Legge-bavaglio, sì alla fiducia al Senato scoppia la bagarre

11/06/2010

ROMA – Passa la legge-bavaglio. Quando il presidente Renato Schifani annuncia: «Proclamo il risultato…191 i presenti, 189 i votanti, 164 favorevoli, 25 contrari. Il Senato approva», l´aula è svuotata. Sui banchi del governo non c´è più neppure un sottosegretario. Il rito della fiducia – la trentaquattresima in due anni di governo Berlusconi – è stato consumato. Sono le 13 e 50. Fuori, protestano il Popolo Viola e la Federazione della stampa, avanguardia di una mobilitazione contro la legge sulle intercettazioni che ora va all´approvazione definitiva della Camera. Dentro, a Palazzo Madama, si è svolta una delle pagine più tese, difficili, buie – tra forzature e scontri – della storia repubblicana.
L´aula del Senato è stata occupata per tutta la notte dai dipietristi, avvolti nelle bandiere tricolori, che a inizio mattina si insediano sui banchi del governo e sono "sgombrati" da questori e commessi. Il Pd al momento del voto abbandona l´aula. È Anna Finocchiaro, la capogruppo, a pronunciare parole di fuoco: «Da qui comincia il massacro delle libertà. Voi volete un popolo cieco, sordo, manipolabile e bue. Volete nascondere i vostri affari, l´uso delle risorse pubbliche e tutelare la vostra privacy. Chi vota la fiducia vota la limitazione della libertà di informazione e di essere informato, la limitazione dei mezzi a disposizione degli investigatori per accertare reati e individuare i colpevoli. Il gruppo dei Democratici non parteciperà al voto». Standing ovation nelle file del centrosinistra e cori di "buuh, vergogna" del centrodestra. Schiamazzi, insulti. Tra Pd e Pdl è muro contro muro. «Abbandonando l´aula dimostrate il disprezzo delle istituzioni e l´arroganza», attacca il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri mentre i Democratici sciamano fuori. Il Guardasigilli Angelino Alfano si offre alle telecamere soddisfatto: «Si realizza un punto di programma; noi consentiamo l´uso delle intercettazioni impedendone l´abuso; il testo è un punto di equilibrio e i cittadini lo apprezzeranno».
Berlusconi è sicuro di avere ormai in tasca le norme che limitano le intercettazioni rendendole possibili per 75 giorni (prorogabili di tre giorni in tre giorni); che consente la pubblicazione degli atti delle indagini in corso solo per riassunto; che sanziona con multe dai 300 mila ai 450 mila euro gli editori che violano i divieti; che impedisce ogni intercettazione ambientale e che, infine, applica i divieti anche ai processi in corso. I finiani un po´ scalciano. Fabio Granata infatti dichiara: «La fiducia al Senato ha impedito miglioramenti al ddl; la Camera ora modifichi il testo sui reati di mafia». Tuttavia anche a Montecitorio dovrebbe essere messa l´ennesima fiducia.
Antonio Di Pietro chiede al presidente Napolitano di non firmare e annuncia il referendum. Dopo l´espulsione dei suoi dall´aula, in una conferenza stampa improvvisata lancia la condanna: «Ai cittadini dico: svegliatevi, occorre una nuova resistenza. Le Camere sono in uno stato di illegalità permanente, la maggioranza ha compiuto un atto di prevaricazione che nemmeno il fascismo…». E chiede al Pd maggiore determinazione contro «le iniziative di questo governo piduista; essere come Ponzio Pilato e lavarsi le mani è peggio che essere come Erode». I dipietristi però scelgono di restare in aula e votare no. Come l´Udc; l´Api di Rutelli («Questa legge aiuterà il crimine»); Mpa; i Radicali. Emma Bonino accusa: «È una china rovinosa in cui trascinate le istituzioni parlamentari». Non sono in aula invece i sette senatori a vita. Una pioggia di commenti politici: «È una legge dannosa, daremo battaglia alla Camera», assicura Rosy Bindi, presidente del Pd. E Veltroni: «Una ferita aperta per il paese». Alla Camera «ci sono margini per battere il governo», per Enrico Letta. Il centrodestra canta vittoria. Bossi fa sapere che «sì, il ddl si deve fare». Cicchitto, Pdl, parla di «buon lavoro» e denuncia: «Inquietante la virulenza dell´opposizione».