L’economia è senza fiato

15/11/2005
    martedì 15 novembre 2005

    Pagina 3 Primo Piano

    LE RAGIONI DELLA DEBOLEZZA
    POCA RICERCA E COMPETITIVITA’ IN CALO

      L’economia è senza fiato
      Adesso l’Italia ha paura
      di non saper più correre

      analisi
      FEDERICO MONGA

        Il calo della produzione industriale a settembre riporta l’economia italiana a confrontarsi con una brusca realtà. Gli ultimi indicatori sembravano lasciar intravedere la fine del maltempo. Nulla di che, ma almeno il segno negativo o lo zero erano spariti dalle statistiche. La bilancia commerciale, dopo i peggiori sei mesi dal 1993, ad agosto e settembre era tornata positiva. I consumi, nella prima parte dell’autunno, hanno avuto un sussulto. Stessa tendenza, anche se all’insegna dell’«eppur si muove», per il prodotto interno lordo. La sintesi dello stato di salute dell’economia è risultata di nuovo positiva nel secondo trimestre (+0,7%) dopo il -0,5% del periodo gennaio-marzo, preceduto da un -0,4% di fine 2004.

          Il malessere dell’offerta.

            I dati Istat e le previsioni dell’Isae sulla produzione invece indicano un nuovo, doppio, passo indietro. L’aspetto più grave è il prolungarsi di una crisi in un quadro di politica economico-monetaria che, a rigor di dottrina, dovrebbe favorire invece una crescita sostenuta. I tassi di interesse restano bassissimi – sono fermi al 2 per cento dal 5 giugno 2004 – mentre il deficit è tornato a salire, nonostante le correzioni messe in cantiere dal ministro Giulio Tremonti che mettono qualche tampone ma non sono certo di rigore teutonico. Insomma le due principali briglie dello sviluppo sono tutt’altro che tirate. E allora se non si riesce ad ingranare la marcia vuol dire che il problema sta nella struttura dell’offerta, colpita ormai da un malessere cronico di scarsa specializzazione produttiva, nanismo, basso livello tecnologico, produttività stitica, inadeguatezza del capitale umano. Sono fattori che cambiano nel medio-lungo periodo e toccano tutti da vicino il settore manifatturiero. La Finanziaria 2006, la legge che dovrebbe essere l’impianto della politica economica, però non ne fa quasi menzione. E l’Italia ha un disperato bisogno di norme che favoriscano la produttività attraverso l’aumento degli investimenti in tecnologia anche perché gli ultimi interventi si sono dimostrati di scarsa efficacia.

              Se l’asso è malato

                L’industria manifatturiera, nonostante tutto ancora il pilastro dell’economia nazionale, sta perdendo competitività e quindi quote di mercato all’estero da almeno cinque anni. E l’introduzione dell’euro, che qualcuno ne dica, non ne è il maggior responsabile. Per capire che la moneta unica non può essere considerata l’attore protagonista del declino basta prendere l’indice di competitività più diffuso e adottato dall’Ocse: il costo del lavoro per unità di prodotto ovvero il salario pagato dall’impresa diviso per la produttività del lavoro. Se nel 2000 l’indice valeva cento a fine 2004 il Culp italiano è salito a 123, è rimasto pressoché invariato in Inghilterra e Francia (102) mentre è addirittura diminuito negli Stati Uniti (89). In Spagna e Germania, due dei nostri maggiori concorrenti, è aumentato di poco (107 e 109). La produttività oraria nel settore manifatturiero è addirittura diventata negativa a partire dal 2001, dopo che negli anni Novanta aveva galoppato a +3% di media ogni 12 mesi. La causa non è da ritrovare nel numero di ore lavorate. In Italia sono circa 1600 all’anno contro le l800 degli Usa, ma è così da decenni. Anzi le ore di lavoro in Italia sono cresciute negli ultimi dieci anni. E nemmeno negli alti salari, sotto la media Europea (vedi Eurostat). Il problema è che il rapporto tra quantità di beni prodotti in un’ora di lavoro e i costi è il più basso in Europa dopo la Grecia. Per recuperare terreno la strada della corsa al taglio dei salari verso i livelli dell’Est Europa non è praticabile. Ma guardare ad altri paesi della vecchia Europa può dare qualche utile consiglio. Ad esempio la Finlandia ma anche la Spagna: forti investimenti in tecnologie di produzione e di prodotto, alta spesa in formazione e internazionalizzazione.

                  Il piccolo non fa ricerca

                    Il numero uno di Confindustria Luca Montezemolo ha più volte individuato tra i mali italiani la mancanza di investimenti in ricerca è sviluppo. Il vice presidente Pasquale Pistorio, padre fondatore di Stm Microelectronics ha dato forse la spiegazione migliore del fenomeno: «Grandi aziende come Fiat, Telecom, Brembo o Stm, investono in R&S più dei loro maggiori concorrenti stranieri». Il guaio è che le aziende dalle dimensioni di Fiat, Telecom e Brembo in Italia rappresentano un’infima minoranza. Gli altri, circa il 98 per cento, vanno iscritte a quella categoria, tanto celebrata dal «miracolo italiano» in poi, delle piccole-medio aziende. Il 95% della spesa privata (fonte Centro studi Confindustria) è effettuata da sole dieci aziende. Anche all’estero la spesa in ricerca e sviluppo è direttamente proporzionale alla grandezza delle aziende. Allo stesso modo le piccole società hanno comunque scarsi mezzi per acquistare la ricerca pubblica. Se il sistema continuerà ad essere così parcellizzato qualsiasi incentivo, anche fiscale, servirà davvero a poco.

                      Legge fallimentare

                        L’esempio più eclatante di legge fallimentare è la 488 sugli incentivi alle imprese. Dopo dieci anni di vita, come ha sancito l’Istituto per la promozione industriale del ministero per le Attività Produttive, si è limitata sostanzialmente a mantenere a galla il modello esistente finanziando investimenti in larga misura a medio bassa tecnologia. Gli investimenti nei settori high-tech rappresentano infatti solo il 7% del totale. Non a caso il maggior numero di posti di lavoro creati con la 488 si è registrato nel Mezzogiorno, dove le imprese innovative (dati Unioncamere) rappresentano solo il 6 per cento del totale: 331 mila (228 mila nel manifatturiero) contro i 445 mila complessivi. Il governo ha promesso che entro novembre si sarebbe arrivati a una riforma mirata sulle aziende con maggiori possibilità di crescita e innovazione.