L’economia in affanno ha bisogno di partecipazione – di A.M.Artoni

03/10/2002



            3 ottobre 2002


            IL CONVEGNO DI CAPRI

            CAPRI. La «democrazia economica» è il tema al centro del convegno di Capri dei Giovani imprenditori di Confindustria. Domani e sabato si parlerà di mercati aperti, etica della trasparenza e società della partecipazione



            L’economia in affanno ha bisogno di partecipazione


            di Anna Maria Artoni*
            *Presidente dei Giovani imprenditori

            La contrapposizione tra capitale e lavoro, tra imprenditore e lavoratore continua a dominare la vita politica, economica e sociale del nostro Paese e delle altre democrazie avanzate. In più, i nostri mercati sono asfittici e poco trasparenti, la Borsa è ancora territorio d’élite, le tariffe di molti servizi più alte della media europea. Manca, in Italia, una compiuta democrazia economica. Promuoverla richiede azioni di innovazione su più livelli. L’arrivo, graduale ma inarrestabile, della globalizzazione riduce il "senso di estraneità" tra lavoratori e datori di lavoro perché li costringe a collaborare in nome della competizione. Li costringe a condividere l’obiettivo della loro azione quotidiana: il profitto diventa semplicemente l’altra faccia della retribuzione. Se n’era accorto Marco Biagi. L’ultima parte del suo Libro Bianco sul Welfare è dedicata alla prospettiva di una democrazia economica. Non l’utopia dottrinaria, tipica di un documento pregevole ma destinato all’inutilità. Ma lo sbocco necessario di una società sempre più libera, dinamica e flessibile.
            Credo sia proprio questo l’aspetto più innovativo del Libro Bianco, e allo stesso tempo quello più "temibile" per chi ancor oggi predica lo scontro sociale, la lotta di classe. L’economia della partecipazione è insomma la soluzione che concilia la solidarietà tipica del modello sociale europeo con l’efficienza richiesta dal mercato globale, è la "terza via" – come la chiama Brunetta – tra liberismo e socialismo. Una via che accomuna filoni culturali e "sentimenti" molto diversi tra di loro, dalla dottrina sociale della Chiesa alla destra sociale, dal socialismo di inizio secolo al liberalismo italiano di fine secolo. L’economia della partecipazione presuppone e determina, al tempo stesso, la nascita di un nuovo modello di impresa, fondato sul valore del capitale umano, di un nuovo modello di sindacato, non più pregiudizialmente antagonista ma soggetto attivo dello sviluppo dell’impresa e della diffusione del benessere, quindi di un nuovo modello di società. Da una parte, gli imprenditori chiedono oggi ai dipendenti, in tutti i settori e a tutti i livelli, di vivere il lavoro non semplicemente come l’offerta della propria forza intellettuale o manuale, ma come condivisione di una mission aziendale. Dall’altra, i lavoratori pretendono sempre più trasparenza nella gestione della "loro" impresa: vogliono, sempre di più, capire quale rotta stia seguendo il timoniere della barca su cui si trovano. Naturalmente, la share economy non è un dogma da declinare in modo indiscriminato. La profit sharing, ovvero il collegamento tra i risultati conseguiti dall’impresa e la retribuzione dei suoi dipendenti, può costituire una leva forte verso una migliore gestione del capitale umano dell’azienda. Numerose e accreditate analisi internazionali, condotte fin dagli anni 70 su imprese statunitensi e europee, dimostrano che la profit sharing aumenta notevolmente la produttività in azienda e diminuisce le ore di sciopero. E anche – pur se costituisce un dato difficilmente misurabile – un aumento della qualità della vita aziendale, che nasce da una maggiore condivisione da parte del lavoratore dei valori su cui si fonda l’impresa. Assai diverse sono invece le valutazioni sulla power sharing, la condivisione del potere in azienda. Si tratta di una prospettiva difficilmente adattabile alla realtà italiana, al suo tessuto di piccolissime, piccole e medie imprese. Lo è, in particolare, il modello di "cogestione" tedesco, che prevede una partecipazione paritaria dei dipendenti nel consiglio di sorveglianza delle aziende, a prescindere dal loro possesso azionario. Un modello nato in Germania, subito dopo la seconda guerra mondiale, sulla base di interessi di tipo geo-politico più che economico. Una eventuale power sharing in versione italiana rischierebbe di bloccare l’attività delle imprese, a causa della "commistione" tra interesse al profitto aziendale e interessi di categoria dei lavoratori, che sarebbe deleteria per le imprese. Negli ultimi mesi sembra però esser venuto meno un elemento, senza il quale qualsiasi scenario economico perde di significato. È la fiducia nella bontà del mercato e dei suoi meccanismi di auto-regolazione. Nessuno può dire dove e quando finirà questa discesa agli inferi. «In determinate epoche si è costretti a ripercorrere tutto il circuito delle follìe per far ritorno alla ragione» scriveva Benjamin Constant. L’unica certezza è che la ragione tornerà: siamo di fronte non alla fine del capitalismo, come profetizza qualche mago di sventura, ma – verosimilmente – a un suo nuovo inizio, a una sua profonda e salutare mutazione. I Giovani Imprenditori non credono che «la mano invisibile di Adam Smith sia stata amputata», come ha affermato qualche autorevole commentatore nostrano. Non c’è alternativa credibile al mercato e alla libertà d’iniziativa economica. Oggi è necessario volgere gli "spiriti animali" verso un’etica della trasparenza che autorigeneri il mercato, evitando di imbrigliarlo con "invasioni di campo" della legge e di ammazzare così il paziente malato.