L’economia sommersa «fattura» 217 miliardi

23/09/2005

    venerdì 23 settembre 2005

    ECONOMIA ITALIANA – pagina 21

      Secondo l’Istat nel 2003 ha inciso tra il 14,8% e il 16,7% del Pil

        L’economia sommersa «fattura» 217 miliardi

          ROMA • Cresce il peso del sommerso. Gli ultimi dati Istat resi noti ieri sottolineano che il valore aggiunto dell’economia sommersa nel 2003 oscillava tra un minimo del 14,8% ed un massimo del 16,7% del Pil, in valori assoluti significa tra circa 193 e 217 miliardi di euro. Nel 1992, la forchetta era tra il 12,9% ed il 15,8%. Questo 16,7% di sommerso non è però omogeneo. Dalla scomposizione dei dati emerge che il 7,2% è dovuto alla sottodichiarazione del fatturato ottenuto con un’occupazione regolarmente iscritta nei libri paga, un altro 7,6% è prodotto dall’uso di lavoro non regolare e un 1,9% deriva alla necessità di riconciliare le stime dell’offerta di beni e servizi con quelle della domanda. Ad essere invece simmetrica è la crescita in tutti i comparti: con riferimento all’ipotesi massima (16,7%), il valore aggiunto sommerso è pari al 36,4% del valore aggiunto totale del settore agricolo, al 10% dell’industria e al 19,4% del terziario.

          Contrariamente al passato, però, non si assiste a un aumento del lavoro nero. I dati evidenziano come nel 2003 il tasso di irregolarità (calcolato come incidenza delle unità di lavoro non regolari sul totale delle unità di lavoro) si attesta intorno al 13,4% ritornando, quindi, sugli stessi livelli del 1992 e riducendosi in modo marcato rispetto agli anni precedenti. L’Istat spiega il fenomeno segnalando che la discesa del tasso di irregolarità corrisponde alla legge di sanatoria sugli immigrati. A calare, non a caso, è soprattutto il lavoro nero tra i dipendenti che passa dal 15,9 del 1992 al 15,5% del 2003 (nel 2001 era il 18%) mentre le unità di lavoro non regolari indipendenti crescono dal 7,7% all’ 8,1% rimanendo sostanzialmente stabili rispetto agli anni passati.

          I settori maggiormente coinvolti dall’irregolarità del lavoro sono quelli dell’agricoltura e delle costruzioni. Il carattere frammentario e stagionale dell’attività produttiva — spiega l’Istat — ha consentito l’impiego di lavoratori stranieri non residenti e non regolarizzati che hanno sostituito la manodopera locale. Nel 2003, il tasso di irregolarità nel settore agricolo è pari al 32,9% contro il 25,5% del 1992. Tant’è che, il tasso di irregolarità, calcolato al netto del settore agricolo si riduce al 12,3% ovvero un livello di oltre un punto percentuale più basso di quello calcolato per l’intera economia.

          Al secondo posto si collocano le costruzioni che fanno segnare un tasso di irregolarità del 12,5% in netta diminuzione però rispetto agli anni precedenti: 14,2% nel 1992 e 16,2% nel 1997. L’industria in senso stretto non utilizza in modo consistente personale irregolare.
          Nel 2003 il tasso di irregolarità si è fermato al 5,4%, un valore vicino a quello registrato nel 1992 ( 5,7%).

          Al contrario forte è l’incidenza del nero nei servizi ( 14,5%). Il fenomeno è più rilevante nel comparto del commercio, degli alberghi, dei pubblici esercizi e dei trasporti, dove il 15,2% delle unità di lavoro risultano non registrate ( 15,6% nel 1992). Ma a detenere il primato assoluto sono i trasporti su strada con un tasso di irregolarità del 33,9%, superiore perfino ai valori del settore agricolo.

          Dati sul sommerso arrivano anche dal Censis. L’istituto di ricerca, però, contrariamente all’Istat, sostiene che tra il 2002 e il 2005 è diminuito il sommerso d’impresa ed è aumentato il lavoro irregolare.

            Secondo la ricerca le imprese sommerse scendono dal 22,3% del 2002 al 9,7% del totale delle unità produttive italiane. A crescere invece è l’occupazione totalmente irregolare presso aziende in nero, che passa dal 12,9% del 2002 al 14,2% del 2005, con l’effetto combinato di un aumento nel Nord Est e nel Mezzogiorno, e di una riduzione nel Nord Ovest e nel Centro Italia. La vera novità — sempre per il Censis — è costituita dall’affermarsi della presenza, nell’universo dell’impresa e del lavoro irregolare degli immigrati che risultano i più coinvolti dal nero.