“Legge Biagi 1″ Scacco alle Regioni

01/02/2005

    domenica 30 gennaio 2005

    sezione: NORME E TRIBUTI – pagina 20

    CORTE COSTITUZIONALE Respinte gran parte delle questioni sollevate da Marche, Toscana, Emilia Romagna e Basilicata sull’attuazione della delega
    Legge Biagi, scacco alle Regioni
    Le eccezioni erano fondate sulla rivendicazione di una competenza legislativa concorrente Assegnate allo Stato le norme sui modi d’impiego Punto chiave il concetto di ordine civile
    ALDO BOTTINI
    La legge Biagi supera il primo esame davanti alla Corte costituzionale. La Consulta, con la sentenza n. 50 scritta da Francesco Amirante e depositata il 28 gennaio, interviene su sollecitazione di alcune Regioni (Marche, Toscana, Emilia-Romagna e Basilicata) e della Provincia autonoma di Trento, che con separati ricorsi avevano sollevato la questione di legittimità costituzionale di numerose disposizioni della legge delega (14 febbraio 2003 n. 30) e del successivo decreto legislativo di attuazione della delega (decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276) in relazione principalmente agli articoli 76, 117 e 118 della Costituzione.

    La ripartizione delle competenze tra Stato, Regioni ed altri enti locali è stata modificata con la legge costituzionale del 18 ottobre 2001 n. 3, che ha riformato il Titolo V della Costituzione. Il nuovo articolo 117 stabilisce quali sono le materie in cui lo Stato ha legislazione esclusiva e quali invece le materie in cui le Regioni hanno competenza legislativa concorrente: in queste ultime, tra le quali rientra la «tutela e sicurezza del lavoro», lo Stato deve limitarsi a determinare i principi fondamentali, lasciando alle Regioni la potestà legislativa nel rispetto di tali principi. In tutte le materie non elencate invece la potestà legislativa delle Regioni è esclusiva. Secondo le Regioni ricorrenti, numerose norme della Biagi non rispettavano tale meccanismo di ripartizione della potestà legislativa.


    La maggior parte delle censure è stata però respinta dalla Corte Costituzionale, salvo che per due specifiche norme (si veda l’altro articolo in questa pagina). La Corte ha innanzitutto affermato con estrema chiarezza che la disciplina intersoggettiva di qualsiasi rapporto di lavoro è di competenza esclusiva dello Stato, in quanto rientra nella materia «ordinamento civile» che l’articolo 117 della Costituzione riserva alla legislazione statale, con ciò tacitando definitivamente quanti auspicavano (o viceversa temevano) una regolazione dei rapporti di lavori ad opera della legislazione regionale. Sotto tale profilo è stato ad esempio giudicato infondato il sospetto di incostituzionalità avanzato dalla Regione Marche sulle norme sul lavoro a tempo parziale, basato sulla tesi secondo cui esse potessero rientrare nella materia «tutela e sicurezza del lavoro».


    Per analoghe considerazioni è stata giudicata infondata la questione di costituzionalità delle norme sulla certificazione, che mirano ad attribuire un particolare valore probatorio al contratto certificato e quindi attengono all’ordinamento civile nonché, in quanto dirette a condizionare l’esercizio in giudizio di diritti nascenti dal contratto di lavoro e la stessa attività dei giudici, alla «giurisdizione e norme processuali», altra materia riservata in via esclusiva alla legislazione statale.


    Anche il mantenimento in capo allo Stato delle competenze in materia di conciliazione delle controversie di lavoro è stato ritenuto costituzionalmente legittimo, in quanto rientrante nelle materie dell’ordinamento civile e della giurisdizione, di esclusiva competenza statale. Analoga considerazione per le disposizioni in materia di gestione dei flussi di entrata dei lavoratori extracomunitari che rientrano nella materia «immigrazione».


    Rientra invece certamente tra le materie di legislazione concorrente, secondo la Corte, la disciplina dei servizi per l’impiego e del collocamento, in quanto attinente alla «tutela e sicurezza del lavoro». Ciononostante, secondo il giudice delle leggi, non viola i principi costituzionali la disposizione della Biagi che mantiene in capo alla Province le funzioni amministrative in materia di collocamento, da interpretarsi però nel senso che tale mantenimento è volto a garantire la continuità dei servizi fino a diversa possibile disciplina regionale. Anche le disposizioni in materia di autorizzazione e accreditamento delle Agenzie per il lavoro sfuggono alle numerose censure di incostituzionalità avanzate dalle Regioni: la Corte ha ritenuto che la previsione di un unico sistema autorizzatorio attraverso l’istituzione dell’Albo delle Agenzie non provochi alcuna lesione delle competenze regionali. Neppure le norme in materia di contratti di lavoro con contenuto formativo (inserimento e apprendistato) ledono le competenze regionali: se è vero che le Regioni hanno competenza esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale (pubblica), è altrettanto vero che la formazione in azienda rientra invece nel sinallagma contrattuale e quindi nelle competenze dello Stato in materia di ordinamento civile.