Legge 30, l’han già fatto

24/10/2003





 
   
24 Ottobre 2003
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Legge 30, l’han già fatto
Le figure più significative, prestatori d’opera in affitto eterno, «a chiamata», indicano una precarizzazione che è puro strumento della norma berlusconiana: il fine è più ambizioso, la radicale mercificazione del lavoro


CARLA CASALINI


La legge 30 entra in vigore proprio oggi, giorno dello sciopero generale. Contrastata dalle lotte di una parte del sindacato, da battaglie parlamentari, le critiche a questo ultimo prodotto della destra al governo ne riassumono il senso nella «precarizzazione totale» dei rapporti di lavoro, delle donne e uomini prestatori d’opera; nella libertà per le imprese di estromettere da sé produzioni e produttori per affidarli in mani d’altri, spesso puri cloni, maschere multiformi di un unico comando che resta in capo all’impresa
madre: obiettivo, scaricarsi di ogni obbligo rispetto alla «manodopera» per competere a basso costo sui mercati. In realtà il riaffacciarsi dietro gli affari, gli imperativi «economici», dell’antico sogno imprenditoriale della «fabbrica senza lavoratori propri»: sogno già inseguito in passato con il tentativo di sostituire macchine agli umani, infranto allora dallo scacco subito. Ma il cuore della legge berlusconiana non è questo, il progetto è molto più ambizioso. La precarizzazione, già introdotta dal centrosinistra, certo ora si espande ma è solo lo strumento per ben altro fine: una radicale mercificazione. Il lavoro, il lavoratore, diviene puro e semplice oggetto commercializzato, i soggetti dello scambio sono altri, l’agenzia di «somministrazione di manodopera» e l’impresa «utilizzatrice». Lo staff leasing, l’affitto permanente, è esempio paradigmatico della nuova filosofia: l’impresa può noleggiare dal fornitore di fiducia stock di lavoratori, come macchinari; può richiederne a decine, centinaia, già formati, selezionati per il suo scopo, e se si guastano, si usurano, gli verranno cambiati con altri , come avviene per gli aggeggi meccanici, elettronici, a chi paga un nolo permanente. Una merce fra le altre, che sia umana non rileva.

Cade così l’ultimo velo dalla «reificazione umana». Un velo potente, per la verità, e produttore robusto di realtà, in decenni di lotte e di compromessi sociali raggiunti: è la vicenda di quella tensione, e contraddizione, tra la propria forza lavoro venduta come merce e l’individuo considerato comunque soggetto di quella vendita della sua capacità, proprietario di essa, e dunque scisso ma insieme distinto come cittadino, soggetto di diritti. La forma di questo scambio fra cittadini privati è il contratto: tanto che già a metà ottocento si cominciò a legittimare il potere di associazione, di «coalizione» tra i lavoratori, riconoscendo che nel rapporto con l’impresa si trovavano in posizione sbilanciata, laddove il contratto per definizione e convenzione si prevede fra soggetti «pari».

Oggi l’ambizione è di tagliare di netto la storica contraddizione. Sovvengono qui parole antiche, che possono essere ritradotte in lancinante attualità: «Come sono gli uomini, così è l’essenza umana. E’ dunque tutta una cosa: se l’uomo è estraniato a se stesso, la società di questo uomo estraniato è la caricatura della sua reale comunità, della sua vera vita…». Lo avvertono, anche se non hanno letto tutta la storia, i protagonisti dei movimenti contro la forma attuale del capitale globale: si oppongono alla proprietà privata che pretende ingoiare tutto, il proprio di sé e il proprio dei beni comuni, la radice inestricabile dell’intersoggettività umana, e dicono la «mercificazione di tutta la vita» per riassumere i motivi del loro agire.

Per molti e molte nei movimenti, sarebbe utile andare a rintracciare negli articoli della legge 30 gli analoghi motivi che spingono tanti a combatterla, a tentare di boicottarne l’applicazione ora che c’è. Per molte e molti nei sindacati sarebbe spunto di riflessione ben più profonda dell’ottuso agire autolesionista che ha portato le confederazioni Cisl e Uil a firmare il Patto per l’Italia con Berlusconi, rendendosi compartecipi della lunga catena della legge 30.

In essa infatti, quella «esternalizzazione» delle aziende di pezzi di produzione e produttori per liberarsi del costo della «manodopera» su cui, come dicevamo, si appuntano tante critiche, ha un fine preciso, un fondo più pesante, come già si diceva per la «precarizzazione». L’intento è di liberarsi del sindacato, a meno che una realtà di questo nome non si svuoti e si renda vicaria del comando d’impresa: cancellare cioè la possibilità di «associazione» del lavoro nel conflitto con l’impresa.

Il fine è intimamente legato alla costituzione di quegli Enti bilaterali, dove i sindacati perdono la loro autonomia e libertà rispetto alla legge, all’autorità pubblica, per diventare pezzi di apparati dello stato, per governare la manodopera, l’entrata e l’uscita dal lavoro, con i fondi in cui versano contributi proprio le società di «somministrazione di manodopera». Quando non entrino direttamente, come già avviene, nelle società che formano, collocano, affittano la merce lavoro – «interposizione e intermediazione» insieme – e che già si sono strutturate, in attesa della legge 30, nelle agenzie «polifunzionali» che essa prescrive.

Snaturamento di una storia di sindacato, di un progetto sociale alto che si era innervato nella pratica del `900 con vicende per la verità alterne, ma mai fin qui pervenuto all’autoannientamento. Cisl e Uil sembrano avvicinarvisi con leggerezza, la Cgil resiste, nello sciopero porta la lotta alla legge 30. Ma l’attentato al potere di coalizione scritto nel suo articolato sta per l’appunto in nesso indissolubile con le nuove figure che disegna per la mercificazine radicale del lavoro, dove il dominio si stringe sul tempo e lo spazio della vita di donne e uomini.

Un’altra di queste figure paradigmatiche è il lavoro a chiamata, il job on call: stati con un teledrin al collo, come fossi un medico ma non per rispondere a bisogni umani, bensì per rispondere alla chiamata dell’impresa. Stai sospeso in un’apnea compensata da una indennità risibile, per il tuo essere «reperibile» perennemente, a totale disposizione dell’azienda: che può chiamarti al lavoro – e solo per quel tempo ti paga – per un certo numero di giorni, un certo periodo dell’anno, o mai. Proprietà privata contro il proprio di sé. Ma ci sono anche mutamenti di norme già esistenti che rispondono alla medesima filosofia. Il part time, da oggi, non richiede più il consenso di chi lavora a eventuali «ore supplementari» – che lo allungano fino a un tempo pieno e però neppure riconosciuto. Né, se cambiano le vicende della vita si può passare di diritto a un «tempo pieno»: è stato cancellato quel «diritto al ripensamento» che la legge precedente riconosceva. Si potrà accennare in seguito ad altri punti, come la «trasformazione dei co.co.co», che pare suscitare qualche illusione: meglio guardare bene quelle clausole che – laddove si sperasse di essere «assunti» – permettono al datore l’interruzione a sua discrezione del rapporto di lavoro.