“Legge Biagi 3″ Ma è polemica sul debutto del «job on call»

14/07/2004


        sezione: NORME E TRIBUTI
        data: 2004-07-14 – pag: 23
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        Ma è polemica sul debutto del «job on call»
        ROMA • È polemica sul debutto del lavoro a chiamata in «periodi predeterminati» previsto dalla legge Biagi (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri).

        La Cgil, infatti, contesta il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, «che avalla un’interpretazione illegale del lavoro intermittente, pur di non ammettere il fallimento della legge stessa».

        Il duro giudizio della Cgil è stato espresso in una nota congiunta da Claudio Treves, responsabile del mercato del lavoro, e Carmelo Caravella, segretario nazionale della Filcams. Il sottosegretario Sacconi, partendo da un quesito posto dalla Fipe-Confcommercio (Federazione italiana pubblici esercizi), interpreta l’articolo 37 del decreto legislativo 276/03 in modo da ritenere che «il lavoro intermittente per periodi predeterminati della settimana, del mese o dell’anno» non richieda necessariamente «una preventiva autorizzazione da parte della contrattazione collettiva».

        In realtà, sottolinea la Cgil, in quell’articolo non c’è una sorta di esenzione dall’autorizzazione per il lavoro a chiamata ma solo «il diritto alla corresponsione dell’indennità di disponibilità».

        Rimane valido il principio generale per cui è nel contratto nazionale che devono essere individuate «le esigenze di carattere temporaneo» che giustificano il lavoro a chiamata.

        Per la Fipe, invece, non c’è nessuna scorrettezza nell’interpretazione che il ministero del Welfare dà delle norme relative al lavoro a chiamata ed è anzi sorpresa per le critiche in proposito indirizzate dalla Cgil al sottosegretario Maurizio Sacconi. «Siamo veramente sorpresi — afferma in una nota la Fipe — dell’atteggiamento negativo assunto dalla Filcams-Cgil sull’interpretazione data dal Welfare sul lavoro a chiamata».
        «Riteniamo, quale parte firmataria del contratto nazionale sul turismo — prosegue la Fipe — che sia del tutto plausibile l’interpretazione data dal ministero del Lavoro e che nell’ambito del testo contrattuale rimangano tutti gli spazi e le competenze riservate all’autonomia contrattuale». «Da parte nostra — conclude la Fipe — riteniamo che l’interpretazione non sia lesiva dei diritti dei lavoratori».