“Legge Biagi 4″ Commento: Una riforma incompiuta (P.Ichino)

18/03/2004





giovedì 18 marzo 2004

IL COMMENTO

Nuova occupazione e
una riforma incompiuta

di PIETRO ICHINO

      A due anni da quel tragico 19 marzo 2002, i partiti di opposizione non sembrano avere ancora le idee chiare sul che fare della riforma del diritto del lavoro delineata da Marco Biagi con il «suo» Libro bianco , in parte attuata dal governo con il decreto n. 276 del settembre scorso: le posizioni al riguardo sono diverse e quasi tutte assai imbarazzate. Del Libro bianco , a sinistra, è vietato parlar bene; ma tutti sanno che Marco Biagi aveva incominciato a lavorare al suo progetto già con il ministro Treu; il quale, come molti altri nel centrosinistra – e come anche lo stesso Romano Prodi – condivide alcuni punti significativi di quel documento. Del resto, per motivi simmetricamente opposti, sull’altro versante politico anche il governo ha i suoi seri grattacapi. Per tutto lo scorso anno, nella fase di gestazione della riforma, su di un punto governo e opposizione sono parsi in pieno accordo: sul punto, cioè, che la riforma avrebbe fortemente liberalizzato il mercato del lavoro.
      Gli allarmi catastrofici lanciati da sinistra circa la «destrutturazione» del sistema di protezione che ne sarebbe derivata, anzi la «mercificazione selvaggia» del lavoro umano, suonavano come conferma dei proclami governativi, secondo i quali la nuova legge avrebbe smantellato il vecchio sistema vincolistico. Poi la legge è entrata in vigore; e gli uni e gli altri si sono trovati in grave imbarazzo di fronte ai suoi primi effetti pratici.
      In realtà, una prima parte della legge non fa altro che proseguire il disegno di riforma dei servizi nel mercato del lavoro, pubblici e privati, in sostanziale continuità con la legge Treu del 1997. Qui c’è da dire soltanto che, più del diritto scritto, contano la qualità delle strutture e le capacità operative del personale: su questo terreno il progetto di Marco Biagi – centrato sul buon funzionamento dei servizi nel mercato del lavoro – richiede più nuovi fatti che nuove norme; ed è ancora in gran parte da realizzare. Quanto alla parte della legge concernente i rapporti di lavoro, ci si è dovuti accorgere subito che essa lascia intatta la disciplina di quasi tutti i rapporti di lavoro regolari stabili: lo Statuto dei lavoratori del 1970 e gli articoli del codice civile in materia di lavoro subordinato restano sostanzialmente immutati.
      La riforma, per questa seconda parte, incide quasi esclusivamente nelle zone marginali del tessuto produttivo. Vi incide in modo discutibile, per lo più regolando (per certi aspetti anche complicando) rapporti di lavoro atipici già esistenti; e lo fa con diversi difetti di tecnica normativa, che daranno un po’ di lavoro alla Corte costituzionale. Ma, anche qui, il segno prevalente dell’intervento non è nel senso della paventata «destrutturazione» del sistema delle protezioni. Basti considerare che, mentre le forme di lavoro flessibile o precario disciplinate dal decreto interesseranno ogni anno, tutt’al più, qualche decina di migliaia di lavoratori, sono invece centinaia di migliaia i rapporti di collaborazione autonoma continuativa (e altamente precaria: parliamo dei co.co.co.) dei quali la legge sostanzialmente prevede la trasformazione in rapporti di lavoro subordinato ordinario a tempo indeterminato, con applicazione integrale delle relative tutele. È questa la parte schiettamente «di sinistra» del
      Libro Bianco di Marco Biagi, che la sinistra finge di non vedere e della quale il governo sembra essersi accorto solo dopo avere emanato il decreto.
      Costretti a constatare il contenuto fortemente protettivo di questa parte della riforma, che cosa fanno i nostri duellanti? Il ministro del Lavoro si affretta a emanare una circolare (n. 1/2004) con la quale cerca di tranquillizzare le imprese, dando della norma un’interpretazione che la annacqua fortemente; e avverte che se (come è prevedibile) i giudici del lavoro non si atterranno a questa interpretazione all’acqua di rose, la legge verrà opportunamente modificata nel prossimo futuro. La sinistra, che secondo logica dovrebbe difendere la nuova disposizione a spada tratta, fa il pesce in barile ignorando la questione, per non riconoscere che la riforma contiene qualche cosa di buono.
      E il sindacato? Cgil, Cisl e Uil, sfruttando la possibilità offerta dal decreto di rinviare per qualche tempo l’applicazione della nuova norma, stipulano – è cosa di questi giorni – un bell’accordo nazionale che consente ai
      call center di continuare a mantenere migliaia di dipendenti come co.co.co. per i prossimi due anni, sia pure con qualche brandello di tutela aggiuntiva rispetto a prima. Come dire: meglio precari che a spasso.
      Tutto bene. Purché si riconosca che quella legge, pur con i molti suoi difetti, non pecca certo per un eccesso di de-regolazione dei rapporti del lavoro: semmai per il consueto eccesso opposto.



          Pietro Ichino


          Economia