“LeggeBiagi” A chi piace?

04/05/2006
    N.17 anno LII – 4 maggio 2006

      Pagine da 160 a 167 – Economia

        FLESSIBILIT� / UNA RIFORMA SOTTO PROCESSO

        Legge Biagi a chi piace?

        Le imprese l’hanno usata pochissimo. Ma su queste norme il futuro governo si giocher� tutto. Ecco perch�

          di Luca Piana

            Assumere precari per la nuova base italiana di Malpensa? Alla EasyJet non ci pensano neppure. "Tutti i nostri dipendenti, dai piloti alle hostess, li prendiamo a tempo indeterminato: crediamo che sia meglio, considerando anche che sono responsabili della vita di decine di passeggeri", dice Oliver Aust, il manager che da Londra sta coordinando il decollo milanese della compagnia aerea, regina dei voli a basso costo in Europa. Il dibattito politico che si � scatenato in Italia sulla legge Biagi e sul lavoro precario non scalda Aust, impegnato in questi mesi nella ricerca di un centinaio di persone, italiani e stranieri, da dedicare alle nuove rotte che partiranno da Malpensa: "Con che contratto faremo le assunzioni, italiano o inglese? Vedremo man mano", risponde.

            A Torino, nella citt� simbolo della contrapposizione fra industria e operai, l’atmosfera cambia radicalmente. Dal 2003, data di approvazione della legge firmata dal ministro Roberto Maroni e intitolata a Marco Biagi, il professore assassinato dalle Brigate rosse, grandi rivoluzioni nel rapporto fra dipendenti e precari non sono in realt� avvenute. In Italia i lavoratori del gruppo Fiat con un contratto a tempo sono circa il 3 per cento del totale di 75 mila, una quota sostanzialmente stabile rispetto al passato. Questo non vuol per� dire che al Lingotto, dove ha sede la casa automobilistica, la questione Biagi sia indifferente. Un esempio viene dal lancio della nuova Punto, assemblata nello stabilimento molisano di Melfi e giunta a oltre 200 mila prenotazioni. Grazie alla Biagi, si osserva, l’azienda ha potuto gestire con maggiore rapidit� le settimane pi� calde della produzione, richiamando fino a 400 addetti (su un totale di 5 mila) fra contratti a tempo e lavoratori interinali. Risultato: Melfi somiglierebbe sempre pi� a quella che i teorici chiamano "la fabbrica che respira", capace di adattarsi in fretta ai capricci del mercato.

            A tre anni dalla sua approvazione e con un’efficacia ancora da mettere alla prova, la Biagi torna a far discutere. Non c’� solo lo scontro tra la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo, secondo il quale la legge non va toccata, e la Cgil di Guglielmo Epifani, che vorrebbe regole nuove di zecca. Il problema � sentito crudelmente perch� i lavoratori senza alcuna certezza sul proprio futuro sono in aumento, dicono le ultime cifre della Banca d’Italia (vedere il grafico). Solo nella pubblica amministrazione i precari sarebbero 300 mila, con situazioni oggetto di continue denunce in aziende come l’Alitalia o le Poste. Nelle universit� i giovani ricercatori, teoricamente il futuro della nostra intelligenza, hanno in realt� scarse prospettive di potersi guadagnare da vivere. E poi ci sono le situazioni di illegalit� che abbondano anche in citt� a piena occupazione come Milano: non basta vivere nella punta di diamante dell’economia italiana per sottrarsi a vessazioni, ricorrenti in molte piccole imprese, quali contratti a termine che si interrompono a luglio, al momento delle vacanze, o quando una lavoratrice aspetta un bimbo. Nel vuoto dei controlli, l’illegalit� domina, la collaborazione fittizia a partita Iva furoreggia, i diritti retrocedono. Nel frattempo, il lavoro qualificato sfugge o, quando c’�, richiede di accettare di ripartire da un gradino pi� basso: "Rispetto a qualche anno fa la situazione sta cambiando. Oggi, ad esempio, un cinquantenne dinamico, che voglia rimettersi in gioco, ha le stesse possibilit� di un giovane. Certo, non tutti possono fare i direttori generali", dice Roberta Contardi di Page Personnel, un’Agenzia per il lavoro nata proprio per operare nel collocamento privato previsto dalla Biagi.

            Se nella coalizione di Romano Prodi c’� accordo sui mali, sui rimedi ci si guarda in cagnesco. � la Biagi la causa della precariet�? Per Emma Bonino della Rosa nel Pugno no: anzi, l’Italia dovrebbe ripartire proprio da l� per ridare ossigeno all’economia. Al contrario, per il diessino Fabio Mussi nove articoli su dieci "andrebbero cancellati". Ce n’� abbastanza per fare a polpette la maggioranza, se non si vogliono condividere le speranze di Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil per le questioni del lavoro: "Il governo Prodi cadr� sulla Biagi? Non credo. La lotta al precariato rappresenta un’opportunit� politica, non un pericolo".

            Nei mille paradossi che caratterizzano il dibattito spicca il fatto che i contratti che l’Unione vuole abolire – come il lavoro a chiamata e lo staff leasing (vedere la scheda a pag. 163) – in Italia non li applicherebbe quasi nessuno, se si eccettua qualche caso che la Cgil ha trovato nelle mense aziendali o nei supermercati. Lo conferma una ricerca condotta dalla Confindustria sul comportamento tenuto da 2.056 imprese nel 2004, primo anno di introduzione della Biagi, che verr� presto seguita da un aggiornamento per vedere come si stanno muovendo le cose: "Il fatto che le imprese li utilizzino poco, non vuol dire che i nuovi contratti vadano aboliti. Oggi le imprese, se vogliono, possono organizzarsi nel modo pi� flessibile possibile", dice l’esperto di Confindustria per il lavoro, Giorgio Usai. Opposta, ovviamente, la visione della Cgil: "I nuovi contratti non vengono usati, ma restano come arma di ricatto nelle trattative", dice Fammoni.

            Le imprese, tuttavia, a conservare le libert� offerte dalla Biagi ci tengono. Lo conferma un giro d’orizzonte fatto da ‘L’espresso’ tra alcune aziende che in questi anni hanno assunto parecchio. Un esempio arriva dalle catena svedese di abbigliamento H&M, 13 grandi negozi aperti in Italia nel giro di appena tre anni. In un periodo cos� breve la societ� ha assunto in Italia circa 600 persone, che diventeranno molte di pi�, considerando che l’obiettivo dichiarato � di arrivare a 100 punti vendita. Nove dipendenti su dieci sono presi a tempo indeterminato, la stessa proporzione � rappresentata da donne e circa un terzo lavorano part-time. Francesco Lombardo, il dirigente che si occupa delle assunzioni, dice che finora non � stato difficile star dietro alle richieste di cambiamento d’orario arrivate dai dipendenti, uno degli aspetti pi� delicati nella gestione del part-time, su cui la Biagi ha cercato di dare alle imprese il coltello dalla parte del manico: "Primo: in un settore come il nostro avere personale motivato � importantissimo. Secondo: in una fase di grande sviluppo � possibile dar spazio alle esigenze di tutti". Lombardo aggiunge per� che, anche cos�, la legislazione italiana del lavoro resta pi� rigida di altri Paesi dove il gruppo opera: "La discussione sulla Biagi � molto importante, anche per un’azienda come la nostra che favorisce le relazioni con i sindacati: la rigidit� crea sempre ostacoli".

            Se globalizzazione vuol dire flessibilit�, come sostiene Confindustria, � interessante notare che alla McDonald’s, simbolo mondiale del fast-food, i precari sarebbero pochi. Anche qui niente ‘staff leasing’, ‘job on call’ o ‘job sharing’, per usare le parole inglesi care a Maroni. Quattro su cinque dei 16 mila dipendenti italiani, la stessa proporzione che l’azienda aveva dichiarato a ‘L’espresso’ poco dopo l’entrata in vigore della legge, hanno un rapporto a tempo indeterminato. "E quasi tutti i restanti contratti a termine vengono convertiti in definitivi", dice uno dei dirigenti del gruppo, Massimo Divetta, secondo il quale l’80 per cento dei dipendenti ha un contratto part-time. Da McDonald’s di rapido non ci sarebbero solo i panini, ma anche le carriere: l’et� media � di 25-26 anni, i manager arrivano a 30, i dipendenti passano in azienda tre o quattro anni, poi migrano verso altri posti. Non ce la fanno a resistere? "L’esperienza ci dice che ricevono buone offerte, soprattutto dalla grande distribuzione", assicura Divetta, che dalla Biagi si aspetta vantaggi soprattutto dal nuovo apprendistato: tre anni di contratto per i neoassunti senza contributi da versare (con la possibilit� di dire addio al termine pagando solo la liquidazione), controbilanciati da 120 ore di formazione. "L’importante � che, se ci saranno modifiche alla legge, si sappia in fretta ci� a cui dovremo rinunciare", dice il manager.

            Gli italiani, popolo di commessi delle grandi multinazionali, non sembrerebbero dunque particolarmente colpiti dalla Biagi. Nemmeno, raccontano al gruppo Indesit, lo sarebbero quelli che lavorano in una delle poche industrie manifatturiere che in Italia, negli ultimi anni, hanno accresciuto gli organici: gli assunti a tempo indeterminato negli impianti nazionali erano 4.836 nel 2003 e sono diventati 5.176 nel 2005. Nel gruppo controllato dalla famiglia Merloni si sostiene che la flessibilit� va garantita con il confronto continuo, che gi� il contratto integrativo di quattro anni fa ha permesso di cancellare i vincoli al lavoro temporaneo, in cambio di continue verifiche sull’andamento della produzione per trasformare i contratti a tempo in definitivi. Alla Indesit i precari (il 15 per cento del totale) fanno parte di quello che in azienda chiamano ‘bacino’: chi pi� a lungo vi sta dentro, prima viene assunto quando � possibile. E gli scansafatiche? Sarebbero gli stessi lavoratori a tirar loro le orecchie, visto che una fetta consistente dello stipendio � legata alla produzione e alla qualit�, riconosciute in busta paga anche mensilmente. E ancora: sono ormai 140 i dipendenti che lavorano con il part-time verticale, sei mesi l’anno, quando d’estate si producono pi� frigoriferi.

            La domanda a cui il blitz dell’Unione dovr� dunque rispondere � se limitarsi a cambiare la legge servir� a creare pi� lavoro. Molti temono di no. Nel programma elettorale Prodi ha affiancato gli interventi previsti alla riduzione del costo del lavoro, nella speranza di rendere la legalit� un po’ meno sconveniente rispetto al nero e al precario e, forse, di dare una scossa a un’economia che da molti anni stenta a produrre opportunit�. I critici del modello italiano, ben descritto nei suoi paradossi da Pietro Ichino nel libro ‘A che cosa serve il sindacato?’, dove si illustrano gli effetti distorsivi di contratti nazionali troppo rigidi, osservano infatti che la Biagi e le innovazioni precedenti sono intervenute solo ai margini del problema, su chi vive nell’equilibrio perennemente instabile tra sommerso e precariato.

            "Se in futuro osserveremo come il mercato del lavoro si � mosso prima e dopo la Biagi, noteremo poche differenze: la legge rende pi� semplice l’ingresso nel mondo del lavoro, ma non facilita il passaggio fra tra le aree protette e quelle no", dice Pietro Garibaldi, economista dell’Universit� di Torino e collaboratore del sito ‘lavoce.info’. Risultato: se sei fuori, rischi di esserlo per sempre. E molti rimangono a campare sulle spalle dei genitori, magari pensionati.

            Quali sono allora le soluzioni? Favorire la nascita di nuove imprese. E, per quanto riguarda il lavoro, cambiare forse prospettiva: tutti dovrebbero iniziare con un contratto a tempo e poi guadagnare tutele progressivamente. Una via praticabile? Propone Garibaldi: "Un sistema pi� semplice di quello attuale, dove per assumere serve un consulente del lavoro: sei mesi di prova per tutti; tre anni dove si pu� essere lasciati a casa con indennizzi crescenti; poi, finalmente, il contratto definitivo".