L’economia del sommerso sfiora i 200 miliardi l’anno

24/09/2003




24 Settembre 2003

L’ISTAT PRESENTA I DATI DEL 2000: IL 15% DEI LAVORATORI E’ IN NERO
L’economia del sommerso sfiora i 200 miliardi l’anno
In testa il settore dell’agricoltura con un’incidenza del 32,4%
seguono il commercio (18,3%) e le costruzioni edili (15,5%)
Al Sud i picchi più alti di irregolarità, il tasso minimo in Lombardia

Vanni Cornero

C’è una specie di Atlantide del lavoro nero in Italia. Date le dimensioni, infatti, il cosiddetto «sommerso», pare più un continente nascosto, che un semplice fenomeno di evasione fiscal-previdenziale. Le cifre vengono dall’Istat: secondo i dati relativi al 2000 presentati ieri il tasso di irregolarità dei lavoratori italiani è pari al 15%, con un vistoso aumento al 22,4% nel Mezzogiorno ed il picco massimo in Calabria, con il 29,1%. E il conto, riferito al Pil, è ancora più significativo: l’economia sommersa ha un peso compreso tra il 15,2% e il 16,9% del prodotto interno lordo, pari ad un valore che va dai 177 ai 197 miliardi di euro. Ci si può consolare rilevando che siamo sotto il record negativo, segnato nel 1977, quando l’incidenza sul Pil andava dal 15,9 al 17,7%, pari ad un valore fra i 163 ed i 181 miliardi di euro. Ma è comunque una ragione d’allarme in più constatare che, nel 1992, non si usciva da un «range» compreso tra il 12,9 e il 15,8% e che quindi i dati, più alti, dell’anno 2000 costituiscono un segnale di recrudescenza, che si traduce in 3.529.000 persone occupate irregolarmente. Comunque, come spiegano i tecnici dell’Istat: «Il fenomeno mostra un trend crescente soprattutto fino al 1997, seppur con dinamiche differenziate rispetto all’ipotesi massima e quella minima all’interno delle quali si ritiene sia compreso il valore esatto».
Analizzando la situazione per settori, nel 2000, il tasso di irregolarità in agricoltura è stato pari al 32,4%, con il 36% del valore aggiunto prodotto dall’agricoltura imputabile al sommerso. Dopo quello agricolo si passa al comparto del commercio, dove si è raggiunto il 18,3%, a fronte del 15,6% di otto anni prima, con picchi massimi del 32% per gli alberghi e i pubblici esercizi e del 29% nel settore trasporti.
«In altri comparti produttivi, come l’intermediazione monetaria e nei servizi alle imprese – specifica il rapporto Istat – la quota delle unità di lavoro non regolari sul totale delle unità di lavoro è più modesta e stabile nel tempo, ma pur sempre elevata (13,9%)». Un altro comparto che nel tempo è divenuto più sensibile al fenomeno dell’irregolarità è quello in cui sono impiegate persone che offrono servizi alle famiglie o destinati al consumo collettivo. Qui, sempre secondo l’Istituto di statistica, la crescita è rilevante per le attività produttive che interessano i servizi ricreativi, culturali e domestici: «nel 2000 le unità di lavoro non regolari nel comparto – specifica il rapporto – rappresentano il 16,3% delle unità di lavoro complessive», mentre nel 1992 si era al 13,7%. In terza posizione le costruzioni, con un tasso del 15,5%. Passando alla geografia del sommerso, su base territoriale, il fenomeno del lavoro irregolare risulta particolarmente ampio nelle regioni del Sud e nelle isole, dove il tasso si attesta al 22,4%, contro il 10,8% dell’Italia Nord-occidentale, l’11,3% del Nord-Est ed il 15,5% del Centro. E, se nelle cinque regioni più a Sud il tasso supera il 20% (Campania 24,7%, Puglia 20,4 Basilicata 22,1 Calabria 29,1 Sicilia 23,3) raggiungendo in Calabria il livello più elevato, la Lombardia è la regione dove, con il 10,2%, il fenomeno è meno diffuso.
«Il lavoro sommerso si conferma quale zoccolo duro dell’economia italiana», dice il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, commentando i dati Istat e annuncia: «Nei prossimi giorni sarà portato al Consiglio dei Ministri il decreto legislativo per la razionalizzazione ed il rafforzamento della capacità operativa dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Inail». Ma perché in Italia il fenomeno assume queste proporzioni? «Al sommerso – spiega Sacconi – concorrono numerose cause che devono essere progressivamente rimosse in modo strutturale. Strumenti come la riforma dei flussi migratori, la legge Biagi, le nuove norme sulla certificazione della congruità contributiva per lavori pubblici e privati in edilizia, uniti alle maggiori opportunità di occupazione regolare in agricoltura e alla possibilità di regolarizzare in maniera semplice i piccoli spezzoni di lavoro accessorio concorrono a favorire l’emersione dell’attività sommersa».