di liberarsi dell´art. 18 per gestire al meglio i propri dipendenti – la cui competitività soffre perché non hanno respiro strategico e risorse finanziarie per investire in qualità ed innovazione. A queste imprese potrà anche essere trasferito qualche vantaggio traendolo dalle tutele dei lavoratori ma il loro futuro è segnato comunque, perché la loro attività può essere svolta da paesi che sono ad uno stadio della evoluzione economica e civile molto più arretrato del nostro. Queste imprese sono tante, e – guarda caso – sono soprattutto nelle aree del paese dove c´è già piena occupazione e dove, di conseguenza, è più difficile che la riforma dell´art. 18 possa produrre gli effetti che la Confindustria ci racconta. Sono le imprese alle quali la globalizzazione ha creato le maggiori difficoltà, quelle che per sopravvivere hanno bisogno di trasferirsi in Romania o in Asia, a meno che l´Italia non diventi come la Romania o un paese asiatico. Se è questa la politica che, su pressione della Confindustria di D´Amato, il governo vuole realizzare si vedrà dalla riformulazione delle proposte in tema di mercato del lavoro annunciata per la settimana entrante.
Alfredo Recanatesi