Legalità metalmeccanica

02/09/2010

I metalmeccanici tornano a Roma in massa. Al 16 ottobre manca un mese e mezzo ma nei meandri e nelle periferie dell’organizzazione già si fanno i conti dei treni e dei pullman necessari a portare una boccata d’ossigeno – o lotta di classe? – nella Capitale. Non saranno soli, se i movimenti, le forze sociali e politiche e tanti uomini e donne di buona volontà risponderanno positivamente all’appello della Fiom-Cgil a battere un colpo contro lo smantellamento della costituzione materiale (e formale) dell’Italia afflitta dal Berlusconi quater e dal Marchionne bis (del primo, quello che «il costo del lavoro non è un problema, non licenzierò nessuno e non chiuderò stabilimenti », si son perse le tracce. Tre voci su tutte rimbomberanno nelle strade di Roma: lavoro, democrazia, diritti. Ieri il segretario della Fiom Maurizio Landini ha fatto il punto sul presente (Fiat e contratti) e sul futuro (l’appuntamento del 16 ottobre). Sullo scontro in atto con il Lingotto ha ribadito punto per punto la posizione dei metalmeccanici Cgil: pronti a una trattativa vera con l’azienda, anche per discutere orari, turistica e utilizzo degli impianti. Naturalmente nel rispetto delle regole e del contratto esistente che è quello unitario del 2008, approvato dalla maggioranza dei lavoratori e valido fino al 2012 e che consente di rispondere alle esigenze produttive e competitive della Fiat senza violazioni, deroghe e pretese anticostituzionali. «Noi siamo per il rispetto delle regole, della democrazia e del mandato dei lavoratori», ha detto Landini, la Fiat invece no: «c’è una sentenza che la condanna per antisindacalità e ordina il reintegro dei tre licenziati di Melfi, ma Marchionne si rifiuta di ottemperarvi». A chi parla di atti di «sabotaggio» la Fiom, e la Cgil nel caso del ministro Gelmini, risponde per vie legali. «Rispettare leggi, Costituzione e contratti è legale e moderno, l’illegalità è quella della Fiat», ed è una malattia antica. L’illegalità Fiat fa scuola, come dimostra il caso (raccontato ieri dal manifesto) dei due operai ammalati per cause di lavoro, avvelenati dalle sostanze usate, e licenziati dal fornitore Fiat Commer Tgs aMelfi, una fabbrica a 150 metri dalla Fiat-Sata. Landini spera in un ripensamento di Marchionne a Melfi come a Pomigliano ma ci crede poco e ricorda al Lingotto che la Fiom non si piega a prepotenze, ricatti e unilateralità. La musica non cambia se si parla di contratti. Quello del 2008 che ora Federmeccanica vuol cancellare è l’unico valido, approvato dai destinatari mentre quello separato firmato da Fim e Uilm un anno dopo non è stato sottoposto al giudizio dei lavoratori. Non è che uno dei contraenti un contratto si sveglia al mattino e dice: non vale più. Se Federmeccanica il 7 di questo mese farà un passo falso gli imprenditori dovranno vedersela con i giudici, e con i lavoratori che non hanno dato alcuna delega a disfare quel che hanno votato. La Fiom non farà sconti,ma Landini non si stanca di ripetere che la sua è l’organizzazione che ha firmato più accordi, altro che il sindacato del no. Vuole discutere, trattare e decidere insieme, senza diktat. Il punto centrale, dunque, torna essere la democrazia alla luce del progetto di Marchionne che l’associazione degli imprenditori dice di voler far proprio: lo smantellamento del contratto nazionale. Democrazia vuol dire che non si può decidere sulla pelle di chi lavora, servono mandati chiari e verifiche altrettanto chiare. Serve soprattutto una legge sulla rappresentanza per sapere chi rappresenta chi ed evitare che una minoranza si imponga su tutti, come avviene con gli accordi separati, ai livelli confederale e di categoria. La Fiom ha racconto oltre 100 mila firme consegnate agli organismi competenti di Camera e Senato per una legge che stabilisca regole democratiche e pratiche trasparenti. Se passasse la logica delle deroghe salterebbe la ragion d’essere del contratto nazionale che stabilisce una soglia di diritti al di sotto della quale non si può scendere. La Fiat le pretende per fare ovunque quel che prevede la tagliola della newco di Pomigliano, ma le chiede al fine di realizzare un contratto specifico per l’auto. Federmeccanica, per bocca del suo presidente, vorrebbe estendere le deroghe a tutto il settore metalmeccanico. Due linee diverse – e i conflitti non mancano – anche se entrambe antisindacali. Fiat e federmeccanica sono d’accordo sul fatto che il comando d’impresa debba tornare per intero nelle mani dei padroni.
Le aziende vogliono abolire il ruolo di rappresentanza dei sindacati tornando a un rapporto diretto con i singoli dipendenti.
I sindacati imbrigliati in enti bilaterali si ridurrebbero a fornitori di servizi e ammortizzatori sociali scaricati dallo stato. Qualche sindacato è già così. Il governo ha lo stesso progetto dei padroni. Per tutte queste ragioni il 16 ottobre i metalmeccanici torneranno a Roma. In tanti e, probabilmente, non da soli