L’emorragia di posti di lavoro

02/03/2005

    mercoledì 2 marzo 2005

      L’emorragia di posti di lavoro
      Nel 2004 le grandi imprese perdono occupati. E i salari aumentano meno dell’inflazione

        Laura Matteucci

          MILANO Meno posti di lavoro, meno pagati. L’emorragia occupazionale delle grandi imprese (quelle con 500 e più addetti) continua. Anzi, peggiora. Mentre i salari crescono meno dell’inflazione.

            Nel 2004, l’occupazione è calata dello 0,6% (al lordo della cassa integrazione, mentre al netto la flessione è stata dello 0,8%), il che corrisponde a un totale di 11.694 posti andati perduti.

              La fotografia al solo mese di dicembre è avvilente: 5mila posti di lavoro persi rispetto al dicembre 2003 (-0,2%).

                Il picco più alto nella contrazione dell’occupazione si registra, come sempre, nella grande industria, dove il calo è stato addirittura del 2,7%, mentre nei servizi si è registrato una crescita dello 0,8%.

                  Sempre meno lavoro, ed anche sempre meno pagato rispetto all’andamento del caro-vita. A chi racconta che i salari reggono l’urto dell’inflazione, risponde un’altra cifra (e si tratta di dati omogenei, tutti diffusi dall’Istat): le retribuzioni dei lavoratori delle grandi imprese sono aumentate nel 2004 del 2,1% rispetto al 2003, e nello stesso periodo i prezzi sono cresciuti del 2,2%. Ancora peggio se si considerano le retribuzioni medie per ora lavorata, che aumentano solo dell’1,7%. E il costo del lavoro per dipendente ha registrato un aumento tendenziale del 2,3% a dicembre, del 2,1 rispetto all’anno precedente.

                    Tutti dati che dimostrano come in Italia esista «una questione salariale», conferma il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta. Resta quindi alta la preoccupazione per il potere d’acquisto delle retribuzioni, provato dall’andamento dell’inflazione e dai ritardi nel rinnovo dei contratti.

                    Allarme anche da parte del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che ricorda come sia necessario per l’Italia «un assetto industriale un po’ più moderno». «Più che preoccuparsi per il pericolo Cina – sottolinea Epifani, – bisognerebbe preoccuparsi dei problemi che ha il nostro sistema produttivo», tra cui la dimensione ridotta delle nostre imprese, aggiunge. Di sicuro, una delle priorità per ovviare al problema sarebbe quella di bloccare la crisi della grande industria. E al governo che di fronte ai dati economici Istat (i pochi che sono stati diffusi, perchè quelli sull’andamento del pil per ora sono rimasti tra le mura dell’istituto) pare soddisfatto, «Soddisfatto? – risponde – Non capisco davvero di che cosa».

                      In effetti: nel mese di dicembre, la grande industria ha accusato una riduzione pari al 2,2%, che in posizioni lavorative fa 17mila in meno rispetto al dicembre 2003. Un’enormità, eppure si tratta della riduzione più contenuta a partire dal gennaio 2001. Meglio la situazione per i servizi, con un aumento tendenziale dell’1%, corrispondente a 12mila posti.
                      Nelle grandi imprese dell’industria, sempre a dicembre, l’indice dell’occupazione dipendente registra una diminuzione, su base annua, del 4,2% nel settore della produzione di energia elettrica, gas ed acqua, del 2,2% nel settore delle costruzioni e del 2% nelle attività manifatturiere. Anche tutti i comparti delle attività manifatturiere registrano variazioni tendenziali negative, ad eccezione della produzione di mezzi di trasporto (+2%). Il calo più marcato è quello delle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (-5%), della produzione di macchine e apparecchi meccanici (-4,2%) e della fabbricazione di prodotti chimici e fibre sintetiche (-4,1%).

                        Gli unici segni più si trovano dunque nel settore dei servizi, dove l’occupazione cresce soprattutto in alberghi e ristoranti (+4,6% il dato su base annua), nei trasporti, magazzinaggio e comunicazioni (+1,8%), nel commercio (+1,5%) e nelle altre attività professionali ed imprenditoriali (+1,1%). Il comparto dell’intermediazione monetaria e finanziaria è l’unico, tra i servizi, a presentare una variazione tendenziale negativa (-1,3%).

                          Tutti dati che il governo, ben lontano dal mostrarsi preoccupato, tende a leggere come un fenomeno sotto controllo. «Il nostro obiettivo – sostiene infatti il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi – rimane quello della crescita di servizi, a partire da quelli che si definiscono con la riorganizzazione industriale quando si liberano attività terziarie come la logistica». E la flessione dell’occupazione delle grandi imprese industriali? Si è «fortunatamente attestata ai livelli minimi dall’inizio del fenomeno», è pronto a rispondere Sacconi. Che poi prosegue con un paragone perlomeno azzardato: l’Italia, dice, continua comunque ad avere il 28% degli occupati nell’industria contro il 18% degli Stati Uniti. Quindi, che significa? L’emorragia può proseguire?